Il blog di Guido Vitiello

Contro il male della banalità

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Ogni volta che si parla di banalità del male (ed è capitato spesso, in questi giorni, per via del 27 gennaio e del nuovo film sul processo Eichmann) mi torna in mente una pagina dell’autobiografia di Raul Hilberg, The Politics of Memory. Il bersaglio era Hannah Arendt e la sua immagine del tenente colonnello delle SS come un burocrate ottuso e disciplinato. Hilberg ricostruiva per sommi capi la stupefacente carriera di Eichmann, l’astuzia e la diplomazia fuori dal comune che dovette impiegare per portare a termine le sue atroci imprese, e concludeva grosso modo così: vedo il male, altroché, ma la banalità proprio non la vedo.

Mi torna in mente questa pagina non tanto per la questione della banalità del male ma per quella, assai meno importante, del male della banalità. Tutte le volte che la cultura pop – musica, cinema, tv, fumetti, pubblicità, social network – si accosta alla Shoah o si serve dei suoi simboli, l’accusa di “banalizzazione” è in agguato. Non so chi sia stato il primo a usarla. Di certo il più influente è stato Elie Wiesel nella sua requisitoria sul New York Times contro la miniserie Holocaust nel 1978, che s’intitolava appunto “Trivializing the Holocaust”. Poi la parola è diventata una specie di formula liturgica un po’ ovunque e soprattutto in Francia, ossia nella patria di quel Flaubert che avrebbe potuto metterla in appendice al dizionario dei luoghi comuni: “Film sulla Shoah: se piacciono al pubblico, dire che banalizzano l’indicibile”. Leggi il seguito di questo post »

La fabbrica dei divi politici

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Star is born 2Scacciare in malo modo tutti i demoni, da bravo monaco del deserto, ma lasciare aperto uno spiraglio per quello che Mallarmé chiamava il demone dell’analogia, l’unico da cui si possa ottenere qualche buon favore. Come precetto religioso non vale granché, ma usato con giudizio dà i suoi frutti. Rivedendo giorni fa A Star is Born, la versione del 1937 di un film rifatto più volte nei decenni successivi, c’era una scena che continuava a ricordarmi insistentemente qualcos’altro, ma che cosa? La scena è quella in cui Janet Gaynor, nel ruolo di una ragazza di campagna che tenta la fortuna a Hollywood, è circondata da esperti degli studios in camice bianco che le disegnano sopracciglia di ogni foggia, le allargano la bocca per studiare le potenzialità del suo sorriso, la cospargono di ciprie e di rossetti. Ha l’aria di un piccolo martirio, di un pigmalionismo da laboratorio, ma d’altronde nella Hollywood degli anni d’oro la trasformazione della donna in diva era un processo ascetico e crudele, degno di un racconto di Wedekind, o – come ha suggerito Jeanine Basinger in un bel libro che ne descrive le tappe, The Star Machine – di un mercato delle schiave arabo del decimo secolo. Leggi il seguito di questo post »

Profondo Rep.

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Segnalo agli storici del costume che dopo la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore – bisognerà dar conto del non meno macabro revival della Polaroid brigatista, lanciato da Ezio Mauro per il quarantennale di Repubblica. In verità lui li chiama “selfie dei lettori con il primo numero”, ma per chiunque guardi la galleria sul sito di Rep. l’evocazione è inequivocabile, tanto più che il titolo di apertura del 14 gennaio 1976 era “L’incarico a Moro”. Le famiglie dei lettori possono rassicurarsi: sono tutti vivi e in salute. Confesso, volevo unirmi al carnevale, avevo pure ripescato in soffitta quel numero 1 che per centocinquanta lire mio padre comprò. Ma poi ho pensato che non ne avevo il diritto, perché l’essenza di Repubblica – lo ha ribadito Mauro alla grande festa all’Auditorium di Roma – è lo spirito di club, e io a quel club (un po’ per via di Groucho Marx, un po’ perché all’epoca avevo due mesi) non mi sento di appartenere granché. Quindi ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 17, 2016 at 2:35 pm

Il mondo movie di Recalcati

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Pasoliniano e polinesiano, è tornato Massimo Recalcati con la rubrica “I tabù del mondo”, ogni domenica su Repubblica. Pasoliniano, perché dice che viviamo una mutazione antropologica, la stessa descritta da PPP, e che se prima eravamo uomini dostoevskiani, presi nella morsa tra delitto e castigo, tra il Desiderio e la Legge, ora siamo nel tempo della disinibizione e del godimento senza limiti. Anche polinesiano però, perché non c’è Desiderio senza Legge, e per darci una regolata dovremmo riscoprire i tabù: uno a settimana per un anno. Cinquantadue sono le tappe previste dal grand tour. Il titolo, “I tabù del mondo”, fa pensare ai mondo movies, gli pseudodocumentari esotici e cruenti degli anni Sessanta – La donna nel mondo, I piaceri nel mondo, Il pelo nel mondo – ma guardando l’intervista di presentazione della rubrica la mia memoria cinematografica ha preso altre vie. Chi si ricorda di Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù?, il film del 1971 di Mariano Laurenti ispirato all’elenco dei cornuti di Fourier? Franco e Ciccio sono due monarchici terrorizzati dalla legge sul divorzio, finché un intellettuale che ha la stessa montatura di occhiali di Recalcati li convince che l’unica via per salvare il matrimonio è liberarsi dai tabù, capovolgendo l’idea tradizionale di famiglia. I due lo stanno ad ascoltare un po’ frastornati, si chiudono in una stanza a leggere Wilhelm Reich ed Emmanuelle (con il sospetto angoscioso che sia opera di un Savoia) e ne escono convinti di avere contratto il tabù, come fosse un’infezione strana. Decidono allora di scambiarsi le mogli, un atto di libertinaggio in difesa del matrimonio, tutto sta a convincere le rispettive signore. Franco, che non riesce a farsi entrare in testa quella parola polinesiana, sceglie una via melodrammatica: “Salvami, salvami dal tamburo!”. Leggi il seguito di questo post »

Sperate che siano innocenti

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TonyStasi
Bis, ter, quater in idem
: come processi perennemente ricelebrati, ci sono dilemmi tenaci che tornano di secolo in secolo. Commentando la vicenda Stasi, sul Foglio del 15 dicembre, l’ex magistrato Piero Tony ha scritto che dobbiamo mettere sotto accusa “il sistema processuale – che va urgentemente riformato – e non i magistrati suoi celebranti”. Con regole migliori, se ne deduce, casi raccapriccianti come quello che ha portato alla condanna di un pluriassolto sarebbero impensabili. E sia; ma in un lampo di déjà-vu ho ripensato alle battute finali dell’ultimo intervento pubblico di Enzo Tortora, in collegamento telefonico dal suo letto d’ospedale con la trasmissione “Il testimone” di Giuliano Ferrara. Alessandro Criscuolo, presidente allora dell’Anm (e oggi della Corte Costituzionale), sosteneva che il caso Tortora era nato dalle scorie di un sistema processuale figlio di tempi bui e autoritari, che la radice delle storture era nel vecchio rito inquisitorio tutto sbilanciato sull’accusa, che l’imminente introduzione del nuovo codice avrebbe reso impossibile il ripetersi di una tragedia come quella (non si azzardava a chiamarlo errore). Cercava poi, in tono di curiale sollecitudine, di ottenere l’assenso di Tortora, che però trovò un filo di voce per rispondergli, o meglio per mettere la domanda a testa in giù: “Io credo che voi siate impegnati in una difesa corporativa”, disse. “Volevate difendere la vostra cattiva fede”. Dalle colpe del sistema eccoci riportati alle colpe degli uomini. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 24, 2015 at 9:41 am

Televisione. Storia, immaginario, memoria

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ScanIn italia ancora stenta ad affermarsi una storia culturale della televisione di lunga durata che tenga in giusta considerazione l’analisi qualitativa degli ascolti, l’impatto sociale dei diversi programmi, il loro peso sull’immaginario nazionale. Questo anche e soprattutto perché è mancata la voglia di intersecare la storia dell’emittente con quella, dal “basso”, del ricevente. Eppure, in questo senso, la bibliografia internazionale è ricca di stimoli: storici, antropologi, studiosi di media studies hanno ricostruito il paesaggio culturale creato dai mezzi di comunicazione in una prospettiva assai feconda che si ritrova nei saggi qui contenuti. Oltre alla prospettiva storica il libro traccia alcune linee per uno studio delle dialettiche televisive e dell’immaginario, ovvero del ruolo della televisione nella costruzione di paesaggi mediali che, rappresentando individui e gruppi sociali, si attuano nella sfera pubblica modificandola.

Televisione. Storia, immaginario, memoria, a cura di Damiano Garofalo e Vanessa Roghi, Rubbettino, 2015, 272 pagine. Nel volume c’è il mio breve saggio Il circo mediatico-letterario. La spirale mitologica di Romanzo criminale (pp. 147-155).

Written by Guido

dicembre 19, 2015 at 11:25 am

Pubblicato su I miei libri

Comunello e Fasciolino. Il teatro dei burattini ideologici

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Sulla crisi del ’29 ancora ci si arrovella, la grande recessione del 2007 dividerà gli economisti per i prossimi cento anni, ma ai futuri storiografi che vorranno occuparsi dei miei disastri finanziari posso suggerire fin d’ora una data e una causa certa: 3 novembre 2001, giorno della mia iscrizione su eBay. Tra i cimeli che mi hanno spinto a dissipare allegramente i miei risparmi c’è un numero di Topolino del 1942, l’anno in cui il MinCulPop volle sostituire il personaggio di Walt Disney con il bambino Tuffolino, lui pure in braghette rosse e scarpe gialle. Nel nuovo fumetto autarchico e antiamericano Minnie diventava una bimba di nome Mimma, Pippo un amico nasone in gilet, la mucca Clarabella era ribattezzata Claretta (quest’ultima pensata ebbe vita breve, però: e credo sia superfluo spiegare il perché). È probabile che gli storici del mio crac finanziario dovranno segnarsi anche un nome, Stefano Pivato, e il titolo di un libro, Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda (il Mulino). Per colpa sua ho scoperto meraviglie come questa strofa di un fumetto socialista degli anni Venti: “Forte e ardito è Comunello / ed affronta il manganello / del gradasso Fasciolino / per difender Proletino”. Seguiranno, ineluttabili, nuove ricerche notturne su eBay, accessi di lussuria collezionistica, calde settimane di febbre scialacquona, fino al giorno in cui busseranno alla mia porta due omaccioni in gessato e occhiali scuri mandati dalla MasterCard a spezzarmi i pollici. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 18, 2015 at 10:12 am

Pubblicato su Il Foglio, Libri, Politica

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