Il blog di Guido Vitiello

Cosa c’è nella nebbia in Val Padana?

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Cosa c’è nella nebbia in Val Padana? La domanda di Cochi e Renato si ripresenta a tutti i grandi tornanti della storia della Repubblica, che è bene chiamare tornanti per la loro esasperante tendenza al ricorso. È una domanda che risuona, ostinata come un ritornello, ogni volta che una borghesia sotto sotto irresponsabile, esteriormente contegnosa quanto intimamente spericolata, si accanisce a pigiare sul pedale del qualunquismo e imbocca a tutta velocità la via del suicidio civile. Si dirà che lassù la visibilità non è delle migliori, e che anche una classe dirigente che avesse tutte le patenti in regola rischierebbe di sbandare. Come cantavano Cochi e Renato, in quella nebbia ci son cose che non ci credi nemmeno se le vedi – “a parte il fatto che non le vedi”; e se rimani intrappolato dentro, s’incasina la mentalità.

Io rimango intrappolato fuori, per elementari ragioni di geografia; ma un meridionale che voglia sapere che cos’è la nebbia può sempre interpellare il suo Mezzacapa di fiducia. Il mio si chiama Ugo Intini. Lui non lo sa (non ci conosciamo) ma l’ho intravisto mercoledì scorso, nella mia ultima escursione in Padania, passeggiando tra gli stand di Tempo di libri alla fiera di Rho. E mi sono ricordato di una pagina di un suo vecchio libro, La democrazia virtuale, dove la questione della nebbia era presa di petto. Intini parlava di quella borghesia che consegnò la democrazia a Mussolini nel 1922 e che negli anni Settanta sembrava voler ripetere l’operazione con il comunismo, confidando di poter cooptare i leninisti. Notava certi ricorsi perfino nel costume, paragonando i figli delle grandi famiglie milanesi che militavano nello squadrismo agli stessi figli che, qualche generazione dopo, avrebbero dato prestigio mondano a Potere Operaio o al movimento studentesco di Capanna. E aggiungeva, in una nota a piè di pagina tagliente come un fendinebbia: “È curioso notare che negli stessi salotti dove è attecchita la furia rivoluzionaria anti democratica negli anni Settanta, è attecchita anche la furia rivoluzionaria moralizzatrice sulla scia di Mani Pulite. Dalla rivoluzione fascista, a quella comunista, a quella promossa dalla Inquisizione, una certa borghesia milanese si è entusiasmata per tutto, meno che per la democrazia parlamentare”. Sarà per questo che non conosco un solo manzoniano a nord di Napoli, e che il grosso dell’eredità dell’autore della Colonna infame se la spartiscono siciliani che l’hanno a loro volta riscossa da Sciascia.

Oggi quella stessa borghesia, dopo aver inventato il qualunquismo dispettoso della Casta, si entusiasma per Grillo, e se non si entusiasma, quanto meno culla tra le braccia il bambolotto Di Maio o va in gita a Ivrea a celebrare l’inesistente lascito intellettuale di un ideologo da B-movie fantascientifico. E il mio fidato Mezzacapa, Ugo Intini, sa ancora trovare le parole per squarciare la nebbia. Ritrovo sull’Avanti un suo intervento di marzo: “Chiamiamo allora le cose con il loro nome. Ci troviamo di fronte, da noi, non soltanto al populismo ma a un’aggressione squadrista contro il Parlamento e contro la democrazia rappresentativa. Squadrista”. E se siamo sull’orlo del baratro è perché c’è una borghesia che si sta scavando la fossa da sola.

Così parlo Mezzacapa. Su Repubblica, nei primi anni Novanta, qualcuno prendeva in giro Ugo Intini chiamandolo “copia iperrealista di Craxi”. Sbagliava, ma sbagliando incappava in qualcosa di vero. Perché Intini, per quella strana gommosità del suo volto e quella chioma nera sempre immobile, ha proprio l’aria di una statua di Duane Hanson in resina poliestere. E passandogli accanto, l’altro giorno, ho avuto qualche istante di malinconico spaesamento, come se stessi visitando un museo delle cere della Prima Repubblica. Vedevo un esemplare miracolosamente intatto, ancora capace di chiamare le cose con il loro nome e di vederle chiare e distinte nella nebbia, ora che quella borghesia eternamente sfascista e poi fascista accelera verso il prossimo tornante, verso il prossimo ricorso.

Il Foglio, 29 aprile 2017

Written by Guido

maggio 4, 2017 a 6:38 pm

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

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