Guido Vitiello

Archive for the ‘Mani bucate’ Category

Tavola analitica dei liberali italiani

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Sul canovaccio del Tableau analytique du cocuage di Charles Fourier, che nei primi anni dell’Ottocento classificò ottanta tipi di cornuti d’ordine semplice e composto, voglio abbozzare una tavola analitica dei liberali italiani, un catalogo sommario dei nostri vezzi e delle nostre miserie. Mi limiterò ai tipi oggi più diffusi e perniciosi, trascurando magnifiche specie in via di estinzione come il Liberale snob o pannunziano (quello che indossa ancora i calzini del conte Carandini), il Liberale matto o dannunziano (quello convinto di essere il messia annunciato dalla vox clamantis di Mario Ferrara) e, più a destra, il Liberale straborghese o steampunk (quello che, in assenza di una borghesia civilizzatrice autoctona, si traveste da gentiluomo britannico del diciannovesimo secolo). Erano le nostre casate più nobili, i nostri zii eccentrici: saranno presto le nostre tribù perdute. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 13, 2019 at 7:52 pm

Il mistico del Dunning-Kruger

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Gianluigi Paragone 1-2

A ogni apocalisse la sua colonna sonora. Il tenente colonnello Kilgore bombardava villaggi vietcong diffondendo Wagner dagli altoparlanti degli elicotteri, tuffava il naso nell’inebriante odore del napalm e si preparava al surf sotto le bombe. Ora sentite questa: “Si scende a Roma. Nelle cuffie i Metallica. Tra le mani il libro di Elio Lannutti sulle banche”. Sembra un teenager in gita scolastica, è Gianluigi Paragone in un tweet di qualche anno fa, tornato a galla proprio adesso che il nono reggimento della cavalleria aerea grillina vuole paracadutarlo sulla commissione banche. Gli piace l’odore dei Savi di Sion al mattino. E cosa di meglio dell’heavy metal per metter paura a quei loschi depositi di metalli pesanti che sono le banche? Però proprio non me lo immagino su una tavola da surf. Anzi, ogni volta che vedo Paragone ripenso alla pagina di Eros e Priapo in cui Gadda illustra la “follia narcissica di un erotomane” con il ricordo di una domenica al mare: “Quando si fu alla battima da bagnarvi i piedi, un di noi, il folle, subito e’ corse un poco più avanti nel mare, e co’ i’ pretesto che senza mutandine te vi diguazzi meglio, in Tirreno, si ignudò: e le iscagliò a noi per palla. Orrorose enormità si palesarono ai poverini, bimbini e matrone ch’erano a pasticciare di arena con le lor pale, o ad ammollare come natanti pachidermi in quel punto. E lui si pavoneggiava felice, di certo pensando che i danesi, che gli svedesi, i norvegesi, i naturisti, i nudisti, così fanno. Ma qui s’era ad Ostia con gente di Porta Portese: e avevi poco a ignudarti, a fare il bullo naturista alla norvegese”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 13, 2019 at 7:44 pm

La macchina a terrore più internet

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Dormi tranquillo, Rousseau? No che non dorme tranquillo. Da quando Casaleggio padre lo ha immischiato nelle sue fantascientifiche strampalerie e l’erede dinastico gli ha intitolato una piattaforma fallata, il tenero Gian-Giacomo si è rivoltato nella tomba tante di quelle volte, ma tante di quelle volte, che i suoi compagni di sepoltura al Panthéon hanno pensato bene di fare una colletta per regalargli uno spiedo da girarrosto. “Dormi tranquillo, Rousseau?” era anche il titolo di un paragrafo di La machine à terreur di Laurent Dispot, un libro del 1977 che illumina la lenta trasformazione del Movimento Cinque Stelle, dopo gli entusiasmi corali dei V-Day e dei meet-up, in una fraternità cainita fondata sulla delazione, sull’annientamento simbolico dei traditori e dei sospetti, sul dossieraggio reciproco, sulle calunnie incrociate, sull’immolazione di ogni affetto privato – padri, amici, amanti – in cima alla pietra sacrificale della piattaforma. Se la rivoluzione industriale ha prodotto la macchina a vapore, scriveva Dispot, l’altra rivoluzione, quella francese, ha messo a punto la macchina a terrore, perfezionata poi dagli ingegneri leninisti. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 29, 2019 at 11:58 am

La nuova cultura del piagnisteo. La saga del politicamente scorretto

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Robert Hughes coniò la formula culture of complaint per descrivere la parabola del politicamente corretto, ma oggi è il soi-disant politicamente scorretto la più rumorosa cultura del piagnisteo. Dove ti giri, è tutto un lagna-lagna. Passano il giorno a lanciare scherni irripetibili, ma se Guy Verhofstadt si permette di usare per il nostro primo ministro una paroletta meramente descrittiva – burattino – per poco non invadono il Belgio. Il loro passatempo strapaesano è svillaneggiare Emmanuel Macron nei modi più grossolani, ma quando il presidente francese parla del populismo come di una lebbra, ecco che, poverini, si sentono etichettati uno ad uno come lebbrosi e si ammantano di indignazione virtuosa. Si compiacciono a dar fondo alle metafore zoologiche quando un immigrato è coinvolto in qualche crimine, ma se l’Espresso affianca Soumahoro e Salvini sotto l’insegna vittoriniana “Uomini e no” fanno i finti o i veri tonti e si mettono a starnazzare contro la disumanizzazione dell’avversario. Mario Giordano invoca quotidianamente la ruspa come un indemoniato, ma se gli fanno sommessamente notare che è sensibile al clima di intolleranza lui non solo abbandona lo studio di Piazza Pulita, ma il giorno dopo ci monta una campagna piagnucolosa, come già l’“eroe” (così Salvini) Maurizio Belpietro contro i giornalisti tedeschi che pretendono di darci lezioncine sulla Rai sovrana. Il ministro di polizia s’inventa una gogna al giorno, minorenni e scortati compresi, ma la sua capotifoseria Maria Giovanna Maglie scrive accorate lettere a Dagospia per lamentare che è il suo cocco a subire il clima d’odio, e come potrebbe non reagire? Per questa turpe china si arriva a Francesco Borgonovo che attacca Luigi Manconi, autore di una finissima meditazione su moralità e politica che l’allegra brigata salviniana ha dolosamente frainteso, di alimentare il clima d’odio – un po’ come se Charles Manson reclamasse perché i vicini di casa mettono Mozart a un volume troppo alto. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 25, 2019 at 1:18 pm

La piccola apocalisse di Freccero

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Compito per casa di storia delle idee: usando le tante edizioni italiane della Società dello spettacolo di Guy Debord, comporre l’albero genealogico di quella inafferrabile chimera chiamata “situazionismo” per capire come, di malinteso in malinteso, siamo arrivati allo sbandamento attuale in cui si evoca il situazionismo anche per le scampagnate grilline tra i gilet gialli, per i bucatini al ragù del ministro di polizia e in generale per chiunque faccia il matto in pubblico. Sarebbe un albero ben rigoglioso. Alla radice starebbe l’edizione De Donato del 1968, ma da lì si snoderebbero le ramificazioni più intricate: il Debord da ciclostile semiclandestino, il Debord dei filologi e dei dottrinari, il Debord dei marxisti accademici, il Debord degli studiosi di comunicazione, il Debord dei creativi, degli autori televisivi e dei pubblicitari che fatturano con l’alibi del trotzkismo. Per portarmi avanti con i compiti, mentre scrivo ho sotto gli occhi, accanto a quella del 1968, altre due edizioni diversamente emblematiche. Una è l’edizione SugarCo del 1990, in una collana diretta da Nanni Balestrini; ha una nota di Giorgio Agamben e una copertina sciantosissima dello stilista Missoni. L’altra è l’edizione Baldini & Castoldi, nella ristampa del 2013. Sulla copertina c’è il monoscopio caro ai vecchi spettatori della Rai catodica, e come la giri trovi una prefazione dell’attuale direttore di TeleVisegrad Carlo Freccero, che così ripercorre la traiettoria dei vecchi contestatori: “Quegli stessi che parlavano di lavoro salariato e plusvalore, che credevano al materialismo come unica chiave di lettura della società, sono diventati ‘creativi’, pedine di una società in cui la produzione è soprattutto produzione immateriale (…). Molti operatori del mondo dello spettacolo amano oggi definirsi situazionisti”. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 16, 2019 at 9:46 pm

Politicamente col retto

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Viviamo sotto la dittatura del politicamente col retto. Chi verrà dopo di noi (“Ai posteriori l’ardua sentenza”, diceva Tinto Brass nell’ormai rarissimo libello Elogio del culo) vedrà la nostra disgraziata stagione come un fazzoletto d’anni racchiuso tra il momento in cui un comico ci ha mandati tutti affanculo e il momento in cui ci siamo andati davvero, fischiettando. La scienza politica, che sarà a quel punto diventata un ramo della proctologia, dovrà constatare che alla fase aurorale rabelaisiana-swiftiana di Grillo, che usava ossessivamente metafore sodomitiche ed escrementizie per scardinare l’ordine esistente, è seguita una fase più matura, o classica se volete, in cui i rivoluzionari vittoriosi hanno edificato sulle fondamenta del fondoschiena la loro città. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 10, 2019 at 6:10 pm

La vera lezione del maestro di Foligno

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Il maestro di Foligno è finito nell’occhio del ciclone. Nell’occhio del ciclone? Ma come, ci rifili un cliché da titolista svogliato? Prima di lanciare questa accusa vi prego di dedicare mezz’ora del vostro tempo alla visione di The Eye of the Storm, un documentario televisivo del 1970 sull’esperimento di Jane Elliott, insegnante di terza elementare in una scuola di Riceville, Iowa – una signora con una terrificante acconciatura all’insù e quella montatura a occhi di gatto che la moda del tempo imponeva di abbinarle. Dopo l’assassinio di Martin Luther King jr., la maestra pensò bene di far sperimentare ai bambini della sua classe la dinamica della discriminazione razziale. Li divise in base al colore degli occhi – azzurri di qua, marroni di là. Spiegò che le persone con gli occhi chiari sono per natura più intelligenti, più pulite e più civili, e applicò per tutto il giorno alcune regole di apartheid scolastica: per esempio, niente giochi comuni in cortile tra i superbambini e i sottobambini. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 26, 2019 at 10:17 am