Il blog di Guido Vitiello

Archive for the ‘Mani bucate’ Category

Che cosa non è la Tradizione

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Oggi

Ripenso a un epigramma dell’infallibile Giorgio Calcagno: “Rusconi, un dì la gente / era migliore d’oggi: / ma sul conto corrente / val più la ‘Gente’ d’‘Oggi’”. Sono passati alcuni decenni, e la matassa di quelle allusioni satiriche va sbrogliata. Sotto lo stesso marchio editoriale, notava maliziosamente Calcagno, convivevano la Tradizione e il rotocalco, l’aristocrazia dello spirito e la chiacchiera illustrata, il disprezzo del mondo moderno e i paparazzi. La pars destruens era spesso sopraffina, e grazie a consulenti come Elémire Zolla e Augusto Del Noce nel catalogo Rusconi approdarono le opere di Simone Weil e di Cristina Campo, di J.R.R. Tolkien e di Pavel Florenskij. Quanto alla pars construens, be’, quella era un altro paio di maniche. Zolla, saggiamente, se ne disinteressò sempre, e il tentativo di “imprimere scosse galvaniche a corpi mistici di già cadaverici”, come era stato il caso del fascismo, gli pareva una truffa spirituale da negromanti. Non ha avuto eredi, ed era scontato che non ne avesse, tanto erano idiosincratiche le sue vie. Del Noce di eredi ne ha avuti invece fin troppi, e il suo nome di questi tempi è tornato a circolare più del solito, specie per quella profezia sul suicidio della rivoluzione che avrebbe trasformato il Pci in un “partito radicale di massa” (verrebbe da dire: magari). Sfogliando certa stampa di destra si ha a volte l’impressione di trovarsi davanti a riedizioni punk del Sabato, il battagliero settimanale cattolico su cui scriveva anche Del Noce. Alcuni bersagli variano, altri restano identici: la bestia nera della secolarizzazione, il mondo della finanza osservato con la prurigine un po’ fobica e un po’ lubrica di chi si sente escluso da un sabba misterioso, la progenie satanica di Eugenio Scalfari – che il nuovo Papa, affronto supremo e peccato contro lo Spirito, si è scelto come interlocutore. Aspetto al varco il primo che accuserà Bergoglio di essere uno gnostico camuffato: è nell’aria. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 10, 2018 at 12:24 pm

Il governo anatra-coniglio

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Duck-Rabbit-illusion Joseph Jastrow Ludwig Wittgenstein

Ne ha uccisi più il wishful thinking della guerra. La capacità della mente umana di accomodare i fatti ai desideri è virtualmente inesauribile, come dimostra il caso di Paul Rassinier, comunista, torturato dalla Gestapo, deportato a Buchenwald, che divenne tuttavia il battistrada dei negazionisti. Poiché le leggi della dialettica marxista non riuscivano a spiegare i campi di sterminio, i campi di sterminio non erano mai esistiti. “Pazzo d’ideologia, non amava certo i suoi carnefici, ma la propria visione del mondo”, scrisse Alain Finkielkraut in L’avenir d’une négation, contrastando l’idea comune che il suo fosse un caso di sindrome di Stoccolma. Vedete bene che non c’è freno alla potenza dell’autoinganno ideologico, e che al cospetto di questo caso limite sbiadiscono gli esempi più ordinari che abbiamo sotto gli occhi: schiere di politici, intellettuali e commentatori che per sopprimere la “dissonanza cognitiva” e farsi andar giù almeno metà del governo giallo-verde stanno facendo alla propria mente più o meno quel che il Canaro della Magliana fece alla sua vittima, in particolare lo shampoo al cervello. Sono i liberali per Salvini e i progressisti per Di Maio – due casi di scuola di bovarismo ideologico, se per bovarismo intendiamo non già, astrattamente, l’intossicarsi di trame romanzesche, quanto il bisogno che ha la disperata Emma di fingere che un dongiovanni come Rodolphe sia tutt’altro uomo da quel che appare. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 9, 2018 at 3:47 pm

Benvenuti nella savana inquisitoria

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judge

Nella città di Acchiappacitrulli, affollata di animali parlanti, può capitare che un vecchio pappagallo ti dia una soffiata per condurre il gatto e la volpe a processo da un gorilla; ma se mi chiedessero un’allegoria dell’Italia del 2018 non sceglierei Pinocchio, sceglierei una stampa del primo Novecento dove animali di varia specie – un elefante, un ippopotamo, un orso, un rinoceronte, una volpe, perfino una dignitosissima giraffa col pince-nez – sono radunati sotto lo scranno di un giudice leone imparruccato. Del resto, la savana ha le sue gerarchie. Malgrado il nome feroce, le Iene stanno piuttosto in basso nella catena alimentare delle inquisizioni, dove molti altri animali giornalistici, politici e polizieschi – l’habitat potrebbe arricchirsi di una bestia nuova, l’agente infiltrato – si divorano a vicenda sotto l’occhio di quei giudici leoni che, diceva Francis Bacon, sarebbe bene restassero sotto il trono, e che invece ne hanno fatto il loro giaciglio; e che, proprio come i leoni, possono starsene a sonnecchiare tutto il giorno, salvo dare un ruggito o cacciar fuori una zampa per far intendere chi comanda. È una lotta fratricida di inquisizioni concorrenti all’ombra della grande inquisizione. In un punto imprecisato della catena si trova la specie ibrida della commissione antimafia – bizzarro incrocio tra un tribunale, un comitato di salute pubblica e un’agenzia di stampa – e il suo nuovo presidente, il grillino Nicola Morra, ha già mostrato gli artigli. Lui, l’intellettuale del Movimento – pressappoco come Scarpinato è l’intellettuale della Procura di Palermo – ha detto che serve un controllo di moralità per gli iscritti agli ordini professionali; e che nessuno, lui neppure, è immune dal sospetto. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 7, 2018 at 11:05 am

Vespa contro le Vespe

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Martedì sera, intorno alle nove e mezza, uno squarcio anomalo nella rete del tempo ha fatto sì che gli italiani del 2018 d.C., seduti davanti ai loro televisori, si confondessero per qualche prodigioso istante con gli ateniesi del 422 a.C. convenuti al Teatro di Dioniso per festeggiare le Lenee. E una felice coincidenza onomastica – l’espediente di cui più spesso si serve la poetic justice per eseguire i suoi verdetti, o compiere le sue beffarde nemesi – ha voluto che fosse Bruno Vespa a rimettere in scena le Vespe, la commedia di Aristofane sull’ossessione per i processi, e sui giudici smaniosi di conficcare il proprio pungiglione nella carne di un imputato purchessia. Nella parte del vecchio Filocleone – “affetto da una malattia stranissima che non verrebbe in mente a nessuno”, la mania dei tribunali, un uomo che “col suo carattere bilioso, vota sempre per la condanna di tutti” – c’era l’imenottero Davigo. Il culmine più lampantemente aristofanesco, lì nel teatro di Floris, c’è stato quando Vespa ha detto che se sua nonna teneva sul comodino il ritratto di Giovanni XXIII e qualcun altro un libro o la foto del figlio, Davigo ci tiene le manette: “Lui si sveglia dicendo: ma oggi a chi tocca?”. Proprio come Filocleone, che la notte non chiude occhio per l’ansia di presentarsi alle udienze, e che “se il gallo canta verso sera, subito lo accusa di essersi fatto corrompere dagli imputati, per svegliarlo in ritardo”. In quel momento, credetemi, mentre tenevo gli occhi fissi sullo schermo, con una mano mi toccavo il petto, per esser certo di aver addosso la mia camicia e non un chitone da antico ateniese. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 1, 2018 at 5:54 pm

Processo alla borghesia

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borghesia

Diceva Luigi Einaudi – campione delle prediche inutili, in ogni campo – che borghesia è parola così equivoca che sarebbe buona cosa “escluderla dal novero di quelle adoperate dalle persone decise a non imbrogliare il prossimo”. È naturale, perciò, che sia tornata a risuonare nell’epoca dell’imbroglio deliberato e permanente. La sconnessa “Ode alla borghesia” firmata da Beppe Grillo e dal suo neurologo rimesta tra fonti per lo più canzonettistiche: il Gaber prematuramente declinante e sermoneggiante – campione delle prediche dannose, in ogni campo –, qualche eco camuffata dei canti di lotta di Claudio Lolli (saluta, Grillo, la “cara vecchia borghesia”), a cui si aggiungono reminiscenze involontarie e tic verbali variamente sovrapposti, dagli anni Venti agli anni Settanta – i due strati più corposi e indigesti della pentalasagna. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 24, 2018 at 11:02 am

Meditazioni pascaliane sulla prescrizione

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Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa, scriveva Pascal, che non aveva neppure osato immaginare l’eterno ruminio dei processi infiniti, non si era spinto fino a concepire la visione dantesca di una Giudecca giudiziaria dove il magistrato-Lucifero strazia coi denti, “a guisa di maciulla”, l’imputato finito per disavventura nelle sue fauci. C’è qualcosa di sottilmente metafisico nell’emendamento Bonafede, per quanto suoni comico pronunciare nello stesso respiro quel cognome e quell’attributo. “Hanno inventato la categoria del processo eterno”, ha detto un grande studioso del diritto penale, Tullio Padovani, in una bella intervista al Dubbio di qualche giorno fa. “Una durata eterna è ragionevole?”, si è chiesto – ed è domanda squisitamente filosofica. Ma la ragionevolezza inscritta nei principi costituzionali è appena una debole canna, un nonnulla sospeso tra due infiniti, l’infinito del processo e l’infinito del crimine, che vicendevolmente si implicano. Un pascaliano moderno, il filosofo e moralista Vladimir Jankélévitch, scrisse quasi cinquant’anni fa un saggio sull’“imprescrittibile”. È possibile prescrivere i crimini della Shoah? La saggezza del diritto ordinario, rispondeva Jankélévitch, non si può applicare alla dimensione esorbitante di un “crimine metafisico”, espressione di una “malignità ontologica” che lascia muti e annichiliti come il firmamento di Pascal: “Propriamente parlando, il grandioso massacro non è un crimine su scala umana; non più delle grandezze astronomiche e degli anni-luce”. Imprescrittibile, irreparabile e quindi per sua natura inespiabile, se non altro nel tempo breve della vita umana. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 17, 2018 at 11:11 am

La prima volta come farsa, la seconda pure

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Dopotutto, in Italia l’unica cosa seria sono le pagliacciate. Chi dice che il governo fa solo teatro, farebbe bene a interrogarsi su quel “solo”, a frugarci dentro come nel doppiofondo del cilindro di un mago: potrebbero spuntarne molti conigli. Luigi Barzini, che nel 1964 provò a far capire l’Italia ai lettori americani, impiegò decine di pagine a illustrare l’enigma del “perché gli italiani debbano essere attori, commediografi, coreografi e metteurs-en-scène del loro dramma individuale e nazionale”. La teatralità qui non è, come nel resto d’Europa, un paramento cerimoniale che adorna o all’occasione nasconde la nuda sostanza delle cose: è la sostanza stessa. Guai, diceva Barzini, a trascurare questo che è il tratto fondamentale del carattere nazionale. La messinscena “foggia la politica e i disegni politici”. Per gli italiani, infatti, non è mai stato facile ottenere il potere necessario per farsi rispettare. “Che cosa dovevano fare? Hanno inscenato un’imitazione quasi perfetta della potenza e della ricchezza reali. In tempi normali, del resto, quando non scoppiano conflitti, il potere e l’ostentazione del potere possono essere considerati equivalenti”. Ma in tempi meno normali questa equivalenza vien meno: “Può durare per un certo periodo di tempo, magari anche per moltissimo tempo, ma non per sempre. Finisce male. A un certo momento, fatalmente la potenza reale distrugge la potenza simulata e tutto si conclude con una catastrofe”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 10, 2018 at 7:50 pm