Il blog di Guido Vitiello

Oltreparlamentarismo

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Quando ho voglia di indispettire un amico magistrato (ma non fino al punto di farmi incriminare) rispolvero un mio vecchio progetto fantagiuridico di riforma della procedura penale. Già oggi molti processi si celebrano sui media più che nelle aule di giustizia, gli dico, e tutto fa supporre che le cose andranno peggiorando. Forse non sarà domani, magari neppure dopodomani, ma verrà il giorno in cui constateremo che abbiamo perso la guerra, che è velleitario cercare di mettere la cavezza alla bestiaccia indocile dell’informazione giudiziaria o sperare di ricondurre all’ovile dei tribunali la pecorella smarrita del processo, che ha preso l’abitudine di pascolare un po’ dove gli capita. Quando quel giorno arriverà, sarà bene che ci trovi pronti con in mano un codice garantista per disciplinare il rito mediatico, che l’imputato potrà scegliere come oggi sceglie, se gli conviene, il rito abbreviato. Il processo penale si svolgerà direttamente in uno studio televisivo e nelle forme di uno show, ma in condizioni di perfetta parità tra le parti, con regole precise di acquisizione delle prove e di escussione delle testimonianze. Se vogliamo, sarebbe un’estensione dell’area di giurisdizione di format arbitrali come l’americano Judge Judy o il nostro Forum (magari meno soporifero), nonché un taglio drastico di quel nodo che Antoine Garapon, nel suo saggio sul rituale giudiziario, chiamava la “delocalizzazione della scena giudiziaria nei media”. Dico queste cose con la faccia serissima, vedo l’amico magistrato che s’irrigidisce, sbuffa, scalpita, ma dopo aver riso un poco a sue spese mi rabbuio e piombo nello sconforto anch’io. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 18, 2019 at 3:03 pm

Il capro inutile

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A furia di speculare sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo, rischiamo di perdere di vista quello che Flaiano chiamava l’infinitamente medio. Sotto i nostri occhi si dispiega ogni giorno un rutilante caleidoscopio di lapidazioni simboliche, gogne medievali o maoiste, scene di caccia in bassa Padania, rituali di degradazione, linciaggi, colonne infami, imputazioni paranoidi, scaricamenti di barile, roghi di spaventapasseri; ma ci siamo abituati a osservare questa fantasmagoria cangiante tramite un lunghissimo cannocchiale archetipico, quello del capro espiatorio, quasi una costante antropologica disinvolta dal tempo e dallo spazio. Così facendo siamo di volta in volta pettegoli o moralisti classici, cronachisti in affanno sugli eventi o filosofi che li giudicano sotto la specie dell’eternità: e invece sarebbe buona cosa ragionare da politici. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 18, 2019 at 2:59 pm

Il conservatore umarell

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Piccola parabola senza pretese. Il paziente è affetto da un male nuovo, per il quale non esiste un nome diagnostico o un protocollo terapeutico sperimentato. Si teme che sia mortale, malgrado molti obiettino che non ci sono ancora nel mondo casi conclamati di decesso. Il quadro sintomatico è in parte già noto ma lascia comunque sconcertati, perché i sintomi si presentano combinati in modo insolito. Ricorda malattie che si credevano debellate da decenni, e per questo alcuni medici ripropongono vecchi rimedi; altri applicano cure palliative, per guadagnare tempo in attesa che si scopra la terapia; altri ancora, con quell’estro improvvisatorio che solo l’angoscia fa germinare, s’inventano protocolli sperimentali, che dopo successi estemporanei si rivelano deludenti. Gli amici del malato, assiepati nel piccolo anfiteatro a gradoni che un vetro separa dal blocco operatorio, assistono con apprensione a questi sforzi; pregano che si trovi la cura, certo, ma se dei medici pietosi prolungano anche di poco la vita del loro caro, è una benedizione: poiché lo amano, farebbero di tutto per riaverlo con sé, anche infiacchito e malandato. Sui gradoni, però, si notano alcuni osservatori dal contegno indecifrabile. Dicono di voler bene anche loro al malato, ma tutto quel che fanno è irridere gli uomini in camice bianco. Quel chirurgo maneggia male il bisturi, dice uno. Si crede un luminare della medicina ma i suoi sforzi boriosi non faranno che accelerare la proliferazione del morbo, gli fa eco un altro. Anzi – parlottano tra di loro, con un mezzo sorriso sarcastico – sono proprio questi medici ad aver causato la malattia, e se adesso il paziente muore, ben gli sta. Gli amici staccano per un istante il naso dal vetro, si girano allibiti ad ascoltarli e si chiedono: vogliono davvero bene, costoro, al poveretto sotto i ferri? Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 18, 2019 at 2:52 pm

Che cosa non è la Tradizione

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Oggi

Ripenso a un epigramma dell’infallibile Giorgio Calcagno: “Rusconi, un dì la gente / era migliore d’oggi: / ma sul conto corrente / val più la ‘Gente’ d’‘Oggi’”. Sono passati alcuni decenni, e la matassa di quelle allusioni satiriche va sbrogliata. Sotto lo stesso marchio editoriale, notava maliziosamente Calcagno, convivevano la Tradizione e il rotocalco, l’aristocrazia dello spirito e la chiacchiera illustrata, il disprezzo del mondo moderno e i paparazzi. La pars destruens era spesso sopraffina, e grazie a consulenti come Elémire Zolla e Augusto Del Noce nel catalogo Rusconi approdarono le opere di Simone Weil e di Cristina Campo, di J.R.R. Tolkien e di Pavel Florenskij. Quanto alla pars construens, be’, quella era un altro paio di maniche. Zolla, saggiamente, se ne disinteressò sempre, e il tentativo di “imprimere scosse galvaniche a corpi mistici di già cadaverici”, come era stato il caso del fascismo, gli pareva una truffa spirituale da negromanti. Non ha avuto eredi, ed era scontato che non ne avesse, tanto erano idiosincratiche le sue vie. Del Noce di eredi ne ha avuti invece fin troppi, e il suo nome di questi tempi è tornato a circolare più del solito, specie per quella profezia sul suicidio della rivoluzione che avrebbe trasformato il Pci in un “partito radicale di massa” (verrebbe da dire: magari). Sfogliando certa stampa di destra si ha a volte l’impressione di trovarsi davanti a riedizioni punk del Sabato, il battagliero settimanale cattolico su cui scriveva anche Del Noce. Alcuni bersagli variano, altri restano identici: la bestia nera della secolarizzazione, il mondo della finanza osservato con la prurigine un po’ fobica e un po’ lubrica di chi si sente escluso da un sabba misterioso, la progenie satanica di Eugenio Scalfari – che il nuovo Papa, affronto supremo e peccato contro lo Spirito, si è scelto come interlocutore. Aspetto al varco il primo che accuserà Bergoglio di essere uno gnostico camuffato: è nell’aria. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 10, 2018 at 12:24 pm

Il governo anatra-coniglio

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Duck-Rabbit-illusion Joseph Jastrow Ludwig Wittgenstein

Ne ha uccisi più il wishful thinking della guerra. La capacità della mente umana di accomodare i fatti ai desideri è virtualmente inesauribile, come dimostra il caso di Paul Rassinier, comunista, torturato dalla Gestapo, deportato a Buchenwald, che divenne tuttavia il battistrada dei negazionisti. Poiché le leggi della dialettica marxista non riuscivano a spiegare i campi di sterminio, i campi di sterminio non erano mai esistiti. “Pazzo d’ideologia, non amava certo i suoi carnefici, ma la propria visione del mondo”, scrisse Alain Finkielkraut in L’avenir d’une négation, contrastando l’idea comune che il suo fosse un caso di sindrome di Stoccolma. Vedete bene che non c’è freno alla potenza dell’autoinganno ideologico, e che al cospetto di questo caso limite sbiadiscono gli esempi più ordinari che abbiamo sotto gli occhi: schiere di politici, intellettuali e commentatori che per sopprimere la “dissonanza cognitiva” e farsi andar giù almeno metà del governo giallo-verde stanno facendo alla propria mente più o meno quel che il Canaro della Magliana fece alla sua vittima, in particolare lo shampoo al cervello. Sono i liberali per Salvini e i progressisti per Di Maio – due casi di scuola di bovarismo ideologico, se per bovarismo intendiamo non già, astrattamente, l’intossicarsi di trame romanzesche, quanto il bisogno che ha la disperata Emma di fingere che un dongiovanni come Rodolphe sia tutt’altro uomo da quel che appare. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 9, 2018 at 3:47 pm

Benvenuti nella savana inquisitoria

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judge

Nella città di Acchiappacitrulli, affollata di animali parlanti, può capitare che un vecchio pappagallo ti dia una soffiata per condurre il gatto e la volpe a processo da un gorilla; ma se mi chiedessero un’allegoria dell’Italia del 2018 non sceglierei Pinocchio, sceglierei una stampa del primo Novecento dove animali di varia specie – un elefante, un ippopotamo, un orso, un rinoceronte, una volpe, perfino una dignitosissima giraffa col pince-nez – sono radunati sotto lo scranno di un giudice leone imparruccato. Del resto, la savana ha le sue gerarchie. Malgrado il nome feroce, le Iene stanno piuttosto in basso nella catena alimentare delle inquisizioni, dove molti altri animali giornalistici, politici e polizieschi – l’habitat potrebbe arricchirsi di una bestia nuova, l’agente infiltrato – si divorano a vicenda sotto l’occhio di quei giudici leoni che, diceva Francis Bacon, sarebbe bene restassero sotto il trono, e che invece ne hanno fatto il loro giaciglio; e che, proprio come i leoni, possono starsene a sonnecchiare tutto il giorno, salvo dare un ruggito o cacciar fuori una zampa per far intendere chi comanda. È una lotta fratricida di inquisizioni concorrenti all’ombra della grande inquisizione. In un punto imprecisato della catena si trova la specie ibrida della commissione antimafia – bizzarro incrocio tra un tribunale, un comitato di salute pubblica e un’agenzia di stampa – e il suo nuovo presidente, il grillino Nicola Morra, ha già mostrato gli artigli. Lui, l’intellettuale del Movimento – pressappoco come Scarpinato è l’intellettuale della Procura di Palermo – ha detto che serve un controllo di moralità per gli iscritti agli ordini professionali; e che nessuno, lui neppure, è immune dal sospetto. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 7, 2018 at 11:05 am

Vespa contro le Vespe

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Martedì sera, intorno alle nove e mezza, uno squarcio anomalo nella rete del tempo ha fatto sì che gli italiani del 2018 d.C., seduti davanti ai loro televisori, si confondessero per qualche prodigioso istante con gli ateniesi del 422 a.C. convenuti al Teatro di Dioniso per festeggiare le Lenee. E una felice coincidenza onomastica – l’espediente di cui più spesso si serve la poetic justice per eseguire i suoi verdetti, o compiere le sue beffarde nemesi – ha voluto che fosse Bruno Vespa a rimettere in scena le Vespe, la commedia di Aristofane sull’ossessione per i processi, e sui giudici smaniosi di conficcare il proprio pungiglione nella carne di un imputato purchessia. Nella parte del vecchio Filocleone – “affetto da una malattia stranissima che non verrebbe in mente a nessuno”, la mania dei tribunali, un uomo che “col suo carattere bilioso, vota sempre per la condanna di tutti” – c’era l’imenottero Davigo. Il culmine più lampantemente aristofanesco, lì nel teatro di Floris, c’è stato quando Vespa ha detto che se sua nonna teneva sul comodino il ritratto di Giovanni XXIII e qualcun altro un libro o la foto del figlio, Davigo ci tiene le manette: “Lui si sveglia dicendo: ma oggi a chi tocca?”. Proprio come Filocleone, che la notte non chiude occhio per l’ansia di presentarsi alle udienze, e che “se il gallo canta verso sera, subito lo accusa di essersi fatto corrompere dagli imputati, per svegliarlo in ritardo”. In quel momento, credetemi, mentre tenevo gli occhi fissi sullo schermo, con una mano mi toccavo il petto, per esser certo di aver addosso la mia camicia e non un chitone da antico ateniese. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 1, 2018 at 5:54 pm