Il blog di Guido Vitiello

L’annegato, la mummia e il delitto quasi perfetto

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Cos’è stata, la seconda Repubblica, se non una lunga variazione su Thérèse Raquin? Gli amanti Thérèse e Laurent si liberano dell’ostacolo alla loro unione illegittima, il marito Camille, affogandolo nella Senna. Ora potranno finalmente amarsi alla luce del sole. Ma il delitto è meno perfetto di quanto sembra. Più dell’amore, ormai, li tiene avvinti quel segreto mostruoso, un fantasma che li insegue fin nel talamo nuziale: “Gli assassini avevano voluto essere in due, la notte, per proteggersi dall’annegato”, scrive Zola, “e per uno strano effetto rabbrividivano di più da quando si trovavano insieme”. La vita coniugale è un inferno. Thérèse e Laurent spasimano d’angoscia, si guardano con sospetto, lanciano recriminazioni reciproche, arrivano a odiarsi al punto da volersi uccidere l’un l’altra. Il lettore avrà già decrittato da sé l’allegoria. Camille Raquin, l’annegato, è Bettino Craxi. L’amore adulterino finalmente consacrato è quello tra le due famiglie di superstiti del compromesso storico graziati dalle procure, i post-berlingueriani e la sinistra democristiana. Le convulsioni successive del Pd, fino al climax melodrammatico di questi giorni, derivano dall’essersi stesi nel letto coniugale senza aver fatto i conti con il fantasma dell’annegato. Perché con Craxi colava a picco non solo il socialismo liberale; s’inabissava, in un fiume fangoso, anche la residua dignità dei poteri elettivi, o diciamo pure la dignità della politica. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 13, 2018 at 4:52 pm

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Il culto dell’incompetenza

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La chiave delle elezioni italiane del 2018 è sepolta in un libro francese del 1910 – e quale momento migliore della vigilia per soffiar via la polvere che si è accumulata tra le sue pagine. Basterà il titolo a convincere anche il lettore più scettico che la favola parla di noi, e di domani: Le culte de l’incompétence. È la migliore prefigurazione che io conosca di un’Italia fatta a immagine di quei buoni a nulla capaci di tutto a cui un ceto dirigente suicida, un mandarinato intellettuale corrivo e una stampa allegramente irresponsabile stanno spianando la strada. Il libro di cui parlo, e che raccomando agli editori di buona volontà, è opera di Emile Faguet, repubblicano e liberale conservatore, professore alla Sorbonne e allievo di Hippolyte Taine. Il clima politico della Terza Repubblica lo spinse a formulare una critica del principio democratico spinto alle estreme conseguenze, che culmina appunto nel culto dell’incompetenza. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 13, 2018 at 4:43 pm

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Quando lo stolto indica la Luna, il saggio guarda il dito

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Quando lo stolto indica la Luna, il saggio guarda il dito. Così capovolta, la massima mi piace già di più – e poi fa bene scuotere di tanto in tanto le metafore anchilosate. È difficile risalire alla fonte originaria di un detto così antico, diffuso nella tradizione zen come invito a non restare ancorati ai precetti e a tendere piuttosto all’esperienza ineffabile che quei precetti indicano. Neppure è facile individuare il momento esatto in cui la storiella del dito e della Luna cominciò la sua carriera politica, anche se un buon ancoraggio simbolico è il maggio 1968, quando la mano di un giovane contestatore la scarabocchiò su un muro del Conservatorio di Parigi. Il risultato di questo passaparola è che oggi, nelle raccolte di citazioni, la troviamo indifferentemente attribuita al Buddha e a Mao. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 2, 2018 at 8:37 pm

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Ienidi, canidi, grillidi. Appunti di zoopolitica

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Ora che uno sciame di grilli molesti si avventa sulla sua pelliccia maculata, la iena Filippo Roma fiuta l’odore pungente del parricidio. Il suo è stato un tu quoque anticipato alle Idi di febbraio: ma come – ha detto l’inviato delle Iene al Tempo – l’antipolitica l’abbiamo inventata noi, siamo noi il retroterra culturale del MoVimento, i cittadini portavoce venivano perfino a scattarsi le foto con me a Montecitorio… e ora? La delusione, s’intende, è reciproca. Cane non mangia cane, avrà pensato qualche pentastellato ringhioso quanto ignorante in zoologia: perché le iene non sono canidi, ma appunto ienidi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 24, 2018 at 3:44 pm

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Il “politicamente corretto” come capro espiatorio

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Nel macabro fotomontaggio di Laura Boldrini decapitata riaffiora l’iconografia del portrait du guillotiné, quel genere di stampe che circolavano in Francia ai tempi del Terrore: una testa recisa e gocciolante, un motto ammonitore per i traditori della patria. Ma la dichiarazione spaesata del divulgatore del fotomontaggio, un pacifico barbiere di mezza età della provincia di Cosenza braccato dalla polizia postale – “non saprei spiegare perché l’ho fatto” – suscita memorie perfino più antiche, le parole con cui Gesù, dalla croce, smascherò la falsa coscienza dei suoi persecutori, la cattiva fede della loro ferocia sonnambula: “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 24, 2018 at 3:33 pm

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Le cinque lezioni dell’affaire Marchesini

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Un vademecum per lettori selvaggi che vogliano orientarsi nel sottobosco dell’affaire Marchesini, in quattro tappe bibliografiche più una quinta esoterica. L’antefatto, o il fatto mancato, è questo: il critico Matteo Marchesini doveva pubblicare ad aprile, per Bompiani, una raccolta di saggi intitolata Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social. Aveva già divulgato la copertina, che equivale a spedire le partecipazioni di nozze, ma Antonio Franchini l’ha mollato all’altare. Gli ha fatto capire che non intende pubblicare un libro dove si pestano, tra cento altri, i pugili della sua scuderia: Montesano, Scurati, Moresco. “O togli i pezzi, o Casa di carte non esce”. Dunque non esce; ma qualche lezione da cavarne c’è – sullo stato dell’editoria, della società letteraria e di quella che fu la critica militante. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 24, 2018 at 3:26 pm

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Il povero notista non c’entra. Massimo Franco, in arte Don Abbondio

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Se Manzoni non si curò molto di descrivere l’aspetto di Don Abbondio, se attese otto capitoli prima di abbozzarne, quasi controvoglia, un ritratto a pennellate grosse (due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, due folti baffi…), è perché voleva fare del suo curato una macchia di Rorschach in cui ciascun lettore potesse riconoscere personaggi contemporanei a lui più familiari, dentro o fuori la Chiesa. La stessa idea, se non proprio con le stesse parole, la suggerì Angelandrea Zottoli in un libro del 1933, Il sistema di Don Abbondio, che Leonardo Sciascia considerava il miglior viatico ai Promessi sposi come romanzo disperato sul potere italiano. Zottoli rivedeva Don Abbondio sotto mille maschere, e quasi glielo rimproverava: “Vi si trova dove meno vi si aspetta, perché, alla prova, non c’è uniforme in cui le vostre membra non riescano ad aggiustarsi, non covricapo a cui la vostra fronte non si adatti”. Nei momenti più incongrui, pensando ad altro e ad altri, ecco che “un gesto, una parola ci sorprende e ci ferma. Ma sì; è inutile, per quanto inverosimile essa ci possa apparire, riluttare alla realtà: è don Abbondio che ci sta di fronte”. Da due secoli siamo tutti condannati a queste reminiscenze involontarie, improvvise come un singhiozzo. Eugenio Scalfari, per esempio, qualche anno fa credette di rivedere Don Abbondio in Ferruccio de Bortoli, ma si sbagliava (il suo ruolo nell’affare Boschi-Ghizzoni – “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo” – porta semmai l’impronta del Conte Zio). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 7, 2018 at 1:00 pm

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate