Il blog di Guido Vitiello

Archive for the ‘La Lettura’ Category

Così siamo diventati dei neo-primitivi

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20140614152111.resIn un punto imprecisato all’inizio del nuovo millennio, nelle strade delle grandi città apparvero i segni di una mutazione antropologica. Nulla a che fare con Pasolini e con il suo lamento sulla fine del mondo contadino. La scomparsa delle lucciole era ormai alle spalle; cominciava la comparsa delle mutande. Erano state fino a pochi anni prima l’ultima bandiera dell’intimità, a cui era concesso di sventolare solo dal pennone di uno stendipanni o nella burrasca di un incontro amoroso. Poi un bel giorno ci guardammo intorno ed era tutto un fiorire di mutande sgargianti, variamente firmate e decorate, che sporgevano dal bordo dei pantaloni a vita bassa.

I sismografi più sensibili del costume intuirono subito che per decifrare quel segno non bastava intendersi di moda o di sartoria. Fu un arbitro di eleganze come Alberto Arbasino il primo a capire che occorreva richiamare in servizio gli antropologi: «E se “la vita bassa”, per i prossimi Lévi-Strauss, diventasse un Segno antropologico tribale ed elettorale non solo giovanile, in un Musée de l’Homme con foto di addomi e posteriori aborigeni di fronte e profilo?». Era il 2008, e il pamphlet si chiamava appunto La vita bassa (pubblicato da Adelphi). Sei anni più tardi un antropologo ha finalmente risposto alla cartolina-precetto. Duccio Canestrini ha scritto infatti Antropop (Bollati Boringhieri), manifesto di un’antropologia che aspira a essere «pop» tanto nello stile, spigliato e divulgativo, quanto negli oggetti di studio: fumetti, serie tv, star musicali, gadget tecnologici, mode vestiarie. Continua a leggere su La Lettura

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giugno 28, 2014 at 11:27 am

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Winnie the Pooh dai filosofi salvaci tu

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31992_1Che ci faccio qui? Se lo chiedeva il giramondo Bruce Chatwin, ed è forse la domanda filosofica per eccellenza; ma da qualche tempo i filosofi sembrano rivolgerla, più che all’uomo in quanto tale, a se stessi. Immaginate un cocktail party in cui uno degli ospiti, che si aggira incerto tra i tavoli nel timore di passare per intruso, si cavi d’imbarazzo intrattenendo i convitati con lunghi discorsi sulla nobiltà, la necessità e l’inesauribile bellezza di questo suo spaesamento, e così facendo diventi l’anima della festa. Ecco, qualcosa di simile vale per i filosofi e per la loro misteriosa capacità di radunare folle festivaliere intorno a questioni non proprio elettrizzanti, quali: che cosa significa filosofare oggi? Che ci faccio qui? Come scriveva Jean-François Revel nella sua spiritosissima Histoire de la philosophie occidentale, ormai «filosofare è giustificarsi di filosofare». A noi profani affetti da daltonismo filosofico o da quella che un tempo si sarebbe detta Hegellosigkeit, carenza congenita di Hegel, può sembrar strano che i filosofi siano tanto assillati dal capire in che consiste il filosofare. Continua a leggere su La Lettura

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aprile 21, 2014 at 1:10 am

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Il bacio, arma di confusione di massa

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20130508_andreotti-bacio-300x300Peccato che le citazioni false siano false, perché spesso offrono imbeccate a cui è doloroso rinunciare. Come questa, attribuita a Henri Cartier-Bresson: «Una fotografia è un bacio oppure uno sparo». La frase originale è ben diversa (il fotografo disse che la sua Leica era «come un caldo bacio, come un colpo di pistola e come il lettino dello psicoanalista»), ma teniamoci stretta la versione apocrifa: è la didascalia ideale per la foto della manifestante No Tav immortalata mentre bacia sulla visiera un poliziotto in tenuta antisommossa, lo scorso 16 novembre in Val di Susa, salvo rivelare di lì a poco che si trattava di un gesto di disprezzo, di una provocazione. La ragazza, una ventenne di nome Nina De Chiffre, ha dissipato l’equivoco in meno di quarantott’ore, a differenza di Caroline de Bendern — la Marianna del maggio parigino fotografata mentre svettava sulla folla sventolando una bandiera vietnamita — che aspettò la bellezza di trent’anni prima di confessare che: primo, era salita sulle spalle di un amico perché non ne poteva più di camminare (ma in cambio le avevano appioppato la bandiera); secondo, aveva messo su quella faccia ispirata e solenne perché, da mannequin qual era, si era accorta di stare sotto l’occhio dei fotografi.

Lunga è la storia del bacio politico — dal bacio-manifesto al bacio-sparo, passando per il bacio che suggella un’alleanza — lunga almeno quanto la storia dei fraintendimenti a cui si è prestato, dei generosi abbagli che ha suscitato. Continua a leggere su La Lettura

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novembre 23, 2013 at 11:31 pm

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Così è nata la guerra sul pudore

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culo_del_mundoIl giudice Potter Stewart, già membro della Corte suprema degli Stati Uniti, diede nel 1964 una memorabile definizione della pornografia: «La riconosco quando la vedo». All’epoca la battuta faceva ridere (ma era vera), oggi farebbe ridere e basta. Nulla è meno comune del comune senso del pudore. E non certo per i proverbiali Pirenei di Blaise Pascal, che fanno sì che ciò che è reputato buono e accettabile al di qua sia turpe e vergognoso al di là. Ormai i Pirenei li abbiamo in casa, attraversano in lungo e in largo le nostre società, e sul pudore — su ciò che si possa e si debba mostrare, e come, e perché — regna una babelica confusione delle lingue. Le scaramucce tra le Femen a seno nudo e le tuniche verginali delle Antigones sono forse le prime avvisaglie di una nuova stagione di guerre del pudore, più intricate e indecifrabili di quelle balcaniche.

Anche noi abbiamo avuto le nostre tempeste in un bicchier d’acqua, se non in una tazzina da caffè: l’effimera polemica sulle ragazzine in minishorts e sui centimetri di pelle che è consentito mostrare senza essere considerate provocatrici (una variante del libello secentesco dell’abate Boileau sull’abuso di nudités de gorge, ossia di scollature); e la querelle un po’ tardiva e pretestuosa, innescata dalle parole della presidente della Camera Laura Boldrini, sulla cancellazione della trasmissione Rai diMiss Italia, concorso in cui alcuni vedono una tradizione nazionale da ravvivare e altri, grosso modo, l’equivalente umano di una mostra canina, con la differenza che vi si esibiscono solo esemplari femminili della specie, e che ai cani non è richiesto (grazie al cielo) di voltarsi e mostrare il «lato B». E già che di questo si parla, sappiate che le nostre guerre del pudore furono oscuramente annunciate da un sedere. Nulla di sexy, a dire il vero: era il sedere di un signore francese sulla quarantina, Monsieur La Brige. Continua a leggere su La Lettura

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agosto 14, 2013 at 9:55 pm

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Il bello del capitalismo

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iphoneIl capitalismo, ovvero l’opera d’arte totale. Possibile? Tutti gli indizi puntano all’evidenza contraria, e cioè che il mercato sia nemico giurato dell’arte, che sia all’origine di una propagazione capillare del brutto. Con gli anatemi scagliati per due secoli, dai tempi di Ruskin a quelli di Adorno, si potrebbe mettere insieme una requisitoria micidiale, una lista sfiancante di capi d’accusa: la profanazione industriale della natura, le metropoli caotiche e asfissianti, l’invasione delle catene alberghiere e dei franchising commerciali che accomunano tutti i luoghi in una sola insignificanza, le cavallette devastatrici del turismo di massa, la paccottiglia kitsch prodotta in serie e rovesciata quotidianamente in grembo al mondo intero, l’inquinamento visivo dei cartelloni pubblicitari, il neon che rende spettrali piazze e monumenti… In breve, l’inferno estetico. Non sembra facile ribaltare una sentenza così ben motivata, ed è una ragione in più per incuriosirsi al nuovo libro nato dal sodalizio tra due saggisti francesi, il sociologo Gilles Lipovetsky e il letterato Jean Serroy. S’intitola L’esthétisation du monde (Gallimard) e descrive l’epoca del «capitalismo artista», un’epoca in cui i dominii dell’estetica e dell’economia si compenetrano come mai era avvenuto prima. Continua a leggere su La Lettura.

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giugno 2, 2013 at 8:26 pm

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Verrà la Realtà e avrà i suoi occhi

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Maurizio+Ferraris+2012+International+Book+CO-b9NucjstlEcco, in una formula, il provincialismo italiano: doppiamo tutti i film americani, perché non sappiamo l’inglese, ma il titolo lo lasciamo nella lingua originale, perché suona meglio. La regola non vale solo per il cinema. Prendiamo il caso di Maurizio Ferraris e della sua creatura filosofica, il New Realism. Battezzarlo «nuovo realismo» non avrebbe avuto lo stesso effetto, così come uno striptease è più allettante di uno spogliarello. Tutto sta a scoprire (già che siamo in tema) quali grazie nasconde la veste esterofila del New Realism. Ebbene, rispondono gli autori del pamphlet Il nuovo realismo è un populismo (il melangolo): sotto l’etichetta non c’è niente. Procediamo con ordine. Nell’agosto del 2011, su «Repubblica», Ferraris lancia il Manifesto del New Realism, a cui seguono convegni, libri e controversie giornalistiche. L’operazione è ambiziosa: si tratta di tornare a un’idea forte di realtà accantonando i giochi ermeneutici della filosofia postmoderna, che ha spinto al parossismo il principio di Nietzsche secondo cui «non ci sono fatti, solo interpretazioni». Continua a leggere su La Lettura.

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maggio 27, 2013 at 10:20 pm

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Post. Il prefisso con cui giochiamo a fare i posteri

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NonsenseUna decina d’anni fa uscì a Londra The Dictionary of Fashionable Nonsense, uno sciocchezzaio che raccoglieva i luoghi comuni, le parole-totem e le astruserie gergali correnti nel mondo accademico, dalla A di Alienazione alla Z di Zeitgeist. La voce d’onore spettava naturalmente a «postmodernism», presentato come il pinnacolo di tutto l’edificio teorico contemporaneo e come un gigantesco passo avanti nella storia del pensiero, al punto che gli autori concludevano su una nota di sottile preoccupazione: «Sono tutti un po’ in ansia al pensiero di cosa accadrà quando arriverà il post-postmodernismo — ma forse sarà esattamente la stessa cosa, solo di più». Come tutti i divertimenti accademici (i divertimenti, cioè, di chi non sa divertirsi senza secchioneria), quel dizionarietto satirico aveva un fondo di serietà: il post-postmodernismo è puntualmente arrivato, anzi si era cominciato a parlarne già negli anni Ottanta, e oggi c’è chi riesce a scrivere in tutta austerità, senza un’ombra di senso del ridicolo, volumi fitti di note a piè di pagina sulla «condizione post-postmoderna». La nave dei folli è metafora antica e abusata, qui siamo semmai alla filosofia del motore in folle: quando il linguaggio non fa più attrito con la realtà, può salire di giri e rombare grandiosamente; gli ascoltatori se ne staranno a bocca aperta davanti a una tale esibizione di potenza, ma la macchina non si sposterà di un metro dal parcheggio. Continua a leggere su La Lettura.

Written by Guido

marzo 18, 2013 at 2:34 pm

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