Il blog di Guido Vitiello

Risorghi! Orazione funebre per Fantozzi

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Chi sarà tanto sfrontato da calare un congiuntivo in un’orazione funebre per Paolo Villaggio? Vadi pure ragioniere, procedi adagio verso la luce, risorghi! La questione non era ignota allo stesso Villaggio fin dai primi racconti di Fantozzi. Ai funerali del professor Vignardelli Bava, prematuramente scomparso all’età di novantadue anni, prende la parola per l’eulogia il collega professor Bellotti-Bon: “‘Se noi ora fuuu…’ e qui si bloccò. Si era trovato di fronte alla tragica barriera di un congiuntivo”. Non sa bene come coniugare il verbo, resta incagliato in quel sibilo interlocutorio, vorrebbe farsi da parte. “Coro di voci sghignazzanti: ‘Ah! Ah! Si ritira eh? Non ha più congiuntivi!’. ‘No’, fece il Bellotti, ‘ne ho ancora uno, ma vorrei tenermelo per la notte. Non si sa mai’”.

Un congiuntivo di scorta, in effetti, può far comodo. Perché non è in ballo un principio di astratta dogmatica grammaticale: il congiuntivo non è il congiuntivo, è il ragionare, è l’orizzonte mentale che indica, è tutto il bagaglio di presupposti e di non detti che si trascina dietro. Non è solo affare di piccoloborghesi e parvenu assetati di distinzione, che s’inerpicano di subordinata in subordinata su trampoli linguistici via via più barcollanti, e neppure di popolani che mettono il naso fuori dal dialetto per fare il verso alla lingua della burocrazia post-unitaria: per quello bastavano i film di Totò e Peppino. Nella violentissima microsocietà fantozziana il congiuntivo non è un ornamento, è un fondamento: per dirla un po’ pomposamente, da quel modo verbale passano tutte le forme della dialettica servo-padrone.

Risuona quasi sempre nella forma esortativa, coprendo l’intero arco che dall’invito cortese arriva all’ordine imperioso. Può servire a comporre formule di sottomissione cerimoniosa e masochistica a un passo dalla parodia ostile, che celano dietro un intrico di “facci lei” e di “dichi pure” un risentimento esplosivo – che però non esplode quasi mai, se non quando Fantozzi abbocca ai comizi da mensa del comunista Folagra, pecora rossa dell’azienda, e spacca le vetrate della megaditta. Diverso è il congiuntivo quando tuona dalla voce del padrone, che scudiscia i sottoposti a colpi di “se ne vadi!” e di “eschi!”. E se la coniugazione malcerta dell’impiegato è ancora carica di vergogna e di inadeguatezza, nelle sgrammaticature del direttore c’è qualcosa di trionfante. È l’ignoranza senza complessi, ostentata come segno di distinzione, la stessa di cui scriveva Goffredo Parise in un articolo del 1973 dall’esordio fantozziano: “Ho conosciuto un medio industriale di provincia (maglierie) sui sessant’anni, completamente analfabeta”.

A che punto è la notte? Servirà il congiuntivo di scorta del professor Bellotti-Bon? Il tema è tornato tragicamente attuale ora che abbiamo un vicepresidente della Camera (e non solo lui, a essere onesti) ben lontano dal padroneggiare l’italiano. L’onorevole Di Maio parla come Fantozzi, scrivono i giornali per canzonarlo – e c’è del vero e del falso, serve solo un rapido riepilogo. Le grammatiche definiscono il congiuntivo modo dell’incertezza e della possibilità, e quando Craxi il decisionista cominciò a preferirgli il più brusco indicativo, anche a costo di qualche errore, il linguista Luciano Satta commentò: “Il potere logora i congiuntivi di chi lo detiene”. Eravamo ancora nella Prima Repubblica, il cui muro già mezzo marcio sarebbe crollato di lì a poco sotto il trattore di un magistrato-contadino per il quale la grammatica era una cagata pazzesca. Quando Di Pietro entrò in politica, ricorda Giuseppe Antonelli nel recente Volgare eloquenza, un panettiere suo sostenitore disse: “Finalmente il partito del popolo ha candidato un uomo del popolo. Uno che sbaglia i congiuntivi come noi”. Ma anche quella stagione è passata. E allora, come sbaglia i congiuntivi Di Maio, ben più assertivo di Craxi nelle sue sparate? Come un popolano? Come un impiegato? Non esattamente. Io direi che li sbaglia come un Fantozzi diventato di colpo megadirettore.

Il Foglio, 3 luglio 2017

Written by Guido

luglio 28, 2017 a 7:33 pm

Pubblicato su Il Foglio

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