Il blog di Guido Vitiello

Perché i politici si fanno i video sui tetti?

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A una domanda svagata di Tommaso Labate, quasi un’esca gettata su Twitter – “Ma perché i politici che si fanno i video si piazzano tutti sui tetti?” – hanno abboccato banchi di commentatori, dando risposte sorprendenti. Ne trascrivo alcune, dalle più prosaiche alle più alate: per via della ricezione migliore 4G; perché la gente per strada li mena; così sono fuori tiro dai cecchini; “sempre più in alto!”, urlava Mike; perché il balcone di Piazza Venezia non basta più; perché ti vogliono dare la speranza che inciampano e cadono giù; per esorcizzare la tentazione di buttarsi. Hanno tutti ragione, e proverò a comporre queste imbeccate sparse in una visione d’insieme.

Che il secondo Matteo (fu primo) abbia voluto emulare il primo Matteo (fu secondo) rispondendo dai tetti di Firenze ai proclami lanciati dai tetti di Roma, è vero solo in parte: è più esatto dire che ha voluto sfidarlo nello stesso luogo simbolico. È lì, del resto, che si combattono i supereroi – Spiderman e Green Goblin tra i tetti di New York, Batman e Joker sui grattacieli di Gotham City – mentre la plebe rimane a terra col fiato sospeso (l’archetipo è nel “grande codice” biblico, è Satana che trascina Gesù sul pinnacolo del tempio). Certo, in quei film di solito è notte e diluvia; ma noi abbiamo supereroi da terrazza condominiale, con i panni stesi ad asciugare e una selva di parabole, perché lo spirito del tempo non tollera aristocrazie che si porgano sfacciatamente come tali: bisogna aver cura di conquistare vette che chiunque possa raggiungere in ascensore. Salvini recita la parte in piena coscienza: “Voglio cambiare questo paese – senza miracoli, eh, attenzione: non c’è Superman, non c’è Batman, non c’è Robin, non c’è l’Uomo Ragno”, diceva in una diretta ai tempi delle trattative per il governo, con il cielo bianco e azzurro alle spalle e la solita ripresa basculante, dove all’aspetto rassicurante del video casereccio si abbinava un tocco d’instabilità aerea e vertiginosa. E poi, in un’intervista di pochi giorni dopo: “Mi manca di mettere la mantellina di Superman e di volare sopra i palazzi, però non mi è dato fare”.

Sopra i palazzi gli è dato, invece, parlare: non da un attico (che avrebbe sentore di stanza chiusa, di privilegio), e neppure da un balcone (che darebbe subito un’eco ducesca o papalina), ma tra i tetti, all’aria. Più in alto non c’è nulla, né il Quirinale né la Corte costituzionale, solo le nuvole. Ed è bene che l’ascesa resti affabile, cordiale, come quella di Mike Bongiorno in mongolfiera (piccola nota a margine: fateci caso, nella voce e nell’eloquio dei capi della destra della Seconda Repubblica – Berlusconi, Salvini, più di tutti Fini – c’è sempre un’eco percepibile dei grandi presentatori televisivi della Prima). Già, ma cos’altro ricorda quel tetto? E perché tutti alludono al rischio, o al desiderio camuffato, della caduta? E soprattutto, come andrà a finire?

Frank Capra non lo sapeva. Per Arriva John Doe, nel 1941, aveva immaginato (e girato) cinque diversi finali. John Doe, il nome americano dell’uomo qualunque, è un cittadino infuriato contro la politica che scrive a un giornale per annunciare che si getterà, per protesta, dal tetto del municipio. Lui non esiste, è la trovata di una giornalista, ma ha un tale successo che per vendere altre copie bisogna reclutare con un casting qualcuno che lo incarni. Sarà un vagabondo, Gary Cooper, a dare un volto a John Doe. Gli americani comuni si identificheranno in lui, fonderanno club a suo nome, ne nasceranno intrighi politico-editoriali, tentativi di usare il movimento in una guerra tra elite e nella corsa alle presidenziali, e per vie tortuose la storia culminerà proprio lì, sul tetto del municipio, dove non sappiamo cos’ha intenzione di fare l’uomo qualunque diventato leader. Si butterà davvero giù? La giornalista sua pigmalionessa saprà dissuaderlo? Getterà la spugna? I mille John Doe d’America saliranno con lui sul tetto per portarlo in trionfo? Lascio al lettore, se non lo sa già, il piacere di scoprirlo. Nei film, almeno in quelli, si può sperare nel lieto fine.

Il Foglio, 23 giugno 2018

 

 

Written by Guido

giugno 28, 2018 a 4:17 pm

Una Risposta

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  1. Il tetto per antonomasia per me è quello del finale di Blade Runner: https://youtu.be/NoAzpa1x7jU

    Mauro Venier

    giugno 28, 2018 at 5:49 pm


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