Il blog di Guido Vitiello

Partire per esterofilia, restare per nanarofilia

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Giovedì, quarta notte di Valpurga – della terza, più fonda, si preoccupò Karl Kraus nel 1933 – ho visto Luigi Di Maio affacciarsi dal balcone di Palazzo Chigi, il volto illuminato dal basso come Boris Karloff in un B-movie dell’orrore, e ho capito che c’è una buona ragione per restare malgrado tutto in Italia. Ma come, direte voi, non è una di quelle occasioni in cui annunciare sdegnosamente piani di emigrazione in Francia, come si usava fare nel ventennio berlusconiano, salvo rimandare di quinquennio in quinquennio la partenza? E invece, guarda l’ironia, proprio nella mia ultima razzìa per librerie parigine ho trovato di che convincermi a non fare le valigie. È colpa di un piccolo libro per amanti del cinema scritto da Antonio Dominguez Leiva e Simon Laperrière, Éloge de la nanarophilie. Ecco, ora so che dovrò restare in Italia per “nanarofilia”. Ma da dove spunta questo strano neologismo?

Prima di tutto bisogna chiedersi che cos’è un nanar, parola francese usata per designare “quei film talmente mediocri, dalla sceneggiatura così penosa, con dei cattivi attori e delle scene acrobatiche così squallide che si è costretti a trovarli estremamente comici”. I film dalla serie B alla serie Z, quelli dello sgangheratissimo Ed Wood, le spericolate stravaganze di Roger Corman, i film con i wrestler messicani mascherati, la fantascienza fatta in casa con i fogli di alluminio da cucina, i mostroni giapponesi, i porno italiani con le naziste tettone… Da un film atroce, dove tutto è fuori posto, tutto è sbagliato, tutto è esteticamente repellente, non si possono staccare gli occhi, se ne è mesmerizzati come da un capolavoro. E cos’altro abbiamo visto, giovedì notte, se non un horror gotico a basso budget, salvo che quell’adunata sotto Palazzo Chigi era armata di bandiere bianche anziché di torce e di forconi, ed era venuta a festeggiare il figlio di Frankenstein e non (ancora) a incendiare il castello? Una scena da quarta notte di Valpurga, sì, ma più che altro una scena di quart’ordine.

Sotto la regia trash di Casalino e Morisi, il governo gialloverde ci sottopone a un supplizio estetico quotidiano, suscitando il tipico sbalordimento dello spettatore di film di serie Z che si sorprende a pensare: “Non posso credere che abbiano davvero girato questa scena” – e tuttavia, non riesce a distoglierne gli occhi. Conte e Salvini in quel siparietto tragicomico con il foglio A4 del decreto, il sottosegretario Di Stefano che presenta lo “spazzacorrotti” come un venditore di aspirapolvere di una tv locale, Toninelli da Vespa con il ponticello di plastica, e buon ultimo Di Maio nei panni della Mummia di Karloff… È spazzatura, d’accordo; ma agli occhi del nanarophile, è oro: “Lo spettatore trae un autentico piacere dalla visione interpretando ogni elemento scadente della produzione come elemento di distanziazione comica (perversione ludica del principio brechtiano della Verfremdung)”. Parlo per paradosso, ma neppure tanto. Questo straniamento ironico – che scatta come riflesso involontario, non come vezzo snobistico – in chiunque abbia serbato un minimo di decenza, potrebbe essere per un tempo molto lungo la nostra sola consolazione, una ben misera via alla Innere Emigration – l’emigrazione interna, o interiore, degli scrittori rimasti in patria dopo la “Terza notte di Valpurga” annunciata dal libro di Kraus.

Il film gialloverde è troppo incredibilmente scadente per staccare gli occhi dallo schermo. E pur di sapere come va a finire – magari con Di Battista che torna dal Sudamerica con una maschera da wrestler messicano – rischieremo di perdere l’ultimo aereo.

Il Foglio, 29 settembre 2018

Written by Guido

ottobre 22, 2018 a 10:48 am

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