Il blog di Guido Vitiello

Benvenuti nella savana inquisitoria

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Nella città di Acchiappacitrulli, affollata di animali parlanti, può capitare che un vecchio pappagallo ti dia una soffiata per condurre il gatto e la volpe a processo da un gorilla; ma se mi chiedessero un’allegoria dell’Italia del 2018 non sceglierei Pinocchio, sceglierei una stampa del primo Novecento dove animali di varia specie – un elefante, un ippopotamo, un orso, un rinoceronte, una volpe, perfino una dignitosissima giraffa col pince-nez – sono radunati sotto lo scranno di un giudice leone imparruccato. Del resto, la savana ha le sue gerarchie. Malgrado il nome feroce, le Iene stanno piuttosto in basso nella catena alimentare delle inquisizioni, dove molti altri animali giornalistici, politici e polizieschi – l’habitat potrebbe arricchirsi di una bestia nuova, l’agente infiltrato – si divorano a vicenda sotto l’occhio di quei giudici leoni che, diceva Francis Bacon, sarebbe bene restassero sotto il trono, e che invece ne hanno fatto il loro giaciglio; e che, proprio come i leoni, possono starsene a sonnecchiare tutto il giorno, salvo dare un ruggito o cacciar fuori una zampa per far intendere chi comanda. È una lotta fratricida di inquisizioni concorrenti all’ombra della grande inquisizione. In un punto imprecisato della catena si trova la specie ibrida della commissione antimafia – bizzarro incrocio tra un tribunale, un comitato di salute pubblica e un’agenzia di stampa – e il suo nuovo presidente, il grillino Nicola Morra, ha già mostrato gli artigli. Lui, l’intellettuale del Movimento – pressappoco come Scarpinato è l’intellettuale della Procura di Palermo – ha detto che serve un controllo di moralità per gli iscritti agli ordini professionali; e che nessuno, lui neppure, è immune dal sospetto.

Il rappresentante della nobile specie predata degli avvocati, il presidente dell’Unione delle camere penali Gian Domenico Caiazza, ha scritto in un commento alle frasi di Morra che “ormai la politica e le istituzioni sono ostaggio di una sorta di sindrome giustizialista che possiamo correttamente definire di matrice paranoico-ossessiva”. E nella mia mente è suonato un campanello per ognuno di quegli aggettivi. Non è forse su un alto magistrato di Dresda, il presidente della corte d’appello Daniel Paul Schreber, che Sigmund Freud elaborò la sua teoria della paranoia? Ma guai a dar l’idea di ritenere i giudici dei casi clinici; perciò lascerò perdere la paranoia e darò ascolto solo all’altro campanello, quello dell’ossessione: “La dubitatio incerta è uno stato d’animo patologico che si può tradurre con nevrosi ossessiva. L’autorità che sospetta è come il coniuge che si crede tradito. Agisce e reagisce irrazionalmente, avvicina episodi fra di loro contrastanti; accumuna azioni teleologicamente diverse, comportamenti contradditori o insignificanti, e li associa ed unisce in un unico ‘progetto criminale’ che presenta come certo e fondato”. Così Italo Mereu nelle prime pagine della Storia dell’intolleranza in Europa, scritto alla fine degli anni Settanta, quando il nostro sistema processuale cominciava a essere maciullato nelle fauci dell’emergenza. È un grande trattato sul sospetto, che nello zoo inquisitorio sembrerebbe avere un ruolo dimesso, già che vive acquattato nell’aia: “Come una grossa chioccia, il sospetto cova subito tutta una serie di istituti diversi”. Da queste uova spuntano mostri ringhianti, pronti ad avvolgere i malcapitati con uno o più giri di coda: e se l’eretico – che nella “eterna idea” dell’Inquisizione, come la chiamava Croce, ha avuto le incarnazioni storiche più varie – dev’essere divorato in un boccone, ci sono animali intermedi a cui spetta una masticazione più blanda ma non per questo meno dolorosa. Sono, scrive Mereu, “il sospettato e il fiancheggiatore (i fautores, come venivano chiamati nel diritto inquisitoriale)”. Costoro “vanno ‘tatuati’ con un marchio ben visibile” – per inverso, è il bollino di Morra – “e ridotti allo stato di minus habentes cioè di individui di seconda categoria, verso i quali è dato applicare un diritto ‘speciale’”. E qui sarà il lettore a sentire nelle orecchie non una, non due, ma cento campanelle.

La gallina ovaiola del sospetto non era mai stata così prolifica, sta deponendo uova di ogni forma e misura; e già si vedono spuntare dal guscio bestie mitologiche che gli illustratori del futuro si divertiranno a disegnare.

Il Foglio, 1 dicembre 2018

Written by Guido

dicembre 7, 2018 a 11:05 am

2 Risposte

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  1. Il problema è che il sistema penale, che ti sembra tanto inquisitorio, invece è diventato sempre meno potente. Nel complesso, il 90% e oltre dei processi finiscono in niente. Il fatto che non si riesca a giudicare e punire è uno dei motivi per cui la giustizia diventa una cosa diversa, un fatto simbolico, colpirne uno etc. L’inefficienza della giustizia, molto più dei problemi psicologici che pure ci sono, è la vera piaga che andrebbe combattuta, e i mezzi si conoscono da mezzo secolo, ma evidentemente tutti pensano che convenga di più tenersela così.

    eliaspallanzani

    dicembre 7, 2018 at 3:00 pm

    • Io però parlo proprio della cultura inquisitoria che si manifesta nelle tante “inquisizioni concorrenti”. La magistratura è solo al vertice della piramide, e detiene le chiavi del carcere. Ma prima di arrivare lì sono in molti a poterti rosolare sul rogo, alternandosi o alleandosi.

      Guido

      dicembre 7, 2018 at 3:57 pm


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