Guido Vitiello

Il mistico del Dunning-Kruger

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Gianluigi Paragone 1-2

A ogni apocalisse la sua colonna sonora. Il tenente colonnello Kilgore bombardava villaggi vietcong diffondendo Wagner dagli altoparlanti degli elicotteri, tuffava il naso nell’inebriante odore del napalm e si preparava al surf sotto le bombe. Ora sentite questa: “Si scende a Roma. Nelle cuffie i Metallica. Tra le mani il libro di Elio Lannutti sulle banche”. Sembra un teenager in gita scolastica, è Gianluigi Paragone in un tweet di qualche anno fa, tornato a galla proprio adesso che il nono reggimento della cavalleria aerea grillina vuole paracadutarlo sulla commissione banche. Gli piace l’odore dei Savi di Sion al mattino. E cosa di meglio dell’heavy metal per metter paura a quei loschi depositi di metalli pesanti che sono le banche? Però proprio non me lo immagino su una tavola da surf. Anzi, ogni volta che vedo Paragone ripenso alla pagina di Eros e Priapo in cui Gadda illustra la “follia narcissica di un erotomane” con il ricordo di una domenica al mare: “Quando si fu alla battima da bagnarvi i piedi, un di noi, il folle, subito e’ corse un poco più avanti nel mare, e co’ i’ pretesto che senza mutandine te vi diguazzi meglio, in Tirreno, si ignudò: e le iscagliò a noi per palla. Orrorose enormità si palesarono ai poverini, bimbini e matrone ch’erano a pasticciare di arena con le lor pale, o ad ammollare come natanti pachidermi in quel punto. E lui si pavoneggiava felice, di certo pensando che i danesi, che gli svedesi, i norvegesi, i naturisti, i nudisti, così fanno. Ma qui s’era ad Ostia con gente di Porta Portese: e avevi poco a ignudarti, a fare il bullo naturista alla norvegese”.

Io così immagino il tenente colonnello Paragone: uno che ti lancia a riva il costume appallottolato e saltella con spavalda spudoratezza tra le onde, roteando il pisello. È il buon selvaggio dei tempi nuovi, l’unico che sia riuscito a spingere l’effetto Dunning-Kruger oltre quel muro del suono dove l’inconsapevolezza dei propri limiti produce una misteriosa forma di felicità. Puoi condurre i talk show più abominevoli della storia della tv e far da trampolino a orripilanti carriere politiche, filosofiche o giornalistiche, puoi cantare e stonare tutto gongolante con la tua atroce band dall’atroce nome Skassakasta, puoi partecipare a dibattiti impari senza sapere quel che dici, sparare scemenze a raffica e non accorgerti di nulla, puoi aspirare a ruoli istituzionalmente delicati per i quali sei peggio che inadeguato senza neppure un tremito, un’indecisione, un tormento, e tutto con quel sorriso beatamente naïf che sembra venir fuori da Rousseau – e non la piattaforma farlocca, neppure il filosofo, ma Rousseau il Doganiere, il pittore delle foreste verdi folte folte e dei signori coi mustacchi che giocano a palla festanti nelle loro braghette a righe.

Negli altri little rascals della brigata gialloverde non trovi niente di paragonabile, non conoscono questa felicità ottusa e senza ombre, l’ascesi del Dunning-Kruger non li ha portati alle cime eroiche della santità. Alcuni la sfiorano, ma pur sfiorandola la mancano. Certo, anche Borghi è compiaciuto e gioviale, subito ti immagini il suo faccione sulla copertina di un manuale per sbancare al blackjack, eppure lascia intravedere giacimenti di risentimento che, se adeguatamente estratti, potrebbero sostituire le riserve auree della Banca d’Italia. Certo, anche Toninelli è privo di autocoscienza o di coscienza infelice, ma la sua beatitudine è affare di schiere angeliche più basse, è glacialmente esanime, tanto da farti supporre che fissandolo negli occhi Mesmer avrebbe potuto elaborare una teoria del magnetismo vegetale. Ed è pur vero che tra i colleghi di ribalderie mediatiche o politiche di Paragone ce ne sono tanti – Dino la iena, Dibba, Scanzi – che ti lancerebbero volentieri il costume appallottolato, ma si capisce lontano un miglio che non ci credono, che in qualche anfratto della loro coscienza il Dunning-Kruger non funziona a pieno regime, che per mantenersi giocondi devono schivare o sopprimere le smentite della realtà.

Paragone no. Paragone s’è beato e ciò non ode. È il Naturmensch del nostro mondo civilizzato, l’allegro gorilla scappato dalla Gabbia, la vetta sublime della felicità gialloverde. La sua pietra di paragone.

Il Foglio, 2 aprile 2019

Written by Guido

aprile 13, 2019 a 7:44 pm

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