Guido Vitiello

Arcipelago Boldrini

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Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor*. Mi raccomando l’asterisco, ché l’Ovra del gender non dorme mai, e del resto chi si sognerebbe di denigrare quella che il Gadda antimussoliniano chiamò la virile vulva della donna italiana? Abbiate anche l’accortezza di specificare che in quel confidenziale “bella ciao” gettato lì all’amata non c’è ombra di harassment, così da non scatenare le sanguinose rappresaglie dei plotoni del #metoo, almeno fino al giorno in cui ci saremo liberati dalle truppe d’occupazione del Politicamente Corretto. Quel giorno luminoso potrebbe essere un nuovo 25 aprile, come ho appreso ieri l’altro dai cinguettii di tre noti e autocertificati liberali italiani.

I celebranti ufficiali sono antifascisti ma non antitotalitari, dice il primo echeggiando Orwell, perché tollerano senza batter ciglio altre follie liberticide: ieri il comunismo, oggi il politically correct. E poi, aggiunge la seconda staffetta partigiana, basta con questo stucchevole al lupo al lupo degli antifascisti: le camicie nere non sono alle porte, oggi la lotta di liberazione si fa contro altri occupanti, per esempio il “politicamente corretto eretto a ideologia”. Il terzo della brigata, infine, coglie l’occasione del 25 aprile per un bilancio storico: il fascismo è morto e sepolto, il comunismo pure, ma quel che ne ha preso il posto a sinistra è ugualmente pericoloso e “sicuramente più perfido”. Più perfido del comunismo? E che sarà mai? L’asse rossobruno dei putiniani, quell’incubo da anni Trenta che incombe sull’Europa? Le nozze mistiche di Dugin e Bannon officiate dallo spettro infernale di Evola? Macché, quelle son bazzecole: il pericolo è il politicamente corretto.

Possiamo dire che tutto questo è demenziale? No, non possiamo dirlo, almeno finché gemiamo sotto il tallone dell’occupante di cui sopra, e allora limitiamoci a registrare che il politically correct ha preso ormai tutti i tratti di una ideazione paranoide. O anche, per parlare un gergo da liberatori, più adatto all’occasione: politicamente corretto è una formula imperialista che scalpita per il suo Lebensraum, e che di estensione abusiva in analogia pretestuosa, di comparazione sofistica in gioco di prestigio verbale, al termine di uno spettacolare Anschluss semantico ha affermato il suo dominio su molte altre idee fisse del variegato orizzonte mentale della destra italiana. Alla rinfusa: le élite globaliste, l’Unione europea come nuova Unione sovietica, i liberal e i radical chic, Fazio, il disprezzo del popolo bue, Soros, il culto della competenza e l’epistocrazia, i Parioli, il costruttivismo, il partito radicale di massa di Del Noce, la gnosi umanitarista, Bergoglio, l’ambientalismo e il femminismo, il Sessantotto, Radio Tre, la lobby gay, Feltrinelli, Capalbio, la sostituzione etnica, i baby boomer, il couscous, il partito di Repubblica, il masochismo occidentale, il buonismo, l’egemonia cattocomunista incistata nel deep state. Il lettore più attento avrà notato che in questo elenco-scioglilingua allucinatorio di cose che una volta o l’altra sono state messe sotto l’ospitale ombrello del politicamente corretto coabitano parole d’ordine liberali e parole d’ordine illiberali. E la lezione di quei tre cinguettii un po’ deliranti è tutta qui: consapevolmente o inconsapevolmente, ci sono liberali che stanno facendo del liberalismo una inutile e un po’ ridicola appendice al discorso dell’estrema destra.

Non foss’altro per il coraggio di aver denunciato un’ideologia liberticida più perfida del comunismo, li candiderei comunque per il Premio Sakharov. Ma è un premio del Parlamento europeo, il Soviet supremo: non lo ritirerebbero. E poi chissà, magari mentre scrivo queste parole i nostri eroi sono già nel primo cerchio dell’Arcipelago Boldrini.

Il Foglio, 27 aprile 2019

Written by Guido

Mag 5, 2019 a 11:07 am

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