Guido Vitiello

Il mito del cadavere nell’automobile

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Otto maggio, la Germania nazista si arrende agli Alleati. Nove maggio, le Brigate Rosse uccidono Aldo Moro. I due anniversari non sembrano avere alcun rapporto, se non quello – blandissimo – della contiguità sul calendario; eppure tra l’uno e l’altro, a guardar bene, è teso un impalpabile filo leggendario: il mito del cadavere nell’automobile. Ma andiamo con ordine. Tra il 1939 e il 1945 la principessa Marie Bonaparte, la paziente e amica di Sigmund Freud che si fece ambasciatrice della psicoanalisi in Francia, viaggia tra Parigi e Vichy, Atene e Alessandria, Londra e Città del Capo a caccia di quelle che oggi chiameremmo leggende metropolitane. Le raccoglie in uno strano libro, Mythes de guerre, scritto nel suo francese elegantissimo e stampato a Londra poco dopo la fine del conflitto. Il primo capitolo si intitolava, appunto, “Le mythe du cadavre dans l’auto”.

La storiella spacciata per vera, che circolava in moltissimi paesi con qualche variante più o meno significativa, è questa: un giovane è chiamato alle armi, e il giorno prima di partire è al volante della sua automobile con la fidanzata, disperata per la separazione improvvisa. Durante una sosta per far benzina prende a bordo una donna sconosciuta, o in altri casi uno zingaro. Non dovrai partire per la guerra, lo rassicura il misterioso passeggero, perché Hitler sarà morto entro la tal data, che è prossima; ma tu stai accorto a non metterti in viaggio stanotte, altrimenti ti ritroverai un cadavere nell’automobile. Più tardi, il secondo evento profetizzato si avvera; ed è la garanzia che anche il primo, la morte di Hitler, è imminente. In tutte le varianti dell’aneddoto leggendario c’è sempre il sangue di un uomo a rendere credibile il vaticinio dello sconosciuto: non basta un cane investito sulla strada, un tronco d’albero riverso, un guasto irreparabile al motore. Perché?

Marie Bonaparte trova una risposta semplice e impeccabile: lo stato di angoscia causato dalla guerra ha riportato a galla dalle nostre profondità un meccanismo antropologico arcaico, forse il più arcaico di tutti: il sacrificio umano. E il sacrificio si fonda sul principio della sostituzione: in questo caso, la vittima surrogata o è un altro uomo chiamato alle armi, come il guidatore che lo prende a bordo, o in altre versioni è un ferito grave, ossia una prefigurazione del probabile destino che lo attende al fronte. La morte del passeggero sostituto scongiura così la morte del conducente, e serve a espiare in anticipo l’altra morte, il grande parricidio che metterà fine all’angoscia: l’uccisione di Hitler, in cui Marie Bonaparte – che si rifà, naturalmente, alle congetture etnologiche di Totem e tabù – ravvisa un’ombra del Padre primordiale ucciso e divorato dall’orda dei figli-fratelli. È il prezzo sacrificale della pace. E perché la leggenda metropolitana sceglie proprio un’automobile come luogo del sacrificio? Qui la principessa sveste i panni dell’etnografa per indossare quelli della letterata: è il cavallo del Re degli elfi di Goethe, in sella al quale un padre trasporta nei boschi il figlio malato, nella vana speranza di sottrarlo alla morte; ed è il carro di Ade, la barca di Caronte, veicoli che mettono in comunicazione il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

Chissà che in queste pagine lontane non ci sia qualche lume simbolico per ripercorrere un altro viaggio, che comincia un sedici marzo con un ferito a bordo della 128 bianca del brigatista Mario Moretti, prosegue su una berlina, poi su un furgone, e culmina il nove maggio con un cadavere nel bagagliaio di una Renault 4. È il grande sacrificio umano della storia della Repubblica, in cui Italo Calvino rivide le uccisioni rituali dei re sacri descritte da Frazer nel Ramo d’Oro, e in cui Leonardo Sciascia riconobbe l’immolazione di un Urvater destinata a pesare sull’orda dei figli-fratelli: “Il suo cadavere non appartiene ad alcuno, ma la sua morte ci mette tutti sotto accusa”.

Il Foglio, 11 maggio 2019

Written by Guido

Mag 16, 2019 a 12:12 pm

2 Risposte

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  1. Mi scusi, il post mi è piaciuto moltissimo, ma perché scrive “un ferito a bordo della 128 bianca del brigatista Mario Moretti”? quella macchina resta, vuota, in via Fani. Quale ferito? grazie, scusi ancora, m.m.


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