Guido Vitiello

Romanovizzare i barbari. Dugin live

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Non sono riuscito a prendere i biglietti per nessuna delle date del tour italiano di Aleksandr Dugin, né ho entrature tra le sue groupies in parlamento e nella Rai. Magari proverò all’ultimo minuto con i bagarini, ma intanto per fortuna cominciano a spuntare i primi bootleg girati dai fan col telefonino, così ho potuto vedere il concerto del 5 giugno al Chiostro di San Francesco a Benevento. Che musica, gente! Bisogna dire che la scenografia era un po’ spoglia: un tavolo con bottigliette d’acqua e una statuina verde della crocifissione, e alle spalle due tricolori, quello della Federazione russa e quello imperiale della casa dei Romanov. Dugin però era in gran forma, con quella barba non si sa più se da narodnik o da hipster e quel piglio predicatorio da venditore di mistiche pentole che lo colloca in un punto indefinito tra lo Starec Zosima e lo Slavoj Zizek.

La scaletta era come al solito un mash-up di brani di artisti diversi, lo stile che ha reso famosi in tutta l’Eurasia e anche un po’ in America questi performer che remixano la Tradizione con la chaos magick postmoderna, ma c’è stata qualche variazione inaspettata. Per il pubblico di Benevento, a sorpresa, Dugin non ha eseguito il pezzo a cui deve il suo successo – l’incrocio fumettistico tra due dicotomie, terra/mare di Carl Schmitt e popoli solari/popoli lunari di Julius Evola –, ma ha improvvisato sulla base armonica di un nuovo mirabolante innesto: Zygmunt Bauman e René Guénon! Viviamo in una società liquida, ha detto Dugin, il che equivale in termini metafisici alla dissoluzione alla fine di un ciclo cosmico; ma i passaggi di stato non sono reversibili, e non ci è dato tornare a una società solida com’era quella moderna, razionalista, democratica, eccetera; perché quella solidità tutta profana, refrattaria agli influssi del Cielo, non poteva che liquefarsi. Le società tradizionali, al contrario, sono sempre state in comunicazione con le energie superiori, e anche se Dugin non si è spinto fino a menzionare il terzo stato, oltre al solido e al liquido, in cui può trovarsi la materia, le cose che ha sparato erano tutte ma proprio tutte gassate.

Nel bignamone-remix Dugin ha infilato anche un po’ di Mircea Eliade ma soprattutto, come dicevo, l’Uovo cosmico di René Guénon, uno dei simboli della scienza sacra. Nella società tradizionale (o gassosa), l’Uovo cosmico si schiude dall’alto, ma noi siamo nella postmodernità liquida, preparata dalla modernità solida, in cui il guscio s’incrina dal basso, spalancandosi sugli inferi. Tutto fin troppo chiaro. Io però, considerando la corrispondenza esoterica tra gli inferi e i fornelli (meglio se alimentati da un supergasdotto siberiano), mi aspettavo che dalla giustapposizione tra i passaggi di stato di Bauman e le galline dalle uova cosmiche di Guénon la nostra rockstar cavasse almeno la ricetta per l’uovo alla Dugin. Sono stato deluso.

Oggi, sabato otto giugno, il tour italiano di Aleksandr Dugin continua a Gavirate, provincia di Varese, dove il beniamino degli slavofili parlerà della “quarta teoria politica” (la sua creatura) applicata al cinema. Spero nel video rubato di qualche fan volenteroso, perché dopo il Bauman-Guénon possiamo aspettarci di tutto. Personalmente, gradirei molto un mash-up Tarantino-Dégrelle, perché tra le Iene e le Waffen-SS penso ci fosse qualche punto di contatto, specie nei metodi di persuasione; ma non mi dispiacerebbe affatto un monologo su Codreanu sullo sfondo della Passione di Mel Gibson, con occasionali frecciatine etnometafisiche a Spielberg, J.J. Abrams e Aronofsky. L’unico rimpianto è non essere lì ad ascoltarlo dal vivo. Poco male, però: mi giungono voci che a luglio ci sarà Steve Bannon in concerto alla Luiss Summer School, e stavolta prendo i biglietti in anticipo. Keep on rockin’ in the free world.

Il Foglio, 8 giugno 2019

Written by Guido

giugno 15, 2019 a 2:08 pm

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