Archive for the ‘Mani bucate’ Category
Il vestito del gobbo e la camicia di forza

Dopo il venerdì nero venne il sabato al verde, e anche chi aveva fatto delle mani bucate il proprio stemma nobiliare dovette inchinarsi, riluttante, alle insegne logore dell’anticonsumismo, che sono pastrani rivoltati, giacche con le toppe, calze rammendate sventolanti sul pennone. Ma grazie al cielo non ho altro lavoro da dare ai magazzinieri di Amazon, perché ho scoperto che nelle seconde file della mia biblioteca – corrispettivo libresco del cassetto della nonna pieno di vecchi bottoni – c’è già tutto il necessario. Razza di idiota che sono, anni a sperperare fortune in libri e libelli più o meno fatui sul nuovo populismo per poi scoprire che ne bastava uno solo, stampato da Feltrinelli nel lontano maggio del 1989, quando Luigino aveva appena cominciato a imparare l’italiano – la fatica di tutta una vita. Andiamo, editori, un po’ di decrescita felice! Avete qui, a chilometro zero, senza bisogno di importarlo dalle operosissime officine ideologiche francesi, il libro che ne rende superflui altri cento: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane di Carlo Tullio-Altan. Sulla vetrina di Amazon la copertina sbiadita, con accanto la scritta “Non disponibile”, pare una cenerentola tra le sorellastre più sgargianti che hanno loro pure la parola populismo appuntata in petto. Leggi il seguito di questo post »
Piccolo Teatro Gruber

In una mano il telecomando, nell’altra l’opera completa di Eugène Ionesco. Che fare? È così tutte le sere; e tutte le sere, dopo qualche esitazione, va a finire che mollo sul comodino Ionesco, premo il tasto sette e mi godo una mezz’ora di vero teatro dell’assurdo. Perché leggere Delirio a due quando Lilli Gruber mette in scena quegli impareggiabili deliri a tre? Giovedì, per esempio, la pièce era un piccolo capolavoro. Si trattava di aggiustare il pasticcio di Floris, che avrebbe dovuto portare sul palco Il re muore e, mannaggia, era riuscito addirittura a risuscitarlo. Per rimediare a quel successo catastrofico “di pubblico e di critica” – così ha esordito Gruber – ecco subito allestito un pezzo di meta-teatro dal titolo memorabile: “Renzi vince in tv: ma nelle urne?”. È stata una girandola di virtuosismi linguistici, paradossi sardonici, sgambetti alla logica. C’era Severgnini che sfoggiava tutto gongolante i suoi due nuovi, irresistibili calembour, Xanaxilvio e Tavorenzi; c’era una specie di rockabilly in dolcevita nero che diceva, mantenendo una faccia serissima, che Renzi avrebbe dovuto temere semmai un confronto con Di Battista (già, già, lo spalleggiava Severgnini, Di Battista è un pugile del peso giusto!); e c’era la sondaggista Ghisleri, secondo cui Di Maio ha perso l’occasione di “dimostrare che è uno statista”. Neppure un personaggio dei Rinoceronti avrebbe osato pronunciare nello stesso respiro quel cognome e quell’attributo. Leggi il seguito di questo post »
Garantismo è Giustizialismo (appendice al Newspeak di Orwell)

Da quel maestro ineguagliabile che era Gaetano Salvemini, scrisse Ernesto Rossi, un giovane poteva imparare “a battere con le nocche sull’intonaco delle parole per sentire quel che c’è dietro: il gesso, la pietra viva o il vuoto”. Giovani o meno giovani, tocca rimettersi tutti alla scuola di Salvemini, e di corsa; perché il crollo di un sistema si annuncia di solito con il disfacimento del linguaggio che lo sorregge dalle fondamenta. Ci sono movimenti tellurici che provocano slittamenti semantici impercettibili ma profondi, e se non te ne accorgi per tempo avrai la brutta sorpresa di bussare un giorno sull’intonaco di una parola e vedere venir giù l’intera parete. Leggi il seguito di questo post »
La piccola bottega dei cimeli totalitari

L’ultima balordaggine di Luigi Di Maio, che si è inventato un Cesare Battisti coinvolto nelle stragi, non è meno balorda delle precedenti ma si presta forse a qualche considerazione più raffinata, degna del “raffinato borghese” che ha sedotto Mario Monti a Cernobbio. Scambiare un terrorista rosso per un bombarolo nero non è neppure impuntatura post-ideologica, è orgoglio daltonico. Ma siccome Di Maio non è l’agitatore studentesco che sembra, è il capo neonominato del primo partito italiano, rinfoderiamo i sarcasmi sull’eterno fuoricorso scarso in storia e in grammatica: non possiamo permetterceli. Soffermiamoci piuttosto sul paradosso di un movimento che, ignorando tutto l’ignorabile di storia novecentesca, resta ugualmente impigliato negli strascichi delle sue reti. Leggi il seguito di questo post »
Premiato Pentitificio Pastrengo

Memorie dalla caserma dei morti, da quel Premiato Pentitificio Pastrengo – così lo ribattezzarono Enzo Tortora e i radicali – che approvigionava con i suoi prodotti tipici (vociferazioni e calunnie) i magistrati della Procura di Napoli impegnati nel processo alla Nuova camorra organizzata. Dopo anni di ricerche a tempo perso sono riuscito a metter le mani (bucate) su un cimelio piuttosto immondo: Gianni il bello. Autobiografia di un pentito, stampato nell’aprile del 1986 da un certo JN editore e scritto dalla giornalista Francamaria Trapani, parente stretta dell’allora procuratore capo di Napoli. Libro famigerato, che chiunque conosca un poco il caso Tortora associa a un sinistro tableau vivant allegorico: la fastosa presentazione al Circolo della stampa di Napoli, tra cronisti giudiziari, ordinari di diritto penale, signore impellicciate, figlie da marito e soprattutto alti magistrati, tra cui il futuro presidente dell’Anm Raffaele Bertone. Moderava Pasquale Nonno, direttore del Mattino. I tg della Rai non mancarono di dare notizia dell’avvenimento letterario e mondano. Leggi il seguito di questo post »
Un incubo a occhi aperti del principe Zaleski

Chi ama la bighelloneria intellettuale, gli itinerari illogici e tortuosi che qualunque Baedeker sconsiglierebbe ma qualunque perdigiorno imboccherebbe con la sicurezza di un sonnambulo, si prenda il lusso di visitare i saloni de L’innominabile attuale, il nuovo libro di Roberto Calasso, intrufolandosi da una porticina sul retro che neppure è segnata sulla planimetria del palazzo. È un racconto breve di M.P. Shiel scritto alla fine dell’Ottocento, una strana avventura poliziesca che ha per eroe l’eruditissimo e decadente principe Zaleski. Leggi il seguito di questo post »
Un raffinato borghese, con una compiuta articolazione intellettuale

Qual è il contrario di abbondantemente? A Berlino Boccaccio dice la verità. C’era sempre, a scuola, il buontempone che ti rifilava questa freddura deprimente. Alle elementari era il ragazzino intellettualmente precoce (e infatti i compagni faticavano a capirla: che ci fa Dante a Bonn? E chi è Boccaccio? Nel dubbio, i bulli lo pestavano); riproporla alle medie era già da ritardatari; al liceo, da ritardati. Dopo non so, non l’ho più sentita, ma mi dispiace non avere un’etichetta pronta: perché capita spesso di imbattersi in frasi, pronunciate da adulti raziocinanti, che sembrano composte con lo stesso criterio, dove cioè ogni parola è l’esatto opposto di quel che dovrebbe essere. Leggi il seguito di questo post »
Vi ci trovo numerose lagune, una certa ignorantità

I libri dei personaggi televisivi, specie dei comici di successo, vengono al mondo già rassegnati a una vita brevissima: qualche settimana di gloria sui banchi delle librerie, e poi lunghi anni a vagare come ombre nell’Averno delle bancarelle. I passanti li sfogliano distrattamente, ritrovano brandelli di tormentoni dimenticati e capiscono che a quei libri manca qualcosa di essenziale: solo se a leggerli è la voce dell’autore, o meglio del personaggio che lo ha reso celebre, c’è speranza di rianimarli. Ma chi se la ricorda, la voce di un personaggio televisivo di venti o trent’anni prima? Le poesie di Rokko Smithersons erano divertenti, ma senza Corrado Guzzanti che le recita alla Rokko Smithersons, con quella voce e quella giacca di pelle, Il Libro de Kipli resta un oggetto inerte. Anche chi ha le mani bucate come me lo soppesa un poco e poi lo lascia sulla bancarella senza troppi rimpianti. Leggi il seguito di questo post »
Tognazzi, Gassman, Consip

In un paese normale… Esiste preambolo più inavvertitamente comico, in Italia? E ancor più comico è chi riesce a servirsene senz’ombra di ironia, senza sentire nelle orecchie l’eco della propria voce che gli fa il verso. In un paese normale: come suona buffo! Il duello a colpi di hashtag #inunpaesenormale tra Luigi Di Maio e i lettori di Repubblica, dopo la notizia sull’incontro Salvini-Casaleggio, avrebbe dovuto illuminare anche i ciechi sul fatto che “paese normale” è in Italia una locuzione swiftiana, da utopia satirica, e che tanto varrebbe cominciare i discorsi citando Lilliput o Brobdingnag. Io per esempio mi mordo la lingua quando mi vien da dire che in un paese normale non si parlerebbe d’altro che del caso Consip, e che tutti, dalle massime autorità istituzionali in giù, maggioranza e opposizioni, giornali amici e nemici del governo, sarebbero impegnati a far luce sulle vie dell’eversione mediatico-giudiziaria, sulla manipolazione delle prove, sui depistaggi, sui passaggi orchestrati di informazioni, su come tutto questo si tiene e fa sistema; ma d’altronde nel leggendario Paese Normale questa luce la si sarebbe cercata, e pretesa, già venticinque anni fa, nel fatale 1992. “Un paese nel quale capita un fenomeno come Tangentopoli e non si fa un’indagine per capire che cosa è successo”, mi disse una volta uno straniero in patria, Giuseppe Di Federico, “che razza di paese è?”. Leggi il seguito di questo post »
Cosa si prepara nelle cucine del ristorante a cinque stelle

Ogni volta che vedo un grillino in un talk show – l’ultimo è stato Luigi Di Maio a Porta a Porta – mi torna in mente la scena di un vecchio film con Louis de Funès, Le Grand Restaurant. È quella in cui Monsieur Septime, l’occhiuto direttore del ristorante che fa anche da occasionale maître di sala, illustra la ricetta del soufflé di patate a un cliente tedesco; e a seconda di come fa oscillare la testa in qua o in là, delle ombre cinesi gli disegnano sul volto il ciuffo spiovente e i baffi a spazzolino di Hitler. Cos’era Di Maio quella sera, un cameriere affabile e sollecito, preoccupato solo del cittadino cliente che ha sempre ragione, pronto a porgergli un menu assortito che annoverava il fegato alla Almirante, lo spezzatino di Berlinguer e la tradizionale bouillabaisse delle correnti democristiane? O era piuttosto un caporaletto mellifluo, segretamente roso dal risentimento, ansioso di salire i gradi gerarchici della brigata di cucina da sguattero a mastro di sala? La questione di per sé non ha alcun interesse, e se c’è una cosa che non perdonerò mai ai Cinque Stelle e ai turlupinati che li sostengono è l’avermi costretto a occuparmi di loro, ma tant’è.
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