Guido Vitiello

Trattamento radicale, prima che finisca male

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A Piergiorgio Welby, e alla straordinaria testimonianza che sta offrendo con la sua determinazione a rendere pubblica, dunque politica, la sua morte, voglio dedicare una vecchia canzone del cantautore (nonché radicale) Edoardo Bennato: Dotti, medici e sapienti, solco numero cinque del bellissimo Burattino senza fili, (1977), che rileggeva la storia di Pinocchio in chiave anarchica e scanzonata.

Chissà perché, mi torna in mente ogni qualvolta assisto alle surreali discussioni del nostro ceto politico lunare, dove s’invocano meta-commissioni fatte di luminari della medicina, bioeticisti, sacerdoti, filosofi e druidi, che dovrebbero stabilire consensualmente i confini esatti dell'”accanimento terapeutico” e indi deliberare sul caso Welby, come se avessimo un paio di millenni a disposizione… Insomma, tutti gli artefici del girotondo intorno al letto di un moribondo. L’esortazione finale a scappare suona un po’ derisoria, lo so, ma in qualche modo gli dedico anche quella.

E nel nome del progresso
il dibattito sia aperto,
parleranno tutti quanti:
dotti, medici e sapienti. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 15, 2006 at 12:36 PM

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AutoBlografia, o meglio: autoanalisi (more freudiano) di un blogger

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Mi hanno invitato a partecipare – prima per scripta, su questo blog, poi per verba, alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” – al Forum Come nascono le idee?, sul rapporto tra pagine elettroniche e pagine di carta.

Siccome non ho mai riflettuto granché sull’argomento, si è convenuto che io scrivessi in chiave del tutto personale del mio blog e del rapporto che intrattiene con il mondo dei libri. Forse per molti di voi saranno pagine prive di interesse, ma in fondo il guviblog sta per compiere quattro anni, e una sbandata autobiografica gliela si può concedere… Dunque, riporto qui di seguito quel che ho scritto per il Forum.

*****

Mi è parso, leggendo qualcuno degli interventi proposti finora, che il centro delle riflessioni sia non tanto dove nascono le idee, quanto piuttosto: una volta partorite – siano esse frutto di amori legittimi o illegittimi, nate per errore o per concubinaggio, o perfino orfanelle spaurite che si sono presentate chissà come alla nostra porta – che cosa farne? Affidarle alle cure di un collegio di consolidata e plurisecolare reputazione, quale è quello del libro a stampa, o radunarle in un blog e consegnarle così alla volatilità della parola elettronica, esposte al vento e alle intemperie? Qualcuno ha parlato di un percorso dallo schermo alla carta stampata; altri del tragitto inverso, dal libro al blog. Forse può essere di qualche interesse la testimonianza di uno che è rimasto incagliato a metà strada, con le orfanelle in braccio. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 29, 2006 at 7:40 PM

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Franco, Ciccio e l’areodjarekput

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Che cos’è l’areodjarekput? È una parola della lingua inuktitut, parlata dagli inuit dell’Artico. Il senso del Tingo, il dizionario delle parole più stravaganti del mondo, ne dà questa definizione: “Scambiarsi le mogli, ma solo per qualche giorno, e conservando il diritto ad avere rapporti sessuali con la propria consorte”. Ora, superato lo shock per la rivelazione dell’esistenza di civiltà superiori, vi chiederete cosa ha a che fare tutto questo con Franco e Ciccio.

È presto detto: nel film a episodi Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù? (1971) di Mariano Laurenti, equivalente pecoreccio dell’Elenco analitico dei cornuti (1808) di Charles Fourier, il duo comico siciliano pratica per l’appunto l’areodjarekput. I due militanti monarchici e antidivorzisti Franco Bello e Ciccio Merendino (così si chiamano nell’episodio in questione) sono in cerca di espedienti per salvare l’istituzione del matrimonio, minacciata dalla legge sul divorzio appena entrata in vigore. S’imbattono allora in un baffuto intellettuale dedito al libertinaggio, che gli propone di “ampliare il concetto di famiglia… con un’altra famiglia: vivendo con la moglie di un altro, che a sua volta vive con tua moglie; così si diventa il marito dell’amante che è moglie dell’amante di tua moglie, potendo diventare anche amanti della propria moglie senza rompere il matrimonio”. Leggi il seguito di questo post »

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settembre 30, 2006 at 7:36 PM

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Aldo Moro, il Signore del Gladio e le Brigate Rosacroce

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Avevo sempre pensato che spirasse una qualche aria di famiglia tra i dietrologi che interpretano tutti i misteri italiani, da Piazza Fontana al caso Moro, in chiave cospiratoria (il doppio Stato, il Grande Vecchio, le trame atlantiche e così via) e gli appassionati di complotti a sfondo esoterico nello stile del Codice Da Vinci, con tanto di Graal, Templari e Priorato di Sion.

Quel che proprio non credevo plausibile è che le due famiglie potessero mai trovare un punto d’incontro, o di fusione. Insomma, davo per scontato che (eccezion fatta per il caso assai anomalo di Giorgio Galli) si trattasse tutt’al più di “convergenze parallele”. Due libri, però, mi hanno costretto a ricredermi.

Il primo è Il quarto livello di Carlo Palermo – sì, proprio lui, il magistrato che negli anni Ottanta ha condotto inchieste su mafia, corruzione, traffico d’armi e droga, e che poi è stato parlamentare con la Rete di Leoluca Orlando. Nelle prime pagine, Palermo tempesta il lettore con una gragnuola di interrogativi allusivi:

Perché gli hutu e i tutsi si sono massacrati a vicenda in Ruanda? Perché altrettanto hanno fatto i popoli dell’ex Jugoslavia? Perché oggi si sparge il terrore a Parigi o a Beirut, ad Algeri o a New York, a Islamabad, a Karachi o a Gerusalemme? […] Perché in Canada e in Svizzera ancora si ricorre a macabri suicidi di massa, in nome di una setta religiosa che si ispira al vecchio Ordine dei templari…? Perché, alla soglia del terzo millennio la Chiesa ancora non spiega ai fedeli il terzo segreto di Fatima…? Perché ancora oggi non riusciamo a far piena luce sulle terribili stragi che hanno colpito l’Italia negli anni Settanta e Ottanta…? Leggi il seguito di questo post »

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agosto 29, 2006 at 7:33 PM

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Un misconosciuto Bob Dylan sionista

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Leggevo ieri sul Corriere della Sera un’intervista al ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, la prima donna a ricoprire quest’incarico dai tempi della racchiona Golda Meir, quando mi sono imbattuto in questa frase: “So che tanti nel mondo vogliono farci passare per i teppisti del quartiere”. Teppisti del quartiere. È pressoché certo che la Livni abbia usato l’espressione inglese neighborhood bully, a cui (l’ho verificato) ha già fatto ricorso in altre interviste nei mesi scorsi.

Ebbene, Neighborhood bully è il titolo di una canzone di Bob Dylan, un pugnace manifesto sionista scritto ai tempi della prima guerra in Libano, agli inizi degli anni Ottanta. Il “bullo del vicinato” di cui parla la non bella canzone è lo Stato di Israele, che tale appare agli occhi dei paesi arabi confinanti. Possibile che si tratti di un’espressione gergale usata abitualmente per definire Israele; non sono abbastanza addentro per saperlo. Vi trascrivo però parte della canzone (nella traduzione “canonica” di Alessandro Carrera), anche perché svela un volto poco noto di Dylan.

Tutti hanno in mente l’immagine oleografica e dolciastra del “menestrello della pace”, che canta contro la guerra in Vietnam e la bomba atomica. In realtà, canzoni sul Vietnam Dylan non ne ha mai fatte, e molti l’hanno rimproverato per questa latitanza; è un autore “impolitico”, che se parla di politica lo fa in un orizzonte messianico e apocalittico (secolarizzato, si dirà; ma non troppo). È quel che accade anche in Neighborhood bully, tramata da cima a fondo di immagini bibliche – e, per la cronaca, uscita sull’album Infidels.

Bullo del quartiere, cacciato via da ogni paese,
ha vagato in esilio sulla Terra.
La sua famiglia l’ha vista disperdersi, la sua gente inseguita e sbranata.
Sempre processato soltanto perché è nato,
è il bullo del quartiere. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 26, 2006 at 7:30 PM

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Soddisfatti o riesumati: due tombaroli insospettabili

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La mente umana è un portentoso barman: mescola nel suo shaker gli ingredienti più disparati e ne fa cocktail imprevedibili. Ecco l’ultimo che mi è stato servito, oggi stesso. Primo ingrediente: qualche giorno fa su questo blog citavo Norman Bates, protagonista di Psycho, e Dante Gabriele Rossetti, che acconsentì a disseppellire la sua amata per recuperare un manoscritto di poesie d’amore. Secondo ingrediente: è uscito nelle sale The White Diamond di Werner Herzog, il mio regista preferito. Terzo e ultimo ingrediente: ho cominciato a leggere un libro sul cinema e la malattia mentale, La mente altrove.

Questi tre ingredienti, agitati ben bene nel mio cerebro-shaker, mi hanno riportato alla memoria l’incommentabile (nel bene e nel male) racconto che Werner Herzog fece in un’intervista a Paul Cronin. In breve, il documentarista Errol Morris (autore del formidabile Mr. Death) stava facendo ricerche in lungo e in largo sui serial killer, e queste ricerche lo avevano portato a spendere qualche mese a Plainfield, nel Wisconsin. Racconta Herzog:

Errol era attratto dal posto perché era la cittadina dove Ed Gein, l’uomo che ha ispirato il personaggio di Norman Bates in Psycho, aveva vissuto e commesso i suoi delitti. (…) Si era fissato su una curiosità decisamente bizzarra: Ed Gein non solo aveva ucciso diverse persone, ma aveva anche riesumato dal cimitero cadaveri seppelliti di recente e ne aveva conservato la carne facendone un trono e un paralume. Errol scoprì che le tombe che aveva scavato formavano un cerchio perfetto, e che al centro del cerchio c’era la madre di Gein. E si scervellava per capire se Gein avesse dissepolto anche sua madre. Finché un bel giorno gli ho detto: “Errol, lo saprai solo se torni a Plainfield a scavare tu stesso. Se la tomba è vuota, Ed Gein è stato lì prima di te”. Decidemmo che saremmo andati a scavare insieme, ed eravamo piuttosto eccitati all’idea. All’epoca stavo girando un paio di sequenze di Cuore di vetro in Alaska, e sulla via del ritorno per New York ho attraversato il confine dal Canada e ho fatto una puntata a Plainfield. Ero lì ad aspettare Errol, ma lui si è tirato indietro e non si è mai presentato. In seguito ho capito che è stata la cosa migliore. A volte è molto meglio lasciare le domande senza risposta. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 14, 2006 at 7:23 PM

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Vattimo, Minimum fax e il VerdeUlivo mondiale

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“L’AVANA. – Il filosofo e ricercatore italiano Gianni Vattimo ha conquistato i cuori cubani con la sua conferenza nell’Istituto Superiore d’Arte, durante la quale ha confessato di sentirsi già cittadino cubano“. Cosa c’è di più comico di questo incipit, da un articolo comparso il 29 marzo sull’edizione internazionale di Granma, organo del regime castrista?

Ve lo dico io, cosa c’è di più comico: la pagina di ieri, 28 maggio, sulla Stampa di Torino, in cui Vattimo racconta il suo incontro con il Líder Máximo in persona; a ragione Christian Rocca lo definisce “il pezzo di letteratura più comico dai tempi di Wodehouse“. Basta leggerne un estratto:

Così, quando (…) sono stato ricevuto da Fidel (una domenica pomeriggio) per un colloquio privato, non ho dovuto fingere nulla, i miei sentimenti di ammirazione, devozione, vero e proprio “amoroso affetto” hanno potuto esprimersi liberamente. Castro (nella sua usuale uniforme verde oliva) mi ha abbracciato e io gli ho preso il viso tra le mani con qualche lacrima agli occhi. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 29, 2006 at 7:08 PM

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San Tommaso era un nerd

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Molti anni fa – quarantadue, per l’esattezza – Susan Sontag tentò di circoscrivere l’elusiva categoria del camp e di assegnarle confini certi entro un campo semantico conteso da molti altri monosillabi: kitsch, pop e via enumerando. Non era impresa facile, tant’è vero che ne sortirono le 58 proposizioni di Notes on Camp. Oggi l’esperto di fumetti Stefano Priarone tenta qualcosa di simile con una categoria non meno sfuggente: quella di nerd.

Anche qui c’è da destreggiarsi in un campo semantico sovraffollato, sul quale bivaccano paroline più segnaletiche che denotative: geek, otaku, bampa. Ma quel che emerge dalla lettura di Nerd Power è che l’eroe eponimo del volumetto è anzitutto un cultore: qualcuno che si dedichi a una passione (che siano i fumetti, la programmazione informatica o le serie televisive) in modo ossessivo, feticista, metodico fino alla pedanteria. Sacrificando sull’altare di questa passione le esigenze della vita reale, o direi più in generale del mondo fisico. Il nerd più famoso del mondo è Bill Gates, dunque è naturale che per molti la parola sia associata ai patiti dell’informatica… Ma che dire dell’eroe che ha fatto spesso capolino in questo blog, il giovane bibliomane?

Sotto molti aspetti, lo si potrebbe definire il gemello gutenberghiano del nerd. Le affinità tra i due tipi saltano all’occhio. Lui pure occhialuto e di colorito itterico, il biblionerd condivide con il suo analogo tecno-feticista un’altra caratteristica fondamentale: la sua corporatura si situa immancabilmente agli estremi dello spettro delle possibilità umane. Le grandi varianti sono due: Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 1, 2006 at 7:04 PM

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L’entropia della lingua

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Dopo tanti libri che preferirei non aver letto, finalmente mi imbatto in uno che mi piacerebbe aver scritto. S’intitola I poeti sono impossibili, ed è un mélange adultère di saggi e interventi partoriti dal multiforme ingegno di Alessandro Carrera nel corso degli ultimi dieci anni. Carrera è uno degli scrittori più versatili di cui io abbia notizia, e basta dare un’occhiata a qualche sua sommaria biografia (come questa o questa) per avere la misura dell’estensione dei suoi interessi. Se leggerete qualcuno dei suoi libri, poi, s’imporranno alla vostra considerazione il suo umorismo, la sua erudizione, il suo bello scrivere, la sua presa quasi plastica su parole, concetti, stati d’animo.

La mia conoscenza diretta di Carrera passa soltanto per un paio di email che ci scambiammo anni fa come cultori di Bob Dylan (avevo appena letto il suo La voce di Bob Dylan, che mi aveva dato spunto per Da Bob Dylan ai tre porcellini, passando per l’inferno). Vi segnalo di passaggio che Carrera ha appena curato e tradotto una sorta di edizione definitiva del “canone” dylaniano, Lyrics 1962-2001. All’epoca, tuttavia, gli scrissi più che altro per ringraziarlo di aver fornito al mio kit di autodifesa culturale un indispensabile vademecum, con il suo Come difendersi dalla poesia atroce, uscito su “Poesia” nel gennaio 1997 (e oggi incluso ne I poeti sono impossibili). Potete leggerlo integralmente su Poetastri, ma nel frattempo eccovi un estratto:

Per prima cosa, va compreso che il poeta atroce non è una creatura ordinaria. Essere poeti mediocri è relativamente facile. Ma per essere poeti atroci ci vogliono un’inclinazione naturale e una disposizione d’animo che non sono neanche così frequenti. Scrivere regolarmente atrocità, vincere premi letterari orrendi e farsi scrivere prefazioni ributtanti (…) richiede una dedizione, e uno stomaco, che non tutti sono in grado di sostenere. L’atrocità è esigente non meno della bellezza, richiede applicazione e coerenza. Un poeta mediocre può, eccezionalmente, scrivere qualche bel verso. Il poeta atroce non può permettersi lussi di tal genere. Deve essere sempre atroce dal primo all’ultimo volume delle sue opere complete, inediti compresi. È come essere nati con una mano palmata, non si riuscirà mai a suonare il pianoforte. (…) Leggi il seguito di questo post »

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aprile 21, 2006 at 7:02 PM

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Ancora sulla rosa (ma non nel pugno)

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Non ho il pollice verde. La cosa più simile a una pianta che si possa trovare in casa mia è il piccolo (ma pressoché immortale) fusto di bambù dell’Ikea, che credo sia composto per il 2 per cento di materia vegetale e per il restante 98 per cento di acrilico verdognolo, o di pongo.

Dimenticavo: ho avuto per qualche settimana anche un bonsai (era il mio albero di Natale)… ma la mia compagna di allora, così esperta con le forbici che riusciva a tagliarmi i capelli in modo decente, pensò bene di applicare le stesse arti al mio alberello, riducendolo in poche mosse a una sorta di parruccone crespo e omogeneo – una cosa a metà strada tra Sai Baba, Monciccì e la star della disco anni Settanta Boney M. A nulla è valsa la distinzione scolastica tra “potatura” e “acconciatura” che tentavo di opporle: ormai Figaro si era messo all’opera, e addio bonsai.

Detto questo, come molti amanti della lettura che conoscono il mondo per lo più per il tramite dei libri, mi incantano i nomi delle piante che non ho mai visto. Del resto, diceva Bernardo Morliacense nel De Contemptu Mundi (non l’ho letto, ma l’importante è che lo abbia letto Umberto Eco), stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus: della rosa non ci resta che il nome, e allora tanto vale usare i musicalissimi nomi degli alberi e dei fiori che non conosciamo. “I poeti laureati”, ammoniva Eugenio Montale con un occhio malevolo a D’Annunzio, “si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”… E allora? Buon per loro, e per noi! Anche perché, fatta questa premessa, il poeta ligure sfoderava per decine di pagine un campionario botanico per me altrettanto astruso. Cosa sono gli stocchi d’erbaspada? E il croco, chi l’ha mai visto? E i pruni, i pinastri, i tamarischi, i vepri? Leggi il seguito di questo post »

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aprile 6, 2006 at 6:52 PM

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