Guido Vitiello

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Neolingua della politica italiana

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booksIl linguaggio pubblico si è fatto più sudicio delle stalle di Augia, e non c’è Ercole che possa sobbarcarsi in un giorno la fatica delle pulizie, tanto l’aria è appestata da parole vane, sciocche, inutilmente astruse o anche soltanto brutte. Un fiume purificatore dovrebbe spazzar via le mille locuzioni stereotipate (la schiena dritta, il ditino alzato), le parole svuotate da un uso inflazionistico (golpe, fascismo, comunismo), gli accoppiamenti pregiudiziosi (liberismo selvaggio, garantismo peloso), la partenogenesi dei neologismi (malpancista, doppiopesista). Ma queste non sono che mosche, per restare al mitologico letamaio. Perché a intasare le stalle nazionali sono parole ben più ingombranti, che ostruiscono il linguaggio ma soprattutto il pensiero, e che generano senza tregua malintesi, equivoci, ambiguità. Alcuni se ne servono con malizia, altri soggiacciono al loro incanto senza colpa. La confusione delle lingue, intanto, non fa che crescere.

Nel 1799, a Venezia, il gesuita Ignazio Lorenzo Thjulen pubblicò il Nuovo vocabolario filosofico-democratico, un pamphlet antigiacobino nel quale sosteneva che la Rivoluzione era stata più perniciosa del castigo di Babele, avendo confuso non solo le lingue ma anche le idee. La parte più consistente del dizionario si intitolava appunto «Vocaboli che hanno mutato senso, significazione ed idea», ed era un primo esperimento di Newspeak orwelliano, dove ogni termine finiva per designare il suo contrario: «Molti popoli, ingannati da falsi vocaboli e mal intesi, hanno corso dietro a tutto ciò che in realtà detestavano».

Qui non c’è stata nessuna rivoluzione, ma un po’ di ordinaria pulizia non guasta. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 21, 2013 at 4:37 PM