Il blog di Guido Vitiello

Filologia dell’antimafia

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Appunti per un manuale di sopravvivenza alle insidie del dibattito pubblico: quando qualcuno vi invita a rileggere un autore, di solito è perché non lo ha letto o ne ha vaghe reminiscenze scolastiche. Dopo la sentenza del processo Mafia capitale è arrivata la raccomandazione di rileggere Sciascia, rivolta sull’Espresso dal direttore Tommaso Cerno ai giudici del tribunale di Roma, rei di non aver capito che la palma va a nord e che la mafia non veste più la coppola – nozioni per le quali, a dirla tutta, si poteva tranquillamente prescindere da Sciascia. E anche un’altra cosa è arrivata, dopo il verdetto dei giudici romani: la sentenza informale di quello strano organo di giurisdizione parallela che è la Commissione antimafia, per bocca della presidente Rosy Bindi. Dice che a suo parere – proprio così, “a mio parere” – quella di Buzzi e Carminati è proprio mafia, e che putroppo la magistratura giudicante non ne sa di mafia quanto la magistratura inquirente; dal che si deduce, per la proprietà transitiva, che ne sa anche meno di lei, che si occupa del fenomeno da ben quattro anni (a ottobre). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

agosto 17, 2017 at 11:54 am

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Antisemitismo e paranoia. Sul caso Grillo

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La nuova stagione dell’antisemitismo mi ricorda una partita di Taboo, quel gioco di società in cui devi far indovinare una parola senza mai pronunciarla e senza usare parole affini che la svelerebbero troppo facilmente. Nominare gli ebrei è ancora malvisto, può attirare lo stigma delle persone civili e creare inutili clamori. Meglio allora richiamare da ogni angolo della terra stereotipi antisemiti vecchi e nuovi, e addossarli alle frontiere della parola impronunciabile, “ebreo”, fino a delinearne la sagoma vuota; meglio scagliarsi contro la finanza apolide, lo sradicamento, lo spirito cosmopolita, le lobby occulte di affaristi e banchieri, e chi deve intendere intenderà. Per i duri d’ingegno ci si può spingere a menzionare George Soros, Goldman Sachs e soprattutto Bilderberg, con quel suffisso così evocativo (“Chi ha affondato il Titanic? Iceberg, un altro ebreo!”, scherzava Serge Gainsbourg). Ma attenzione, se la parola “ebreo” ricompare in questo contesto egemonizzato dall’estrema destra e dai suoi assilli – euro, sovranità, mondialismo, migranti – non ce la possiamo cavare con un’alzata di spalle e qualche punzecchiatura sarcastica allo spaventapasseri del “politicamente corretto”: tocca tirare l’allarme. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 28, 2017 at 8:02 pm

Pubblicato su Il Foglio, Uncategorized

Prototipi letterari per Ingroia e Travaglio

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Conservo il ritaglio di un’intervista di quando Antonio Ingroia era candidato presidente del consiglio. Parlava di disponibilità alle alleanze: “Io faccio come quel bel libro di Sciascia: Porte aperte. Le lascio aperte le mie porte in politica, così come ho fatto sempre in Procura”. Inarrivabile Ingroia. Aveva letto solo il titolo, e neppure l’aveva capito. E dire che l’editore di un suo libro di memorie si era spinto a dire, nel comunicato stampa, che “da potenziale personaggio di un’opera di Leonardo Sciascia” Ingroia era diventato “riconoscibile epigono del grande scrittore siciliano”. Dopo che la Cassazione ha disfatto la tela lungamente intessuta del processo Contrada, mi viene semmai da pensare che il flemmatico ex magistrato avrebbe potuto essere un personaggio di Vitaliano Brancati; e non il bell’Antonio, come l’onomastica suggerisce, ma uno dei giovani protagonisti degli Anni perduti, un romanzo degli anni Trenta (promemoria per Ingroia: sono appunto gli anni delle “porte aperte”). Questi tre amici s’infiammano all’idea di costruire una torre panoramica a Natàca, anagramma appena aggiustato di Catania, e l’impresa li riscuote dalla noia. Ma a cose fatte scoprono che non potranno inaugurarla, per via di un ordine del Municipio vecchio di quattordici anni, emesso cioè ben prima che si lanciassero in quel progetto grandioso: “Sotto un fascio di registri si nasconde un foglietto giallo, cinque paroline, una legge inviolabile, qualcosa che, apparendo all’ultimo momento, ci dice che il nostro lavoro è stato un errore, che noi abbiamo lavorato in una direzione vietata e sbagliata”. Ingroia ha pescato lui pure il suo foglietto giallo: tutta quella torre pericolante fatta di gradi di giudizio stratificati su cui si reggeva il suo massimo trionfo giudiziario, gliel’hanno buttata giù con un soffio, stabilendo che non aveva neppure il permesso di cominciare i lavori. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 28, 2017 at 7:53 pm

Pubblicato su Il Foglio

Le illusioni del garantismo mite. In morte di Stefano Rodotà

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“Sarò giustiziato domattina alle sei. Dovevo andarmene alle cinque, ma ho un avvocato in gamba: ho ottenuto clemenza”. Così Woody Allen nelle prime battute di Amore e guerra, film su un giovane russo condannato alla fucilazione dai francesi per aver tentato di assassinare Napoleone. E in effetti, se hai cospirato contro l’imperatore e ti sei intrufolato a corte con una pistola, per giunta travestito da diplomatico spagnolo, un avvocato che ti guadagna un’ora di vita in più è uno che sa fare il suo mestiere. Conoscete parabola più comica e più disperata, e dunque più inscalfibilmente vera, per illuminare la misera cosa a può ridursi il diritto di difesa quando tutte le armi sono in pugno all’accusa? Io forse ne conosco una. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 28, 2017 at 7:43 pm

Pubblicato su Il Foglio

Risorghi! Orazione funebre per Fantozzi

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Chi sarà tanto sfrontato da calare un congiuntivo in un’orazione funebre per Paolo Villaggio? Vadi pure ragioniere, procedi adagio verso la luce, risorghi! La questione non era ignota allo stesso Villaggio fin dai primi racconti di Fantozzi. Ai funerali del professor Vignardelli Bava, prematuramente scomparso all’età di novantadue anni, prende la parola per l’eulogia il collega professor Bellotti-Bon: “‘Se noi ora fuuu…’ e qui si bloccò. Si era trovato di fronte alla tragica barriera di un congiuntivo”. Non sa bene come coniugare il verbo, resta incagliato in quel sibilo interlocutorio, vorrebbe farsi da parte. “Coro di voci sghignazzanti: ‘Ah! Ah! Si ritira eh? Non ha più congiuntivi!’. ‘No’, fece il Bellotti, ‘ne ho ancora uno, ma vorrei tenermelo per la notte. Non si sa mai’”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 28, 2017 at 7:33 pm

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Tognazzi, Gassman, Consip

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In un paese normale… Esiste preambolo più inavvertitamente comico, in Italia? E ancor più comico è chi riesce a servirsene senz’ombra di ironia, senza sentire nelle orecchie l’eco della propria voce che gli fa il verso. In un paese normale: come suona buffo! Il duello a colpi di hashtag #inunpaesenormale tra Luigi Di Maio e i lettori di Repubblica, dopo la notizia sull’incontro Salvini-Casaleggio, avrebbe dovuto illuminare anche i ciechi sul fatto che “paese normale” è in Italia una locuzione swiftiana, da utopia satirica, e che tanto varrebbe cominciare i discorsi citando Lilliput o Brobdingnag. Io per esempio mi mordo la lingua quando mi vien da dire che in un paese normale non si parlerebbe d’altro che del caso Consip, e che tutti, dalle massime autorità istituzionali in giù, maggioranza e opposizioni, giornali amici e nemici del governo, sarebbero impegnati a far luce sulle vie dell’eversione mediatico-giudiziaria, sulla manipolazione delle prove, sui depistaggi, sui passaggi orchestrati di informazioni, su come tutto questo si tiene e fa sistema; ma d’altronde nel leggendario Paese Normale questa luce la si sarebbe cercata, e pretesa, già venticinque anni fa, nel fatale 1992. “Un paese nel quale capita un fenomeno come Tangentopoli e non si fa un’indagine per capire che cosa è successo”, mi disse una volta uno straniero in patria, Giuseppe Di Federico, “che razza di paese è?”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 28, 2017 at 7:18 pm

Cosa si prepara nelle cucine del ristorante a cinque stelle

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Ogni volta che vedo un grillino in un talk show – l’ultimo è stato Luigi Di Maio a Porta a Porta – mi torna in mente la scena di un vecchio film con Louis de Funès, Le Grand Restaurant. È quella in cui Monsieur Septime, l’occhiuto direttore del ristorante che fa anche da occasionale maître di sala, illustra la ricetta del soufflé di patate a un cliente tedesco; e a seconda di come fa oscillare la testa in qua o in là, delle ombre cinesi gli disegnano sul volto il ciuffo spiovente e i baffi a spazzolino di Hitler. Cos’era Di Maio quella sera, un cameriere affabile e sollecito, preoccupato solo del cittadino cliente che ha sempre ragione, pronto a porgergli un menu assortito che annoverava il fegato alla Almirante, lo spezzatino di Berlinguer e la tradizionale bouillabaisse delle correnti democristiane? O era piuttosto un caporaletto mellifluo, segretamente roso dal risentimento, ansioso di salire i gradi gerarchici della brigata di cucina da sguattero a mastro di sala? La questione di per sé non ha alcun interesse, e se c’è una cosa che non perdonerò mai ai Cinque Stelle e ai turlupinati che li sostengono è l’avermi costretto a occuparmi di loro, ma tant’è.
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Written by Guido

luglio 1, 2017 at 6:21 pm

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate