Guido Vitiello

Persuasori occulti o poeti incompresi?

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Quando un poeta s’innamora, s’innamora di un nome, e solo in subordine della donna corrispondente. A suo modo, è una forma di feticismo… vien da pensare al caustico aforisma di Karl Kraus: “Sotto il sole non c’è persona più infelice del feticista, che brama una scarpa da donna e deve accontentarsi di una donna intera”. Ecco: al poeta basta il nome, la donna in carne e ossa è un optional fastidioso e per lo più deludente. Il nome, invece, ama ripeterlo ad nauseam sfidando la pazienza del malcapitato lettore. Qualche critico letterario d’estrazione psicoanalitica, se ricordo bene, ha ribattezzato questa “perversione” libido vocativa.

Pare che sia una costante della lirica d’amore occidentale; di altre latitudini, non so. Nella poesia cortese c’era il senhal, il nome in codice usato dall’amante per designare la dama. A volte contava più della dama stessa: “Isolando il nome della dama, il trovatore metaforizza la donna e ne cancella non l’identità ma l’essere in quanto soggetto dotato di un desiderio virtuale”. Sono parole del medievista Henri Rey-Flaud. Il suo libro, La nevrosi cortese (Pratiche, 1991), è un bizzarro connubio di filologia romanza e psicoanalisi freudiana, ideale per scontentare sia i filologi sia gli psicoanalisti… ma noi dilettanti non siamo schizzinosi: il nostro palato grossolano tollera bene i minestroni interdisciplinari. E il libro di Rey-Flaud è davvero bellissimo.

Il guaio è che questi s’innamorano di un nome e poi ve lo ripropongono in tutte le salse. Prendete A Silvia di Giacomo Leopardi: la prima strofa si apre con la parola “Silvia” e si chiude con un suo perfetto anagramma, “salivi”. E molti altri pseudoanagrammi sono disseminati qua e là nelle altre strofe. Francesco Petrarca ci ha sottoposti allo stesso martellamento con gli infiniti anagrammi e pseudoanagrammi di Laura… Pfui! Due dilettanti. Così son buoni tutti. Non potevano innamorarsi, che so io, di una Ermenegilda o di una Condoleezza?

Come che sia, oggi vorrei parlarvi di qualcosa un po’ più terra terra. Mi riferisco ai nomi e ai suoni disseminati astutamente negli spot pubblicitari.

Avete notato, per esempio, che molte pubblicità dell’acqua minerale sono piene zeppe di parole con la doppia “s”? Altissima, purissima ecc.? Be’, non crediate che si tratti di una coincidenza. C’è un libro piuttosto vecchio – e introvabile, temo – che fa al caso nostro, L’analisi dei sogni (Boringhieri, 1981) della psicoanalista Ella Freeman Sharpe. Una paziente, raccontando un sogno, si lasciò sfuggire l’espressione “S.O.S.”. Eccovi l’interpretazione della Freeman Sharpe: “Risultò che S evocava il suono dell’urina (acqua) che scorre inavvertitamente. (…) La ricerca etimologica ha indotto gli studiosi a supporre che la terza persona del presente del verbo to be, is, sia probabilmente una delle nostre parole fondamentali e corrisponda originariamente all’imitazione del rumore dell’acqua che scorre, stando così per ‘movimento’, ‘vita’, ‘essenza’”. In italiano, il suono ss non è nella terza persona ma nell’infinito, “essere”. In molte altre lingue il verbo “essere”, nell’una o nell’altra forma, racchiude lo stesso suono.

(Non oso pensare ai poveri studenti di filosofia medievale che devono sorbirsi lezioni intere su opere intrinsecamente stimola-vesciche come le Quaestiones de esse et essentia di Egidio Romano… vi immaginate le file al cesso?).

Ma non c’è solo il suono ss. Avete fatto caso a quante volte ricorre il suono mm – da solo o all’interno di parole più lunghe – soprattutto negli spot di generi alimentari? Ebbene, in un libro facilmente reperibile (una volta tanto!) troverete qualcosa di interessante al riguardo. Il libro si chiama Affetti senza parole, e fa parte della collana di Boringhieri di piccole antologie di scritti psicoanalitici. All’interno troverete un breve scritto di Ralph R. Greenson, intitolato Il suono “mm…”. A livello inconscio, il suono mm esprime soddisfazione, sazietà e gratificazione. Forse ha a che fare con i suoni dell’allattamento, o con la posizione delle labbra del poppante attaccato al seno. Non a caso, nota Greenson, “predomina nelle parole adoperate per indicare la madre in un gran numero di lingue”: greco, latino, francese, tedesco, spagnolo, italiano, albanese, assiro, ebraico… Così si spiega forse anche il fascino dell’ungarettiano “M’illumino / d’immenso”.

Dove il virtuosismo raggiunge esiti da far impallidire Giambattista Marino è nello spot del Campari… ricordate lo slogan finale? “Campari. Welcome to paradise”… E cioè, leggendo tra le righe: “Welcam tu paradais” (la mia trascrizione fonetica è un po’ casareccia, ma rende l’idea). Il nome del prodotto è cifrato nello slogan… Chapeau! “Chi non sa far stupir, vada alla striglia”!

Written by am

gennaio 5, 2003 a 7:04 PM

Pubblicato su Trattati bonsai

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