Guido Vitiello

Perché non possiamo non dirci raeliani

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Oggi vi parlerò di una questione che tiene il mondo con il fiato sospeso: la questione raeliano-palestinese… proprio così, non è un refuso, avete letto bene.

Forse non sapevate che per disposizione degli Elohim – gli extraterrestri creatori dell’universo – spetta allo Stato di Israele il compito di garantire ai raeliani il terreno su cui edificare l’Ambasciata, in vista del Grande Atterraggio. Tutto sta a convincere il governo di Tel Aviv. A questo scopo, a partire dal 1991 i capi del culto ufologico hanno inondato di lettere le autorità israeliane, chiedendo un lotto di terreno a Gerusalemme. Hanno anche fatto presente che, in caso di rifiuto, “gli Elohim ritireranno la loro protezione al popolo di Israele”.

La richiesta, ahimé, non ha avuto seguito, con grande pregiudizio per i destini del Medio Oriente e dell’umanità intera. Certo è che i raeliani non brillano per accortezza e tatto diplomatico, se si pensa che il loro simbolo (poi cambiato, fortunatamente) era… una svastica dentro la stella di Davide! Una scelta quanto meno infelice, nell’era del logo.
Dove ho letto tutte queste cose? Nel piccolo (ottanta pagine circa) e prezioso volumetto di Susan J. Palmer, I raeliani, pubblicato da Elledici nella collana Religioni e Movimenti, diretta da Massimo Introvigne.

Introvigne dirige il Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), il cui sito merita senz’altro una visita approfondita. La collana Religioni e Movimenti è davvero indispensabile. Su alcuni argomenti, rappresenta l’unica fonte d’informazione facilmente accessibile al grande pubblico. Tanto per rimanere in ambito extraterrestre, vi consiglio di leggere Heaven’s Gate, scritto dallo stesso Introvigne… ricordate il suicidio collettivo di Rancho Santa Fe, in California, nel marzo del 1997? Trentanove membri della setta ufologica Heaven’s Gate decisero di deporre il loro “veicolo mortale” e di involarsi verso i paradisi extraterrestri sulla scia della cometa Hale-Bopp. Una storia davvero interessante, ma i mass media non trovarono di meglio che imbastire interminabili tirate moraleggianti sul “culto di internet” e altre amenità. Il libro di Introvigne aiuta a dissipare questo e altri polveroni.

Se avete tempo e voglia, leggete anche I culti dei dischi volanti di Mikael Rothstein, sempre nella stessa collana. Capirete perché proprio dischi (la storia è piuttosto buffa) e ne leggerete delle belle sul “caso Roswell” e altri pallini degli ufologi. Purtroppo, se ricordo bene, nel libro di Rothstein non si fa menzione di un grande “contattato” delle nostre parti, il siciliano Eugenio Siragusa, creatore di uno dei più allegri e variopinti pasticci religiosi che la storia ricordi, “l’Amico dell’Homo” che può vantare un imbattibile curriculum di reincarnazioni: Ermete Trismegisto, San Giovanni Apostolo, Giordano Bruno, Cagliostro, Rasputin…

Stravaganze? Cose da mattoidi? Forse non del tutto. Gli Ufo sono il surrogato moderno degli angeli, scriveva il grande psicologo Carl Gustav Jung nel suo saggio dedicato all’argomento, Ein moderner Mythus. Von Dingen, die am Himmel gesehen werden (1958). Perché lo cito in tedesco? Per ostentare nozioni superflue a mo’ di patacconi, innanzitutto; ma anche perché l’ultima edizione italiana del libro risale al 1974, un anno prima che gli extraterrestri mi portassero su questo pianeta, e perciò ho tutti i diritti anagrafici di non esserne a conoscenza. Il caso vuole però che io abbia avuto occasione di sfogliarne una copia, alla biblioteca del Goethe Institut di Roma: Su cose che si vedono nel cielo (Sonzogno, 1974). L’unica alternativa alle biblioteche è frugare tra i volumoni delle Opere, edite da Boringhieri. Il saggio in questione dovrebbe trovarsi nel volume decimo. Buona fortuna.

Un’ultima cosa. Si parlava di stravaganze. C’è una parentela, riconosciuta dagli studiosi, tra i culti dei dischi volanti e i cosiddetti cargo cult degli indigeni melanesiani, che una volta all’anno vedevano sbucare dal nulla navi cariche di ogni ben di dio e coltivavano attese millenaristiche e messianiche legate a questo “miracolo” coloniale. Gli indigeni erano affascinati anche dagli aerei che vedevano sfrecciare nel cielo, ma non sapevano come farli atterrare. Provavano quindi a disporre a terra degli oggetti magici: simulacri di aerei fatti di rami e liane che avrebbero dovuto attirare gli aerei reali. Nel suo libro più originale, La société de consommation (1970), Jean Baudrillard sostiene che noi, “cacciatori-raccoglitori antropoidi che vagano nella giungla delle città”, facciamo quotidianamente qualcosa di molto simile: disponiamo ovunque simulacri della felicità – nelle immagini della pubblicità, nel cinema, nella cultura di massa – “e poi aspettiamo (disperatamente, direbbe un moralista) che la felicità si posi”.

Un po’ fiacca, come analogia. Chissà come gli è venuta in mente. Forse è perché non molto tempo prima aveva tradotto dal tedesco un libro sui “messianismi rivoluzionari” del Terzo mondo (per la cronaca, Chiliasmus und Nativismus di Wilhelm E. Mühlmann). Magari invece è un’intuizione geniale e io non me ne sono accorto. Ma tant’è. Prendiamola per buona. Siamo tutti adepti di un immenso cargo cult consumistico. Almeno sotto questo aspetto, parafrasando Benedetto Croce, non possiamo non dirci raeliani.

*****

Aggiornamento. Dal sito The Raelian Revolution: “In seguito alla mancata risposta da parte dello Stato d’Israele, gli Elohim hanno detto a Rael, nel messaggio del 13 dicembre 1997, di estendere la richiesta di uno spazio dotato di extraterritorialità, requisito indispensabile per un’ambasciata, a tutti gli altri paesi”.

Written by am

gennaio 3, 2003 a 7:02 PM

Pubblicato su Trattati bonsai

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