Guido Vitiello

All’Avana i treni arrivano puntuali

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Avvertenza: l’autore di questo post da bambino è stato stuprato da un cosacco. Che dico: da alcuni cosacchi. Da un branco ululante di cosacchi stivaluti e infoiati, che prima di portare i loro cavalli ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro hanno pensato bene di abusare di un nemico del popolo, un liberaluccio spaurito e implume all’apparenza innocente che nondimeno intralciava oggettivamente il corso dialettico della storia. Ora conoscete la psicogenesi del mio anticomunismo “viscerale” (essendo noto a tutti che l’anticomunismo è una ben strana patologia, un’idée fixe da neurotico ossessivo sotto cui, gratta gratta, spunta immancabilmente un trauma della prima infanzia). Detto questo, let the show begin.

*****

Ma che bel coretto plaudente ha salutato Pietro Ingrao e il suo articolo sulle prigioni di Cuba, comparso in prima pagina sul Manifesto del 16 aprile! Tutti a felicitarsi per i toni vibranti della sua condanna, per le sue “parole coraggiose”… Coraggiose? Io le ho trovate semplicemente ridicole. E un po’ patetiche, per giunta. Ingrao, nel suo immancabile tono iracondo-rantolante da ultimo profeta di un’umanità che sprofonda a passi rapidi nella barbarie, si rizela per la solita ondata di arresti politici e per tre nuove fucilazioncine. Ohibò! Notizie “allarmanti”, scrive il nostro indomito fustigatore de’ regnatori. Quasi fossero una novità o segnassero una preoccupante “deriva” di un regime di tutt’altra natura. “Chi scrive nella sua vita ha imparato ad odiare la condanna a morte – questo agghiacciante potere di uccidere colui che sta già in manette e stretto dentro le mura di un carcere”, assicura Ingrao. Ma questo “agghiacciante potere”, lo sanno anche i sassi, Castro ce l’ha da quarantatré anni, e l’ha già esercitato alcune migliaia di volte, dal 1959. Cinquemila fucilati, secondo le stime più avare. Tra i quindici e i diciassettemila, secondo le stime che vanno per la maggiore. Decine di migliaia, assicurano altri ancora, come Carlos Franqui. Mille in più o mille in meno, la vera notizia è questa: il pelo sullo stomaco di Ingrao & Co. è lungo a sufficienza per tollerare 15.000 morti ammazzati, ma non 15.003. Quei tre, proprio no: la misura è colma.

Ingrao o non Ingrao, come si fa a non trovare ridicolo che qualcuno apra gli occhi (o un occhio solo, e perfino a mezz’asta) dopo 43 anni suonati di dittatura? Questa cadenza pachidermica ha poco da invidiare alla Chiesa cattolica (che non a caso T. S. Eliot paragonava a un broad-backed hippopotamus, un “ippopotamo dall’ampio groppone”)… ricordate quel documento giubilare della Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione? Ecco: alcuni secoli per riconciliarsi con qualche eretico o infedele che difficilmente, dallo sheol, avrà modo di apprezzare il beau geste nobile e “coraggioso”. Queste esitazioni hanno una pur blanda attenuante, giacché la Chiesa si ritiene depositaria di una verità spirituale, astorica, eterna e immutabile… l’opposto simmetrico de “lo storicismo dialettico materialista autofago progressivo immanente irreversibile”, tanto per citare una cantilena montaliana (da Fanfara, in Satura, 1962-1970). Ma tant’è: non sono certo io a scoprire le analogie (analogie, si badi: né identità né sovrapposizioni) tra chierici bianchi, rossi e neri. Si potrebbero riempire biblioteche sull’argomento. Il grande liberale Raymond Aron – antifascista e anticomunista, senza “se” e senza “ma” -, ne L’oppio degli intellettuali distingueva, tra i comunisti, gli “uomini di chiesa” e gli “uomini di fede”. Ingrao appartiene senz’altro al tipo B, più rispettabile. Ma i suoi tempi di agnizione non sono per questo meno ecclesiastici.

Tanto per illustrare la differenza tra il dire le cose quando van dette e il biascicarle fuori tempo massimo dopo decadi di semiomertà connivente con regimi odiosi, leggete queste poche frasi: “(…) il mito di Cuba persiste, non solo nell’America Latina, ma anche da noi. (…) Perché questo entusiasmo, in un paese che si affaccia alla rivoluzione tecnica e alla società dell’abbondanza, per la rivoluzione di un paese sottosviluppato?”. E già: perché? Sono parole del liberalsocialista Aldo Garosci. Quando comparvero sulle pagine del Mondo di Pannunzio, correva – incredibile a dirsi – l’anno 1962. Dopo neppure tre anni dall’avvento della Revolución, i più avveduti potevano già constatarne il pieno fallimento e la deriva totalitaria. E già si stupivano della curiosa persistenza di un mito politico logoro e indifendibile. Tre anni erano già troppi, per aprire gli occhi. Figuriamoci quarantatré, con tutti i loro “danni collaterali”: feroci persecuzioni contro le minoranze politiche, culturali e sessuali, campi di prigionia e di lavori forzati, processi sommari e via elencando.

E già, ma la sanità, l’istruzione… los logros, che Dio li benedica. E poi all’Avana i treni arrivano puntuali.

Un altro grande e misconosciuto politico del secolo scorso, l’anarchico Armando Borghi, ci mise lui pure tre anni – non quarantatré – per capire il vero volto del regime instaurato dalla rivoluzione bolscevica: “Una galera fraterna, verniciata di rosso”, scriveva nelle sue Memorie di un anarchico, pubblicate anch’esse sul Mondo nei primi anni Cinquanta (ma che rievocano il suo viaggio in Russia del 1920). “Chi non si adattasse, chi non si conformasse era trattato come un ‘fuori storia’, cadavere parlante da seppellire”. La rivoluzione “non aveva dato il pane (…) ma aveva anche negato la libertà”. Si diceva che la Russia fosse in piena fase di esperimenti. “Ma”, ironizza Borghi, “i soli che sperimentavano erano gli infallibili, mentre i sottouomini non potevano avere la soddisfazione di provare a sbagliare un poco anch’essi a modo loro”. Davanti a una tale chiaroveggenza, come non sghignazzare quando Fausto Bertinotti, in pieno 2002 (49 anni dopo la morte del Baffone georgiano), parlando alla Camera del lavoro di Torino ha dichiarato solennemente che “bisogna rompere con ogni forma di stalinismo”? Come non cogliere l’irresistibile sfumatura da teatro dell’assurdo quando una parte non trascurabile del suo partito gli si volge contro accusandolo di “revisionismo”?

Ma siamo pur sempre in un blog di libri, e di libri voglio parlare. Rimaniamo però in America Latina. Jorge Luis Borges era un conservatore, anche se in gioventù era stato un anarchico individualista. Non che s’interessasse moltissimo di politica, per carità. Eppure, qualche dichiarazione improvvida in favore dei militari argentini gli valse un ostracismo tenace. Forse gli costò il Nobel: così molti credono. Il biasimo che raccolse se lo meritava, eccome: aveva dato la sua benedizione al regime assassino di Jorge Rafael Videla, in una regione in cui il parere dei letterati e degli intellettuali conta un po’ più che da noi. Se ricordo bene, aveva anche accettato un’onorificenza da Augusto Pinochet. Insomma: simpatie e frequentazioni politiche imbarazzanti, ancorché piuttosto blande.

Secondo caso. Octavio Paz, grande scrittore messicano. Anch’egli comunista per molti anni, poi rinsavito negli anni Settanta e convertito alla democrazia liberale. Divenne lui pure antifascista e anticomunista, senza “se” e senza “ma”. Il 7 ottobre del 1984 Paz tenne a Francoforte un bel discorso sul tema “Pace e democrazia” (ora nel volume Una terra, quattro cinque mondi), in cui, parlando di tutt’altro, lasciò cadere queste due frasi quasi scontate: “E’ chiaro che gli Stati Uniti aiutano gruppi armati nemici del regime di Managua; è chiaro che l’Unione Sovietica e Cuba inviano armi e consiglieri militari ai sandinisti”. Apriti cielo. Per aver svelato questo segreto di Pulcinella, e cioè che dietro i sandinisti c’era lo zampino di Mosca, Paz fu messo letteralmente alla gogna. Si sollevò una gazzarra infinita: appelli di professori e intellettuali contro il poveretto, cancellazioni repentine di eventi culturali legati al suo nome, strali di ogni sorta dai giornali e dagli altri media. Il tutto culminò con una manifestazione davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Città del Messico, dove Paz fu bruciato in effigie da una masnada di imbecilli – per lo più studenti – che urlava, pensate un po’, “Reagan rapaz/ tu amigo es Octavio Paz!”. A differenza di Borges, Paz proprio non si meritava i quintali di guano che gli rovesciarono addosso. Ma per fortuna a lui il Nobel non l’hanno negato.

C’è un altro signore, pure lui talentuoso romanziere, pure lui premio Nobel, che tutti trattano con rispetto e devozione. Questo signore non si è limitato, come Borges, a qualche sparata: è amico personale e politico di un despota tutt’altro che tenerello. Lo considera “un buon dittatore” (sic!), che è come dire un ferro ligneo, un quadrato circolare o una prostituta vergine. E questo buon dittatore è così buono che gli ha perfino donato una villa all’Avana, con tanto di piscina, quattro domestici, un autista e una Mercedes. Non sono pettegolezzi, sono cose note e raccontate nel grande reportage di Andrés Oppenheimer, Castro’s Final Hour (Simon & Schuster 1992). Questo signore si vanta di aver usato della sua personale influenza per fare liberare alcuni detenuti politici – ma sono altrettanti quelli che ha contribuito a tenere in gattabuia. Il suo ruolo nel processo Ochoa (un altro po’ di fucilazioni, poco più di dieci anni fa) è tutt’altro che limpido. Ebbene: in democrazia questo signore – al secolo Gabriel García Márquez – è liberissimo di civettare con il mussolinetto dell’Avana. Niente da obiettare: ciascuno si accompagna a chi meglio crede.

Ma perché, di grazia, non spetta anche a lui la sua parte d’infamia?

Written by am

aprile 21, 2003 a 7:44 pm

Pubblicato su Trattati bonsai

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