Guido Vitiello

Il delitto perfetto (quello vero) e i platonici dell’Aula Bunker

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“La discussione critica (o dibattito razionale), com’è intesa da Popper, appare per certi aspetti simile a un dibattimento all’interno di un processo”, scrive un giovane studioso di filosofia del diritto, tale Giovanni Scattone, nel suo prezioso volumetto Due filosofie della libertà.

Il “libercolo” – così lui stesso lo ha definito una volta, con un understatement mandarinesco che credevo scomparso dal pianeta – raccoglie due monografie: la prima dedicata per l’appunto a Karl Popper, il tipetto canuto che per avventura si trova ad essere la mascotte del mio sito, nonché propugnatore della società aperta; la seconda a un altro grande pensatore liberale e libertario scomparso di recente, Robert Nozick, il teorico dello Stato minimo.

Ehi, un momento… Scattone che scrive su Popper e Nozick? Ma non ce lo avevano dipinto come un impenitente discepolo di Friedrich Nietzsche, un guappo superomista, uno spiritato adoratore della “magnifica divagante bionda bestia, avida di preda e di vittoria”? E invece no. Fanfaluche. Si dà il caso che il nostro sia un mite filosofo d’impronta lato sensu analitica, intento a coltivare orticelli assai poco scompigliati come l’epistemologia e la teoria della razionalità. Misteri del circo mediatico-giudiziario.

“In un processo”, continua Scattone, “il dibattimento sembra avere una struttura analoga a quella dei dibattiti platonici, in particolare di quelli platonici composti: si pensi al processo penale, dove alle tesi dell’accusa si contrappongono quelle della difesa”. Con la differenza che in tribunale “è presente anche l’importantissima figura del terzo, il giudice, che deve valutare l’esito del dibattito”. La sua valutazione sarà pur sempre rivedibile, “come quella dello scienziato sulla preferibilità fra teorie alternative”. Fin qui, il fantastico mondo del dover essere, o Paese delle Meraviglie: un microcosmo ideale circondato da un’aria pura, cristallina, senza nuvole. Pare di udirla, la celeste armonia distillata da questo concertino tribunalizio di intelligenze disincarnate, questa meravigliosa concordia discors di argomentazioni a duello dove gli schermidori si punzecchiano a maggior gloria della Verità; pare di vederlo, il lugubre palestrone dismesso dell’Aula Bunker al Foro Italico trasfigurato in Accademia platonica.

Aria pura, si diceva. Che in Italia, nel processo penale, troppo spesso si volge in aria fritta. Un altro giovane studioso, tale Salvatore Ferraro – il calabrese che ci hanno descritto come un esplosivo mix di Zarathustra e malavita (Sturm und ‘Ndrangheta, a farla breve) – getta luce su uno squarcio un po’ più desolante: “Credevo che fare un processo significasse mettere in moto un circuito di valutazione di fatti concreti, di ponderazione neutrale degli elementi al fine di accertare la verità”, scrive nel suo intenso memoriale Il dito contro. “Credevo che il delicato marchingegno del procedimento penale venisse adoperato in modo retto, oculato e coscienzioso. Questa invece è merda. Pura merda. Mi presenterò davanti al giudice con un mucchio di fango sul viso. Con la mia vita, il mio passato inquinato da velenose falsità, da bugie anabolizzate di fantasie, da accuse montate. E questa sarà la sola verità a giungere in aula. Sarà questo il delitto perfetto“.

Ora che questo “delitto perfetto” è compiuto, e Scattone sconterà un felice Natale a Rebibbia (dove non avrà nemmeno il buon Adriano Sofri a leggergli una favoletta sull’angelo custode dei detenuti), suggerisco a voi lettori del blog qualche strumento utile per farsi un’idea sul perché e il percome “d’un avvenimento complicato, d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini”, per dirla col Manzoni della Colonna Infame. Sempre che non abbiate già provveduto in proprio.

Un sito, innanzitutto: quello del Comitato per la difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, di cui mi onoro di far parte. Vi troverete una rigogliosa documentazione sul caso: i principali atti del processo, una ricchissima rassegna stampa e molto materiale di prima mano, “fatto in casa”: opinioni, interviste, controinchieste. Ma posso suggerirvi anche qualche buon libro. Come Il mistero della Sapienza, che a dispetto del titolo non è uno studio di René Guénon sulla pietra filosofale. E’ una ricostruzione del caso Marta Russo dal principio (9 maggio 1997) alla condanna in primo grado di Scattone e Ferraro (1 giugno 1999). Documentatissima, avvincente ed equilibrata. L’autore, il giornalista Giovanni Valentini, non è propriamente un innocentista, o almeno così non ama definirsi. lo lo direi piuttosto un assoluzionista – che poi, in uno Stato di diritto dove vige (?) il principio della presunzione d’innocenza, è pressoché la stessa cosa. Che siano o no innocenti – e lo sono, accidenti se lo sono! – non c’è di che condannarli: nessuna prova che sia un poco credibile e non inquinata. Come ebbe a dichiarare un governatore della Giudea – per tutelarne la riservatezza lo chiameremo P.P. (ma non è Pietro Pacciani) – in occasione di un celebre errore giudiziario di qualche tempo fa, ego nullam invenio in eo causam, “non trovo in lui nessuna colpa”.

Se il libro di Valentini ha lasciato insoddisfatta la vostra curiosità, passate a La prenderemo per omicida, un volume a cura di Alberto Beretta Anguissola e Alessandro Figà Talamanca dedicato per intero al famigerato interrogatorio di Gabriella Alletto, la testimone chiave del processo. Per intenderci, quello snuff movie giudiziario su cui l’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi pronunciò parole durissime davanti alla Camera, il 16 settembre del 1998, riscuotendo gli applausi (assai effimeri, ahimé) di tutte le parti politiche. Il titolo si riferisce a una frase garbatamente rivolta alla signora Alletto dal procuratore Italo Ormanni. La segretaria negava di essere entrata in quella maledetta Aula 6, ma gli inquirenti – depistati da perizie frettolose e dalla testimonianza medianico-parapsicologica di Maria Chiara Lipari – erano certi che il colpo fosse partito da lì, e che la malcapitata si trovasse proprio in quella stanza, all’ora fatale. Perciò, delle due l’una: o favoreggiatrice o assassina.

Alletto: Ma che… a me me prenderanno pe’ scema, pe’ fissata a me…
Ormanni: No, la prenderanno… la prenderemo per omicida!

C’è un ultimo libro che potrei consigliarvi, Sociologia di un delitto di Marco Catino, un giovanissimo studioso che ha analizzato la copertura giornalistica del caso, soprattutto nella fase abominevole delle indagini preliminari. Ne parla, acutamente, come di un cerimoniale di degradazione volto a distruggere la persona degli indagati. E’ vero, ma anche in senso inverso: di rado la stampa e la tv nostrane si erano degradate a tal segno di abiezione.

Tornerò a parlare del caso Marta Russo, siatene certi. Nel frattempo, anche se Scattone ha già annunciato che chiederà la revisione del processo e dunque la battaglia non è finita, lasciatemi respirare un poco quest’aria estenuata di smobilitazione. L’ultimo pensiero della giornata va a Daniele Capezzone, un amico che ha subito abbracciato la causa innocentista (anche grazie a uno dei libri citati: ma non vi rivelo quale) e che ha fatto tutto il possibile per quello che ama chiamare non già il “caso Marta Russo”, ma “un capitolo del caso Italia“.

Nel dedicarmi il suo libro Uno shock radicale per il 21° secolo – di cui mi riprometto di parlarvi a breve – mi augurava una lunga frequentazione “senza bisogno di shock”. Il riferimento era ovviamente al titolo del volume ma anche al video-shock della Alletto, che era diventato il tema ossessivo dei nostri pur radi dialoghi. Che dire? Libri proprio non posso dedicargliene, almeno finché non mi risolverò a scriverne uno – e con i miei tempi potrei tenerlo ad aspettare alcuni lustri. Mi piace però offrirgli a fine giornata un pensiero maturato da Enzo Tortora in circostanze in fondo non così lontane da quelle dei due innocenti della Sapienza: “Ero liberale perché ho studiato. Sono radicale perché ho capito”.

Written by am

dicembre 17, 2003 a 4:08 pm

Pubblicato su Trattati bonsai

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