Guido Vitiello

Io son nomato Pippo e son poeta

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Vi siete mai imbattuti ne L’inferno di Topolino (1949), “sinfonia allegra” di Walt Disney sulla falsariga della prima cantica dantesca, verseggiata da un ispiratissimo Guido Martina? Spero per voi di sì. E comunque, qualora non vi si fosse confitta nella mente fin dalla tenera infanzia, eccovi la memorabile terzina d’esordio:

Io son nomato Pippo e son poeta
Or per l’inferno ce ne andremo a spasso
Verso un’oscura e dolorosa meta…

Nel fumetto la terzina era stampata con un carattere che rendeva pressoché indiscernibili le maiuscole dalle minuscole; così è capitato che qualche bimbo (e bimba, di mia conoscenza) concludesse che Nomato era il nome proprio e Pippo il cognome…

E’ piuttosto raro che un poeta si porga al lettore in modo così esplicito e diretto, con una sorta di biglietto da visita. Certo, alcuni lo hanno fatto – basterà citare il Guido Gustavo Gozzano di Nemesi (Chi sono? È tanto strano/ fra tante cose strambe/ un coso con due gambe/ detto guidogozzano!). C’è persino chi, come il misconosciuto poeta piemontese Ernesto Ragazzoni, si è scritto da solo la lapide:

“Qui giace Ernesto Ragazzoni D’Orta –
nacque l’otto gennaio mille ed otto-
centosettanta” e sotto, questo motto:
“D’essere stato vivo non gl’importa”.

Ma sono eccezioni. Sebbene i poeti siano innamorati del proprio nome almeno quanto lo sono del nome della propria amata (perdonate l’ineleganza dell’autocitazione, ma date un’occhiata qui), per lo più usano nasconderlo in posti meno vistosi. Lo ha mostrato con dovizia d’esempi Luigi Sasso, uno studioso che ha dedicato ben due libri all’onomastica letteraria, e va quindi considerato la suprema autorità sull’argomento. Il suo Nomi di cenere dovrebbe arrivarmi a giorni, e fa parte della collana Nominatio, interamente dedicata a queste stravaganze erudite. Nell’altro suo studio, Il nome nella letteratura. L’interpretazione dei nomi negli scrittori italiani del medioevo, Sasso ricorda che il poeta duecentesco Dante da Maiano distribuì le lettere del suo nome in un carme acrostico degno del re del cruciverbone Piero Bartezzaghi, Di ciò che audivi dir primieramente, che in coda sottende maliziosamente le istruzioni per la decodifica (E se v’agenza, el vostro gran savere/ per testa lo meo dir vada cercando,/ se di voler lo meo nome v’abbella). E Giorgio Orelli, con qualche cabala di troppo, ha creduto di leggere la firma di Francesco Petrarca in un verso del sonetto che apre il Canzoniere, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono. Il verso in questione è “Spero trovar pietà non che perdono”, e cioè “sPEro TRovAR pietà non CHE perdono”. Petrarche (!?!). Mah. Mi pare un po’ forzato.

Maestro insuperato nell’uso poetico del proprio nome è stato senz’altro John Donne, in poesie come A Hymne to God the Father (1623), dove troviamo versi che sono rompicapi onomastico-esistenziali: When thou hast done, thou hast not done. Ma il vertice lo toccò senz’altro con l’epigrafico John Donne, Ann Donne, undone, che suggellava dal carcere il suo matrimonio segreto (e illegale) con la minorenne Ann More.

Eppure, non sono solo i poeti a nascondere il proprio nome in qualche canto o cantuccio di verso. A volte sono anche i loro critici. Accade così che sul finire di Rovinare le sacre verità, requisitoria erudita contro la poesia religiosa, Harold Bloom ponga con apparente trascuratezza un verso di Wallace Stevens (Our bloom is gone. We are the fruit thereof) che vale una firma.

Ma è su qualcun altro che voglio chiudere questo post, senza curarmi di attirare le ironie dei veneratori dell’etichetta high brow: il fu leader dei furono Dire Straits… Ah, Mark Knopfler, immortale bardo di Newcastle upon Tyne! Tu se’ solo colui da cu’io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore. Tutto quel che strimpello, lo devo alla servile scimmiesca imitazione della tua maniera bislacca. Anche Mark Knopfler (che non è John Donne, d’accordo, ma quanto meno è molto amico di Seamus Heaney) ha inserito maliziosamente la sua firma nella canzone Sailing to Philadelphia, ispirata al romanzo di Thomas Pynchon Mason & Dixon:

It was my fate from birth
to make my
mark upon the earth

Megalomane quanto basta, non sarò io a negarlo. Ma con juicio: provate a scriverla voi, Sultans of Swing, e poi ne riparliamo.

*****

guvi reloaded (che per lungo silenzio parea fioco, ma tornerà a ruggire…)

Written by am

aprile 5, 2004 a 4:35 pm

Pubblicato su Trattati bonsai

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