Guido Vitiello

Markette. Elogio della stroncatura

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Ho tra le mani la prima edizione Einaudi di Minuetto all’inferno di Elémire Zolla, romanzo d’esordio dell’autore torinese e Premio Strega “Opera Prima” 1956. Sentite cosa scrive Elio Vittorini nel risvolto di copertina:

“Vi sono degli scrittori, e anche dei grandi scrittori, che io mi trovo assolutamente negato a gustare e persino a intendere, a capire. Thomas Mann, per esempio. È in effetti un intero filone di letteratura che mi riesce inesplicabile: quello in cui si avverte, deliberata, l’azione speculativa dell’intelletto come quando vediamo, a una radioscopia, il bario percorrere i visceri che vuol rivelarci. Specie se poi si tratta della sottospecie che ama sataneggiare io precipito in uno stato di allergia e non so nemmeno distinguere tra creature ed aborti nella sua proliferazione. Così ora non so, francamente, cosa valga questo romanzo ‘satanico’ di Elémire Zolla. (…) è solo cervellotico o libresco?”.

È un documento “alieno”, che sembra venuto da un altro pianeta (culturale). Il risvolto di copertina è il biglietto da visita dell’editore, in questo caso del direttore di collana (i prestigiosi Gettoni). Orbene, Vittorini non si trattiene dal dire “non so, francamente, cosa valga questo ‘romanzo satanico’”. Certo, Grazia Marchianò ha raccontato, nella bella prefazione alla nuova edizione, le brighe diplomatiche dietro a questa presentazione tiepida (in risposta a Carlo Fruttero che ne caldeggiava la pubblicazione, Vittorini scriveva “non abbiamo mai pubblicato un libro tanto brutto e arcaico, presuntuoso e inattuale, cervellotico e ingiustificato”). Ma fatto sta che oggi sarebbe impensabile. Vi sfido a trovare in tutto lo spettro dell’editoria italiana un solo risvolto o una quarta di copertina in cui si parli in modo men che eccellente del libro presentato.

Si potrà dire che Vittorini era un’eccezione anche allora, nel 1956. Ma all’epoca, almeno, l’editore proponeva e il recensore disponeva. Insomma, la stroncatura era arma di uso quotidiano. Oggi non più. Anzi (non faccio nomi), ma nella mia attività di recensore mi sono imbattuto più volte in editori che concepiscono il recensore come l’ultimo anello nella catena della promozione del libro. O ancora, che davanti a una recensione negativa o anche solo perplessa spalancano gli occhi e ti domandano: “Scusa, ma se non ti è piaciuto, perché l’hai recensito?”. Mala tempora.

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dicembre 29, 2005 a 5:30 PM

Pubblicato su guviblog

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