Guido Vitiello

Baader-Meinhof, una “bande à part”

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Dopo La caduta di Oliver Hirschbiegel, il film sugli ultimi giorni di Adolf Hitler asserragliato nel bunker, lo sceneggiatore e produttore Bernd Eichinger si rivolge a un’altra stagione feroce della storia tedesca.

Gli anni di piombo, la sanguinosa parabola della Rote Armee Fraktion dalle manifestazioni antimilitariste di fine anni Sessanta alla capitolazione nell’ottobre del 1978, quando i capi della formazione terroristica Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe si tolsero la vita (o furono uccisi?) nel carcere di massima sicurezza di Stammheim.

Der Baader-Meinhof Komplex, film ad alto budget che uscirà a ottobre in Germania in corrispondenza con il trentennale dell'”autunno tedesco”, porta la firma di Uli Edel, il regista “adottato” da Hollywood che nel 1981 divenne celebre con Christiana F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, e annovera nel cast tutte le stelle del cinema tedesco: Moritz Bleibtreu sarà Andreas Baader, Martina Gedeck (Le vite degli altri) impersonerà Ulrike Meinhof. Ci saranno anche i due protagonisti de La caduta, Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz, che stavolta si calerà nei panni del leggendario Horst Herold, la “bestia nera” della Raf, capo del Bundeskriminalamt e coordinatore delle indagini sui terroristi, condotte con mezzi informatici che all’epoca sembravano fantascienza.

Bernd Eichinger ha scritto la sceneggiatura di Der Baader-Meinhof Komplex ispirandosi all’omonimo libro-inchiesta del giornalista Stefan Aust, fino a pochi mesi fa direttore di “Der Spiegel”. Quando fu pubblicato, nel 1985, il libro finì al centro di accese polemiche perché metteva in dubbio un dogma della sinistra tedesca, e cioè che i suicidi dei terroristi a Stammheim fossero in realtà omicidi di Stato. Non è difficile prevedere che queste polemiche si riaffacceranno all’uscita del film, se dovesse seguire per filo e per segno il libro; cosa è tutt’altro che certa, se si ricorda che proprio su questo episodio controverso un film di vent’anni fa scritto dallo stesso Aust e diretto da Reinhard Hauff, Stammheim, sceglieva la via dell’elusione.

Ma il timore più grande è un altro, e ha cominciato a serpeggiare in Germania fin dall’annuncio dell’inizio delle riprese: è il timore che il film di Eichinger ed Edel possa conferire alla Raf un alone accattivante da gioventù maledetta. Proprio come La caduta aveva addensato intorno al bunker di Hitler un’aura morbosa e decadente da “festino in tempo di peste” – lo storico Peter Reichel parlò di Todeskitsch-Unterhaltung, intrattenimento basato sul kitsch mortuario – così c’è il rischio che l’audace produttore-sceneggiatore e lo smaliziato regista “di genere” possano dare alla Baader-Meinhof una sfumatura di terror-chic. Che possano strizzare l’occhio a quell’ambigua rivalutazione glamour della Raf che uno stilista ha battezzato Prada-Meinhof: magliette con la stella rossa della Raf, Ray-Ban e pantaloni di velluto a zampa di elefante stile Baader invadono le passerelle; i collezionisti pagano fortune per una copia del manifesto della polizia con i volti dei ricercati; l’ex terrorista Astrid Proll, che su quel manifesto figurava, ha perfino curato un patinato libro fotografico sulla Raf.

Le prime immagini della lavorazione del film, dove il Baader di Moritz Bleibtreu evoca irresistibilmente il Marlon Brando del Selvaggio e altri fascinosi bad boys del cinema hollywoodiano, sembrano confermare i timori. In questo, Edel e Eichinger non sono certo i primi. Già in Stammheim i capi della Raf avevano un piglio da gioventù scapigliata e ribelle, a fronte di una Corte di parrucconi impettiti e residuati del Terzo Reich. Il silenzio dopo lo sparo di Volker Schlöndorff si apriva sulle note di Street fighting men dei Rolling Stones, quasi a suggerire una gang metropolitana più che un’avanguardia rivoluzionaria. Baader di Christopher Roth, un biopic uscito nel 2002, consacrava definitivamente il leader terroristico come icona pop.

Eppure sarebbe fuorviante parlare di stravolgimenti e di abusi cinematografici, di violenza fatta alla storia in nome dello spettacolo: quella del terrorismo in Germania, beninteso, è storia assai prosaica di lotta armata e idiozia ideologica, e ha lasciato sul campo centinaia di morti; ma è stata anche, in un certo senso, la storia di una bohème in armi, che ha intrattenuto con il mondo del cinema un rapporto ambiguo e sconcertante.

Già nel nome, Baader-Meinhof, risuonava qualcosa di Bonnie & Clyde. Lo stesso espediente che i terroristi adottarono per il sequestro del presidente della confindustria tedesca Hanns Martin Schleyer, quello di sospingere una carrozzina in mezzo alla strada di modo che l’auto fosse indotta a frenare, echeggiava perversamente la scena della scalinata di Odessa nella Corazzata Potemkin. A Parigi Andreas Baader e Gudrun Ensslin, dopo aver visto Il bandito delle 11 di Jean-Luc Godard si erano ripromessi di compiere azioni simili nella lotta armata, e di fatto molte spettacolari operazioni di “guerriglia urbana” della Raf – inseguimenti automobilistici, rapine in banca – ricalcano scene dai godardiani Bande à part o Week End. Baader aveva frequentato per un po’ gli ambienti dello “Action Theater” di Fassbinder, Ulrike Meinhof poco prima di entrare in clandestinità aveva completato la sceneggiatura del film per la tv Bambule, Holger Meins – altro leader della Raf, morto in carcere a seguito di un prolungato sciopero della fame – era stato regista di cortometraggi sperimentali e pittore, e perfino Gudrun Ensslin aveva recitato in qualche corto studentesco d’avanguardia.

L’ambizioso film di Edel ed Eichinger si prepara a saldare il debito, e a riconsegnare al cinema quel che nel cinema era nato. Ma prima e più che offrire il destro a una questione di buon gusto o di opportunità, Der Baader-Meinhof Komplex è l’occasione per riflettere su un aspetto del terrorismo tedesco che è del tutto assente dalle Br nostrane, un aspetto che getta più di una luce su un’epoca, la nostra, in cui il terrorismo si è fatto immagine, messinscena, guerriglia mediatica, in ultima analisi cinema.

In un saggio straordinario, uscito da poco nel volume Terror und Trauma, Thomas Elsaesser ricorda che i membri della Baader-Meinhof erano percepiti dalla gioventù tedesca come un’avanguardia sociale vitale: appartenevano alla cultura dello happening, della graffiti art, degli eventi del gruppo dadaista Fluxus, del teatro di strada, del Living theatre e delle dérives situazioniste. Certo, se leggiamo i comunicati della Raf non faticheremo a riconoscere gli stessi gergalismi boriosi e vaniloquenti, lo stesso catechismo fossile delle nostre Br. Ma sul piano dell’immagine un abisso separa la sciatteria deliberata dei chierichetti rivoluzionari italiani dalla ricercatezza spinta al parossismo dei loro omologhi tedeschi.

La banda Baader-Meinhof è stata, in Germania, un’espressione funesta quanto si vuole ma genuina della cultura pop. È stata, in un colpo solo, il Sessantotto e il Settantasette. Lo stile dei terroristi – fatto di abiti firmati, giubbotti di pelle, documenti falsificati, vita spericolata e macchinoni sfreccianti (all’epoca le Bmw erano state ribattezzate ironicamente Baader-Meinhof-Wagen) – ammaliava molti giovani tedeschi. Poco importa che Baader fosse incapace di articolare qualunque forma di pensiero coerente, che fosse uomo d’azione e d’insensatissima azione: la presenza di spirito con cui, al momento dell’arresto nel 1972, curò di farsi immortalare dalle telecamere con in dosso i suoi Ray-Ban, aveva senz’altro un’attrattiva più potente del suo eloquio fatto di rimasticature marxiane e maoiste.

Per la Germania questa bohème in armi è stata al centro di un doloroso capitolo della storia nazionale, chiuso con grande determinazione e con qualche strascico. Per noialtri, oggi, appare piuttosto come un’inquietante prefigurazione del tempo nuovo, come la prova generale della fatale collisione tra la politica del terrore e l’arte della messinscena.

Questo articolo è uscito su il Riformista il 16 febbraio 2008. Qui in formato pdf

Written by Guido

febbraio 18, 2008 a 9:54 PM

Pubblicato su Il Riformista

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