Guido Vitiello

Misheard Lyrics: Pasolini, Modugno e la querelle dell’erbaccia

leave a comment »

Capita a tutti di fraintendere le parole di una canzone, perché magari il cantante farfuglia o è sovrastato da un batterista energumeno; dopodiché si resta beatamente arroccati nell’errore per anni o decenni. Sulla questione son stati scritti fior di articoli, di libri, per tacere degli eruditissimi siti-archivio in perenne aggiornamento, dove è censito qualunque fraintendimento passato o presente. In alcuni casi, però, il mishearing è più imperdonabile.

Qualcuno forse ricorderà la splendida canzone che Domenico Modugno, nelle vesti di un Caronte netturbino incaricato di portare gli umani-burattini nelle discariche dell’Ade, canta in Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini. Il cortometraggio, forse la cosa migliore di Pasolini regista insieme a La Ricotta, ruota tutto intorno a una messinscena popolaresca dell’Otello di Shakespeare, un teatro dei pupi con Totò nelle vesti di Iago, Ninetto Davoli in quelle del Moro, Franco e Ciccio come Cassio e Roderigo.

Poco prima della fine, Modugno canta questa canzone, su testo dello stesso Pasolini (e reinterpretata trent’anni dopo dagli Avion Travel).

Ebbene, su internet circolano varie trascrizioni del testo, alcune anche con qualche crisma d’ufficialità, ma quasi tutte – per esempio, quella pubblicata tempo fa su NazioneIndiana – contengono un grossolano errore. Riportano, infatti, l’impossibile “ma l’erba soavemente delicata”, laddove Modugno canta palesemente malerba. Il perché è semplice: la strofa è la traduzione di un passo dell’Otello. Dice la canzone:

Ah, malerba soavemente delicata,
di un profumo che dà gli spasimi…
Ah, tu non fossi mai nata!

Che si ritrova, pari pari, in Shakespeare:

O thou weed,
Who art so lovely fair and smell’st so sweet
That the sense aches at thee, would thou hadst ne’er been born!
(Atto IV, Scena II)

Weed: malerba, appunto. A indagare un po’ più a fondo, poi, ci si accorge che quasi tutta la canzone è un collage di versi dell’Otello. Canta Modugno: “Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro,/ ma il derubato che piange ruba qualcosa a sé stesso (The robbed that smiles steals something from the thief,/ He robs himself that spends a bootless grief – Atto I, Scena III). E poi: “Ma queste son parole e non ho mai sentito/ che un cuore, un cuore affranto si cura con l’udito” (But words are words; I never yet did hear/ That the bruis’d heart was pierced through the ear – Ibidem).

Magari sto scoprendo l’acqua calda, e questa cosa la sapevano già tutti. Io però non l’ho letta da nessuna parte, e la scrivo qui.

Written by Guido

dicembre 14, 2008 a 3:10 pm

Pubblicato su guviblog

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: