Guido Vitiello

Le lepri di Birkenau. Claude Lanzmann e i suoi “spiriti guida”

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“Cela justifie une vie”, aveva detto Jean Daniel a Claude Lanzmann al termine di una delle prime proiezioni di Shoah. E se un film giustifica una vita, il corollario è che giustifichi anche un’autobiografia. Le lièvre de Patagonie, il libro di memorie che il regista e scrittore ha appena dato alle stampe per Gallimard, è anche e soprattutto la biografia del suo capolavoro.

Shoah cinge ormai Lanzmann come una camicia di Nesso; vita e opera sono a tal punto compenetrate che ci s’imbatte, in tutta naturalezza, in confessioni come questa: “Era un periodo buio della mia esistenza e – è lo stesso – della realizzazione di Shoah“. Il film sullo sterminio degli ebrei, costato dodici anni di lavoro e lungo quasi dieci ore, è apparso nel 1985; sul quarto di secolo che ci separa da quella data, coerentemente, il Lanzmann memorialista ci fa sapere ben poco.

L’uscita di questi mémoires era nell’aria da tempo. Nel gennaio scorso, alla Cinémathèque di Parigi, Claude Lanzmann annunciò che stava finendo di scrivere un libro, e aggiunse con fare civettuolo che sarebbe stato “un bel libro”: non volle anticipare altro. Per noi convenuti ad ascoltarlo, tuttavia, almeno altre due cose erano fuor di dubbio: che sarebbe stata un’opera monumentale, e che avrebbe parlato di Shoah.

Entrambi i pronostici si sono avverati; ma contro ogni aspettativa Le lièvre de Patagonie è una fonte inesauribile di sorprese, di spiazzamenti, di deviazioni capricciose, di colpi di teatro. Proprio come Shoah, che di lontano appare come un documentario sia pur insolito, e a uno sguardo più ravvicinato rivela la sua intricata costruzione poetica, così il libro di Lanzmann è tutto fuorché un’autobiografia convenzionale; l’ordine che segue non è quello della prosa, della proversa oratio, del discorso che fila dritto dal passato al presente, è piuttosto quello del versus, del discorso che vortica su di sé e torna ossessivamente ai suoi luoghi fatali.

Si apre, cosa stravagante per un’autobiografia, con un excursus sulle decapitazioni, dalla Rivoluzione di luglio agli sgozzamenti di Al Qaeda in Iraq e in Afghanistan (e qui c’è una piccola sorpresa nella sorpresa: Lanzmann, che quindici anni fa suscitò un putiferio dichiarando che se avesse trovato un filmato delle camere a gas lo avrebbe distrutto – perché la Shoah è “irrappresentabile” – si scaglia contro la cautela dei media che hanno scelto di non trasmettere i video delle decapitazioni).

Il racconto di Lanzmann è straripante: l’autore d’altra parte ammette di non saper operare tagli, scegliere gli pare lo stesso che uccidere, non per caso Shoah doveva durare due ore e ne dura quasi dieci. Sotto gli occhi del lettore ammaliato sfilano gli anni della guerra, la resistenza nelle file dei giovani comunisti, il dopoguerra come lettore all’Università di Berlino, l’incontro con Sartre, l’approdo a Les Temps Modernes, la relazione con Simone de Beauvoir, le lotte anticoloniali, i viaggi in Tibet e in Corea, i soggiorni in Israele per girare il primo film, Pourquoi Israël. Qua e là, poi, Lanzmann si concede soste per tirare di scherma contro qualcuno – come Jean-Luc Godard e Georges Didi-Huberman, che però ha cura di non nominare mai – o per farsi paladino di qualcun altro, come il Jonathan Littell delle Benevole.

Ulteriore sorpresa, Le lièvre de Patagonie rivela un umorista delizioso. Un aspetto rimasto celato nell’immagine pubblica di Lanzmann, che è sempre apparso nelle vesti del sanguigno ma compunto apostolo del suo stesso film. Ci sono pagine irresistibili, picaresche, specie nelle memorie degli anni di gioventù. Nelle ristrettezze del dopoguerra, Lanzmann prende a nolo un abito da curato per elemosinare nei quartieri ricchi di Parigi: “Non c’è dubbio, ero un giovane abate grave, dolce e compreso, con il mio messale in mano e un grosso quaderno comprato all’ultimo momento per iscrivervi i nomi delle benefattrici pronte a donare una moneta, forse una banconota, all’istituzione dei sordi e dei muti della rue Saint-Jacques che facevo finta di rappresentare”. Quando per caso bussa alla porta di un prete vero, però, deve fuggire a gambe levate. E per poco non viene processato per un reato surreale: aver rubato nella libreria delle Presses Universitaires de France lo studio di Jean Hyppolite sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, irresistibile ghiottoneria filosofica. Hyppolite, a quel che pare, ne fu molto lusingato.

Tutto questo non è che la preistoria di Shoah, la cui gestazione occupa per intero la seconda metà del libro. L’opera di una vita nasce dalla chiamata di due committenze, una visibile e l’altra invisibile: la prima è un funzionario del Ministero degli Esteri israeliano, che nel 1973, dopo aver visto Pourquoi Israël, propone a Lanzmann di realizzare “non un film sulla Shoah, ma un film che sia la Shoah”. Scoraggiato dall’immensità del compito, dopo una “notte pascaliana” il riluttante Lanzmann si risolve a obbedire alla chiamata imperiosa dei committenti invisibili, i soli verso i quali d’ora in poi sentirà un vincolo di fedeltà: i milioni di morti insepolti.

Cominciano qui dodici lunghissimi anni: la lavorazione di Shoah parrà una tela di Penelope, ed esaspererà uno dopo l’altro tutti i finanziatori che si avvicenderanno come in una corsa a staffetta. Con la sua piccola troupe Lanzmann rintraccia vittime, carnefici e spettatori negli Stati Uniti, in Israele, in Germania. Nella patria degli aguzzini dovrà inventarsi ogni sorta di sotterfugi per estorcere le loro confessioni, dal foggiarsi una falsa identità fino a girare di nascosto, come in una candid camera. Scoperto, finirà malmenato da un gruppo di giganti neonazisti, accorsi a proteggere l’ufficiale delle SS Heinz Schubert. Tra le vittime, incontrerà i radi sopravvissuti dei Sonderkommando, i prigionieri costretti a far funzionare la macchina delle camere a gas. Figure rese incancellabili da Shoah, come il “barbiere di Treblinka” Abraham Bomba e il “bambino cantore” Simon Srebnik, che a Chelmno i nazisti tenevano in vita perché li ammaliasse con la sua voce.

Oscuramente terrorizzato dall'”Oriente”, Lanzmann ritarderà il più possibile le riprese in Polonia, ma proprio qui girerà le sequenze più importanti di Shoah, cercando in ogni modo di far risorgere nel presente le memorie traumatiche dei testimoni, come in una spettrale incarnazione. Basti pensare alla scena inaugurale, dove il tenerissimo e spaesato Srebnik torna a Chelmno e canta di nuovo una canzone (racconta Lanzmann che, al termine di una proiezione polacca di Shoah, un donnone orribile gli si avvicinò per reclamare i diritti: il padre, a quanto pare, era il paroliere!).

Dobbiamo anche al film di Lanzmann se lo sterminio degli ebrei, in Europa, è oggi chiamato comunemente Shoah, così come a fine anni Settanta la serie televisiva Holocaust giocò un ruolo chiave nel diffondere il termine negli Stati Uniti. A dispetto di quel che si crede, tra le due parole non c’è un abisso semantico, ma Lanzmann scelse d’istinto Shoah “perché, non conoscendo l’ebraico, non ne comprendevo il senso”. Come meglio evocare un evento oscuro e imperscrutabile? Ci si chiede, così, quale sia l’origine del misterioso titolo che Lanzmann ha scelto per le sue memorie, “la lepre di Patagonia”.

L’animale punteggia la narrazione con la ricorrenza perturbante di un simbolo onirico. Una liebre dorada compare nel racconto di Silvina Ocampo che si legge in esergo; un’altra lepre, stavolta color della terra, fa capolino a metà del libro, acquattata accanto al filo spinato di Birkenau in una delle riprese di Shoah – e a Lanzmann piace pensare che le anime dei deportati abbiano scelto quella forma di vita per reincarnarsi; una lepre gli si para innanzi nelle grandi foreste della Serbia, un’altra ancora si affaccia nel fascio di luce dei suoi fari nel villaggio di El Calafate, in Patagonia.

Simbolo di una vitalità indomabile, della jeunesse du monde (era questo il titolo originario del libro), la lepre appare come un totem benevolo, quasi uno spirito guida sciamanistico. Anche alla sua muta e numinosa protezione, forse, dobbiamo la riuscita di questo grande libro.

Articolo uscito sul Riformista il 29 marzo 2009

Written by Guido

aprile 11, 2009 a 4:33 PM

Pubblicato su Il Riformista

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