Guido Vitiello

Murena, Zolla, Borowski: tre recensioni inattuali

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Una notte gli ebrei di un villaggio chassidico, seduti a circolo in una catapecchia, giocavano a confessarsi i desideri più segreti: chi voleva danaro, chi un banco da falegname.

Un mendicante, acquattato in un angolo, prese la parola per esprimere la sua aspirazione: avrebbe voluto essere il sovrano di un vasto regno, preso d’assedio dai nemici, costretto a fuggire nella notte in preda al terrore, senza nemmeno il tempo di vestirsi, con in dosso una camicia acciuffata di corsa, e poi traversare mari e monti per arrivare, sano e salvo, nella catapecchia. “E cosa avresti guadagnato?”, chiesero gli altri, sconcertati. “Una camicia”. Sì, ma una camicia intrisa del ricordo del Regno da cui fummo scacciati con Adamo.

La storiella è riportata da Héctor Murena in uno dei saggi di La metafora e il sacro, pubblicato nel 1973, due anni prima della morte. L’itinerario dello scrittore argentino corse parallelo a quello di Elémire Zolla, di cui fu sodale nell’elusivo cenacolo romano che trovò espressione nella rivista “Conoscenza religiosa”. Come Zolla in Italia, Murena fu il mentore argentino della Kulturkritik francofortese; come Zolla, scrisse una furente critica alla civiltà di massa (Homo atomicus) dove la trasognata lucidità del profeta conviveva con la sottile ciarlataneria dell’indovino che vede ovunque Segni dei Tempi.

Questa riflessione sull’arte come tessitrice di camicie memori del Regno è la sua opera più limpida e perfetta. Mediante la metafora, arte del “portare” (pherein) “oltre” (meta), il poeta ci traghetta verso una non meglio definita Zona, che come nota la traduttrice Maria Pertile riporta alla mente Stalker di Tarkovskij: le parole “si liberano del petroso significato utile e si fondono in una serpe che salta, tesa e sottile, per rivelarci l’Altro Mondo che era in loro”. Ma la condizione del mediatore, sospeso tra i mondi, è pericolosa come quella dell’agente segreto: il Mistico lo condanna per i suoi legami con questo mondo, il Politico per i suoi commerci con l’Altro.

Héctor Murena, La metafora e il sacro (Irradiazioni, 110 pp., 12 euro). Recensione uscita sul Riformista.

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“Dividere per due o per tre o per quattro è questione fra tutte capitale”, scriveva Elémire Zolla in un saggio su Georges Dumézil, alludendo ai diversi modi di mettere ordine dentro all’uomo. Tutto cambia a seconda che si scinda il composto umano in corpo ed anima, o che a queste due parti si aggiunga lo spirito, o ancora che – come nell’antropologia quaternaria di Carl G. Jung – lo si ripartisca in corpo, anima, animo e spirito.

La questione potrà apparire, a torto, un trastullo seminariale, appena meno ozioso delle speculazioni sul sesso degli angeli, ma per convincersi della centralità dell’anatomia spirituale basta rivolgersi a due ingegni di prim’ordine come il cardinale Henri de Lubac o il domenicano Ambroise Gardeil, che vi hanno dedicato pagine definitive ancorché limitate alla tradizione cristiana.

Le potenze dell’anima di Elémire Zolla, che Rizzoli ripropone a quarant’anni dalla pubblicazione originaria nella cura come sempre impeccabile di Grazia Marchianò, è una minuziosa ed enciclopedica ricognizione della “topografia interiore” dell’uomo nelle diverse civiltà: la cinese e lamaista, la egiziana, la indù, la greco-romana, quella dell’antico Israele e infine quella cristiana. È, questo, il libro più ostentatamente “inattuale” di Zolla, tanto più se si pone mente alla data della prima pubblicazione: 1968.

Che in quel tumulto qualcuno potesse dichiarare fieramente che tra le questioni urgenti e capitali occorreva annoverare la suddivisione interiore dell’uomo, è di per sé motivo di consolazione. A tratti il libro sembra tutto rapito in altitudini che del mondo moderno e delle sue vicissitudini non serbano nemmeno memoria. Eppure, in molte pagine di Le potenze dell’anima il “gran rifiuto” di Zolla verso tutto quel che lo circondava – divenuto ben più radicale che nei precedenti Eclissi dell’intellettuale e Volgarità e dolore – è come acquattato nella trama del testo, e solleva il capo qua e là per sferrare stoccate rabbiose e irremissibili; così nel paragrafo Esorcismi ed emblemi è detto che “come un tempo si designava un casato attraverso l’animale o l’oggetto che lo simboleggiava e il vilipendio o la distruzione o l’ammainamento del simbolo si ribaltavano, nell’animo di chi assisteva, sul casato stesso, privandolo del suo alone di prestigio, così avviene oggi delle merci e delle loro immagini pubblicitarie”: il segno della merce nutre un abbrivo sentimentale, un incentivo all’azione che si può rappresentare, personificato, in un demone; cosicché “si vota, si compera perché sono stati nutriti con i loro segni certi demoni”.

È solo un esempio, ma illustra a perfezione questa fase quasi sconosciuta della già misconosciuta opera di Zolla. Ancora il libro sull’alchimia, di lì a pochi anni, avrebbe visto balenare di queste invettive. Poi, man mano che Zolla si volgeva ad Oriente, i bersagli polemici della civiltà di massa si sarebbero allontanati sullo sfondo. Restano alcuni libri indimenticabili che rivelano un grande prosatore: il capolavoro, Storia del fantasticare, e questo Le potenze dell’anima.

Elémire Zolla, Le potenze dell’anima (Rizzoli, 271 pp., 9,60 euro). Recensione uscita su Satisfiction.

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I romantici si entusiasmarono alle fiamme dell’Inferno dantesco, ma fu proprio uno di loro, Francesco De Sanctis, a osservare che via via che ci s’inabissa nella Giudecca il fuoco delle passioni si smorza e “l’uomo bestia diviene l’uomo ghiaccio, l’essere petrificato, il fossile”. Da quest’ultimo stadio della degradazione scrisse e testimoniò Tadeusz Borowski, nato in Ucraina nel 1922 da genitori polacchi, scampato ad Auschwitz e a Dachau, di cui esce oggi una scelta di racconti, Da questa parte, per il gas. Il più lirico e visionario, Il mondo di pietra, si chiude annunciando “una grande, imperitura epopea degna di questo mondo imperituro e arduo, quasi scolpito nella pietra”.

Dell’universo minerale dei lager, di quel regno fondato sulla riduzione degli uomini a cose (un altro racconto, non incluso nell’antologia, ha per protagonista una scatola di effetti personali), Borowski fornì una cronaca impassibile e sardonica, che pare scritta da lontananze siderali. Eppure, a quel mondo si legò tutto il suo destino: Tadeusz aveva quattro anni quando il padre fu esiliato in un campo di lavoro, otto quando la madre fu deportata in Siberia. Quando arrestarono la fidanzata, Borowski si mise sulle sue tracce e cadde nelle mani della Gestapo: entrambi finirono ad Auschwitz, entrambi sopravvissero, come racconta il film di Wajda Paesaggio dopo la battaglia.

“Siamo insensibili come alberi, come pietre”, scrive in uno dei racconti, Da noi ad Auschwitz, con uno scialo di metafore minerali che si ritrova solo in Salamov. A onor del vero, le cronache dei compagni di prigionia attestano il contrario: la condotta di Borowski nel lager fu esemplare e generosa. Eppure, a differenza dello Schwarz-Bart dell’Ultimo dei giusti, lo scrittore polacco non giocò la purezza contro la compromissione. Intuì che la letteratura dopo Auschwitz non poteva risparmiare l’occhio del narratore, il punto di vista: anch’esso occorreva tirar giù di forza dal piedistallo, o dalla torretta di guardia. E così, l’alter ego letterario di Borowski è un cinico kapò di nome Tadeusz, capace di raccontare senza batter ciglio i casi più atroci, come quello della madre che finge di non conoscere il figlio pur di salvare la pelle.

Borowski mette Platone a testa in giù, si fa burle della cultura sorella della barbarie: “Poeti, avvocati, filosofi, sacerdoti copriranno le nostre voci con le loro. Creeranno il Bello, il Bene e il Vero”. Del mondo di pietra, di cui annunciò l’epopea con stralunata ironia, descrisse anche la gestazione nel lavoro servile: “Gettiamo le fondamenta di qualche nuova, mostruosa civiltà”. Da allora lo avrebbe tormentato la visione del mondo stesso come un immenso lager, un’ossessione che lasciò in eredità al suo più diretto prosecutore letterario, Imre Kertész. Dopo la liberazione, tuttavia, qualcosa accadde a Borowski, che si gettò a capofitto nella propaganda comunista con tutto il fanatismo e la dabbenaggine di chi vede il paradiso a portata di mano, se non fosse per i nemici di classe.

Il poeta Czeslaw Milosz, che gli dedicò un lungo ritratto, riporta che negli ultimi giorni parlava spesso del suicidio di Majakovskij. Nel 1951, tre giorni dopo la nascita della primogenita, Tadeusz Borowski si uccise con il gas, come in un crudele contrappasso. Levi e Celan, che scelsero una fine simile, paragonavano Auschwitz alla Gorgone, che impietrisce chi la fissa in volto: neppure il cantore del “mondo di pietra” seppe reggere troppo a lungo quello sguardo.

Tadeusz Borowski, Da questa parte per il gas (L’Ancora del Mediterraneo, 256 pp., 17,50 euro). Recensione uscita sul Riformista.

Written by Guido

marzo 14, 2009 a 4:32 PM

Pubblicato su guviblog, Il Riformista

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