Guido Vitiello

Modernariato letterario. Sul caso Jonathan Littell

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Il tempo per Jonathan Littell è fuor di sesto, out of joint, come lo era per il principe Amleto: proprio non gli riesce di coincidere con l’epoca in cui gli è toccato di nascere.

I detrattori potranno dirlo démodé, dismettere i suoi libri come abiti dalla foggia desueta; gli elogiatori spenderanno per lui la più nobile categoria nicciana dell’Unzeitgemass, l'”inattuale”. Noi crediamo piuttosto che lo scrittore franco-americano sia un caso unico e felice di modernariato letterario, di rifacimento deliberato ma tutt’altro che ironico – anzi, atrocemente serio – di modelli che erano in voga, per così dire, decenni fa.

L’opera che lo ha balestrato al centro della scena letteraria, Le Benevole, fluviale confessione di un aguzzino nazista che gli è valsa il Goncourt e la traduzione in decine di lingue, pare sbucata da qualche sotterraneo degli anni Trenta europei: per le ambizioni titaniche, che chiamano in causa Mann o Musil, come pure per la prosa, le cui oltranze non si spingono più in là di un Céline o di altri spiriti torturati entre-deux-guerres.

Due libri usciti in questi giorni confermano la giustezza della diagnosi, e offrono l’occasione per un bilancio meno effimero del caso Littell.

Dal cuore degli anni Settanta e della Hitler-Wave sembra saltar fuori Il secco e l’umido (Einaudi, 118 pp., 18 euro), l'”incursione in territorio fascista” che Littell si è concesso quando lavorava alle Benevole, nel 2002. Questo studio preparatorio al romanzo, un’anatomia della personalità del maschio-soldato fascista, è anch’esso un pezzo di modernariato: echeggia pagine scritte trent’anni fa da Sontag, Friedlander o Mosse, e non per caso si richiama a un libro del 1977, l’eccentrico e quasi dimenticato Männerphantasien di Klaus Theweleit (che per Il secco e l’umido ha scritto una postfazione anch’essa piuttosto “vintage”, sospesa tra Deleuze, Guattari e Salò di Pasolini).

L’intuizione di Theweleit, che Littell ricalca fedelmente, è che il fascista non abbia compiuto appieno la separazione dalla madre, e viva dunque il continuo terrore di finire risucchiato nell’elemento femminile. Crea così un Io-carapace impettito e marziale, che per conservarsi deve ribadire senza posa il proprio trionfo su tutto quel che gli evoca l’indifferenziato: la melma, il sangue, la putrefazione, la merda, la “marea rossa” bolscevica – in una parola: l’umido – contro il quale deve stagliarsi secco, lucente, immortale il corpo del maschio-soldato.

Questa coppia di opposti dalle nobili ascendenze presocratiche Littell la rinviene in ogni pagina di La campagne de Russie di Léon Degrelle, alla cui analisi è dedicato Il secco e l’umido: si tratta del libro di memorie del militare filonazista belga che arrivò a capeggiare la Legione “Wallonie”, poi accorpata nella Waffen-SS, ed entrò nelle grazie di Adolf Hitler. Degrelle è uno dei modelli di Maximilian Aue, il narratore delle Benevole, che con il maschio-soldato di Theweleit spartisce deliri e ossessioni, aggiungendovi il tormento di un sovrappiù di coscienza.

Ce ne accorgiamo fin dal suo primo impatto con le masse di cadaveri dei prigionieri fucilati dall’Nkvd, dove lo assale il terrore di restare invischiato in quel maleodorante abisso di sangue, putrefazione e materia fecale; o ancora quando, a metà romanzo, Aue descrive l’attimo in cui s’incrina l’arroganza del soldato: “Adesso, era il lento montare della marea interiore a ucciderli (…). Montava anche in me, acre e puzzolente come quella merda dall’odore dolciastro che colava a fiotti dalle mie budella”.

L’insistenza su questo materialismo “basso” è uno dei motivi ricorrenti delle Benevole, e una delle ossessioni di Littell: lo lascia intravedere un altro libro “preparatorio”, Studi (Nottetempo, 68 pp., 7 euro), che si compone di quattro racconti scritti tra il 1995 al 2002. Uno di essi, L’attesa, prefigura il ribollente mondo interiore di Aue, il nazista omosessuale, gemello incestuoso e forse matricida che nelle Benevole occupa il centro della scena. Dopo un violento amplesso con un giovane nero adescato sul lungosenna, il protagonista di L’attesa si precipita in una latrina, con le budella attorcigliate, in preda a un accesso di diarrea: “Tanta sozzura mi asfissiava, ma al tempo stesso ne volevo ancora, volevo follemente annegarci dentro, perdevo ogni nozione di me stesso, il mio corpo era in preda al delirio”.

Non nascondiamolo: questo dionisismo da bagno pubblico, questo scatologico cupio dissolvi degno del peggior Houellebecq solleva qualche dubbio sul talento di prosatore di Littell. Epperò cadute di tono come questa, come pure certi sdilinquimenti declamatori che negli Studi lasciano infastiditi, nelle Benevole li si tollera di buon grado – non solo perché si è soggiogati dalla sua potenza epica, ma anche per l’ammirazione imposta dalla dismisura delle sue ambizioni. Littell gioca in grande e rischia in grande, ed è sciocco accusarlo di essere un “furbetto” che tenta l’assalto alla diligenza letteraria sposando un gusto macabro da grand-guignol alla moda culturale dell’Olocausto. Ma via, quale furbo spenderebbe dieci anni di fatiche e ricerche per scrivere un’opera immane come Le Benevole, quando basta molto meno a farsi aggiungere un posto a tavola?

Forse solo un furbo sublime come Wagner, che non per caso Mann definì “dilettante monumentale”, sempre pencolante tra il capolavoro e il pasticcio. Chiunque punti alla grandiosità cammina su un filo esile, a destra e a manca gli si spalancano i baratri del kitsch, della cialtroneria pretenziosa, del lirismo pacchiano. Il romanzo di Littell questi baratri li sfiora tutti, spesso barcolla, e più si procede nella lettura più si ha l’impressione di scivolare da L’uomo senza qualità a Forrest Gump, quando Aue si ritrova quasi sbadatamente a incrociare tutti i personaggi e gli eventi cruciali dell’epoca.

Ma ben vengano i libri che – lo diceva di Moby Dick Maurice Blanchot, uno dei numi tutelari delle Benevole – aspirano a essere un “corrispettivo scritto dell’universo”. Non possono che fallire, ma dobbiamo esser grati al loro fallimento.

Articolo uscito il 6 giugno sul Riformista

Written by Guido

giugno 8, 2009 a 4:36 PM

Pubblicato su Il Riformista

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