Guido Vitiello

Lost in the Twilight Zone

with one comment

Immaginate che qualcuno vi racconti questo abbozzo di storia, presentandola come canovaccio di una nuova e rivoluzionaria serie televisiva: un biplano Nieuport ai tempi della Grande guerra attraversa in volo una nube dalle misteriose proprietà; l’uomo che lo sta pilotando si trova catturato in un paradosso spazio-temporale, è scaraventato in una base aerea americana quarant’anni più tardi, sotto gli occhi dapprima scettici e poi allibiti degli abitanti del futuro.

Ecco, se vi annoverate tra i tanti cultori incalliti di Lost che attendono sfiniti la sesta e ultima stagione, quasi di certo alzerete gli occhi al cielo e sospetterete che l’affabulatore in questione voglia immettersi nella scia fortunata della vostra serie prediletta, come tenta di fare proprio in queste settimane il furbesco e raffazzonato FlashForward. Vi sbagliereste, e di grosso. Non è del futuro che stiamo parlando, bensì del passato: la trama è quella di L’ultimo volo, uno degli episodi della prima stagione di Ai confini della realtà, la serie televisiva americana che debuttò sulla CBS nell’ottobre del 1959, esattamente cinquant’anni fa.

Il minimo che si può concluderne è che Rod Serling, che di quella serie fu demiurgo e timoniere per tutte e cinque le stagioni dal 1959 al 1964, inventando e adattando decine di storie e scrivendo buona parte delle sceneggiature, aveva qualcosa in comune con il luogotenente William Decker, lo spaurito pilota britannico a bordo del Nieuport: anche a lui toccò in sorte il privilegio di dare una sbirciatina nel futuro.

Non ci riferiamo tanto alle sue premonizioni storiche, politiche o tecnologiche – tanto per dirne una, nel 1972 Serling firmò la sceneggiatura di un film-tv (The Man di Joseph Sargent, dal romanzo di Irving Wallace) che pronosticava l’avvento del primo afroamericano alla Casa Bianca. E se pure è innegabile che gli oltre centocinquanta episodi di Ai confini della realtà contengono un buon numero di “cronache dal futuro”, è altrettanto vero che per gli autori di fantascienza, specie se prolifici, esser profeti è affare più di probabilità statistiche che di genio, è come comprare mille biglietti della lotteria: quanto più si almanacca sui futuri possibili, tanto più si ha la chance di imbroccare quello giusto.

Neppure ci riferiamo all’abilità di talent scout di Serling, che seppe reclutare per la sua serie televisiva futuri divi di Hollywood, nonché scrittori e sceneggiatori indirizzati a una luminosa carriera. No, il futuro che Serling intuì con spaventosa chiaroveggenza riguarda il cinema, la tv, la fiction dei cinquant’anni successivi; le storie, i personaggi, le idee narrative. Basta scorrere qualche episodio della prima stagione per constatarlo: Il sarcofago, dove un’attrice in declino scompare nella pellicola di un suo vecchio film per ritornare immortalmente giovane, è l’antenato delle mille variazioni sul tema di La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen; Un sogno lungo un attimo ci catapulta nel mondo del noir onirico alla David Lynch; L’autostoppista lascia intravedere già i vari thriller metafisici come Il sesto senso e The Others, tutti giocati sul confine tra vita e morte, nel solco del Giro di vite di Henry James; Un incubo dal passato sembra uno schizzo di Marnie di Alfred Hitchcock, che sarebbe arrivato quattro anni dopo; L’avventura di Arthur Curtis è un Truman Show in embrione.

Alcuni episodi sono piccoli capolavori, come Mostri in Maple Street (un piccolo saggio antropologico sulla ricerca di capri espiatori) o La vendetta del campo, nella terza stagione, dove la zona “ai confini della realtà” è il lager di Dachau. Altri sono decisamente malriusciti, ma chiamano a gran voce il rifacimento: come puntualmente è accaduto.

Ma cos’era, cos’è stato esattamente, Ai confini della realtà? Difficile dirlo. La serie non era meno elusiva e imprendibile del suo creatore, la cui vita seguì una traiettoria sghemba da racconto picaresco, inimmaginabile nel Vecchio continente: campione di pugilato ai Golden Gloves, paracadutista durante la Seconda guerra mondiale, studioso di letteratura, poi autore radiofonico, teatrale, televisivo. La prodigiosa antologia di episodi di Ai confini della realtà slitta continuamente dalla fantascienza all’horror, dal fiabesco al western, dall’occulto all’allegoria morale, dal noir al poliziesco. Troviamo oggetti magici, pozioni e fatture, contrappassi morali, macchinari fantascientifici e patti col diavolo, enigmi matematici, viaggi nel tempo.

A tenere insieme questo strabordante repertorio di temi e personaggi – qui sta la prima, grande intuizione di Serling – era uno schema narrativo semplice, ripetitivo, che però si presta a infinite variazioni: il protagonista di ciascun episodio si trova, a un certo punto, in una regione “ai confini della realtà”; nella twilight zone, la zona crepuscolare che dà il titolo alla serie nella versione originale. I bastioni del mondo noto prendono a vacillare, il quotidiano si fa irriconoscibile e al suo interno si apre un varco che può essere di volta in volta paradisiaco o infernale, ironico o spietato.

Tutto accade sotto il segno dell’Unheimliche, il “perturbante” freudiano, il terrore che nasce dalla vicinanza del familiare e del non familiare, quell’inquietudine che ci afferra quando i lineamenti di un volto noto ci appaiono irriconoscibili, quando una persona in carne e ossa si svela essere un manichino o un robot (come nell’episodio Ore perdute) o viceversa la mostruosità si manifesta come la nostra dimensione abituale, solo che non ce n’eravamo accorti: in uno dei più celebri episodi della serie, Il terzo dal sole, degli astronauti in fuga dal pianeta dove sta per scoppiare una guerra nucleare approdano su un altro mondo votato alla disgrazia, salvo scoprire che si tratta della Terra.

Tutto nuovo, dunque? Davvero Serling partorì la fiction dell’avvenire come Zeus fece spuntare Atena in armi dalla propria fronte? Qui sta il bello: di nuovo non c’è nulla, o quasi. Il re dell’Olimpo diede luce alla dea solo dopo averne inghiottito la madre Metide. Allo stesso modo il grande merito di Serling è quello di aver creato un “canone” narrativo fagocitando le fonti più disparate – riviste di fantascienza, letteratura pulp, favole antiche, romanzi del mistero, morality plays, racconti fantastici dell’ottocento europeo, storie di edificazione puritane, enigmi logici e matematici, rompicapi polizieschi.

Attinse a un immenso patrimonio di storie e le traghettò dalla carta stampata alla narrazione audiovisiva, allestendo un repertorio formidabile di idee appena sbozzate, pronte per essere ripescate e rielaborate. Quando si scriverà una storia non frivola e non altezzosa della narrazione novecentesca, probabilmente dovremo studiare Rod Serling come studiamo i fratelli Grimm, e il suo Ai confini della realtà come le fiabe e saghe germaniche dei due romantici.

Serling ha dato forma più di chiunque altro al fantastico americano, che è divenuto il fantastico tout court. Una regione dove convivono trascendentalismo emersoniano e immaginazione scientifica, pragmatismo religioso alla William James e moralismo protestante, e dove non c’è destino così cupo che non possa essere ribaltato dal libero arbitrio, dove per il più reietto c’è sempre una seconda chance.

La definizione più impeccabile di questa forma del fantastico l’ha fornita proprio quest’uomo minuto dalle vaste sopracciglia, che introduceva ogni episodio con la sua voce compìta e quasi scostante: “È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell’immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà”.

La serie chiuse i battenti nel 1964. Serling, dopo altri tentativi meno fortunati e alcuni anni d’insegnamento universitario, morì nel 1975 nel corso di un’operazione chirurgica. Per ben due volte si tentò invano di resuscitare i fasti di quella serie leggendaria: la prima a metà degli anni ottanta, la seconda – con ancor meno fortuna – nei primi anni del duemila. Se i revival non ebbero successo, tuttavia, non è perché il mondo di Serling non interessasse più nessuno. È perché era ormai ovunque.

Articolo uscito sul Riformista il 27 ottobre 2009

Written by Guido

novembre 1, 2009 a 4:38 PM

Pubblicato su Il Riformista

Una Risposta

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  1. […] […]

    Serling, Rod

    gennaio 2, 2012 at 3:03 PM


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