Guido Vitiello

Saul Friedländer, lo spaesamento come metodo

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Saul Friedländer non si sente a casa in nessun luogo. Da anni ormai è cittadino americano, ma è stato a lungo, ed è tuttora, anche israeliano. Ormai vicino agli ottant’anni, sente nostalgia dell’Europa. Il francese è la sua lingua madre, ma è nato a Praga da ebrei assimilati, permeati dalla lingua e dalla cultura tedesca, che allo scoppio della guerra si rifugiarono in Francia e lo affidarono alle cure di un convitto cattolico per metterlo in salvo, prima di finire deportati nei lager. Ha insegnato a Ginevra, poi per molti anni a Tel Aviv e a Los Angeles. La biografia di quello che è probabilmente il massimo storico vivente dell’Olocausto attraversa continenti, lingue, culture, stagioni. Eppure, lungi dal rifugiarsi nello stereotipo – a volte un po’ civettuolo – dell’ebreo errante, Friedländer ha fatto del suo spaesamento un metodo, e di questo carattere apolide il suo punto di forza come studioso. Aggressore e vittima, appena pubblicato da Laterza (156 pagine, 15 euro), è un plaidoyer per una “storia integrata dell’Olocausto”, una storia cioè che sappia tener conto di tutti gli attori coinvolti in quella serie terribile di eventi, come pure dei loro punti di vista e delle loro mentalità. Ed è anche l’occasione per dare una sbirciatina nel capanno degli attrezzi di un grande storico.

“Ho cercato di tracciare una raffigurazione complessiva che includesse tutte le parti: i tedeschi, l’ambiente europeo e le stesse vittime, le comunità ebraiche e gli individui ebrei”, spiega Friedländer in una lunga conversazione con storici e giornalisti, che occupa la terza e più interessante parte di Aggressore e vittima. Il titolo dell’edizione italiana echeggia quello che vent’anni prima un altro grande storico dell’Olocausto scomparso in anni recenti, Raul Hilberg, aveva scelto per una delle sue opere: Carnefici, vittime, spettatori. A Hilberg, l’autore del fondamentale La distruzione degli ebrei d’Europa, Friedländer riconosce immensi meriti, ma gli rimprovera un’attenzione eccessiva al meccanismo burocratico-amministrativo della Soluzione finale che finisce per eclissare le vite e le storie delle vittime. Al contrario, Friedländer ha scelto di raccontare la storia dell’Olocausto attingendo anche a tutte quelle fonti che Hilberg relegava in secondo piano: la sconfinata mole di diari, testimonianze e memoriali. Il risultato è il monumentale dittico La Germania nazista e gli ebrei, frutto di decenni di lavoro.

Friedländer si è lasciato guidare da un insopprimibile senso di smarrimento, di sbigottimento davanti all’insensatezza della catastrofe, e ne ha fatto un perno del suo metodo di lavoro. Niente era prevedibile o ineluttabile, nessun destino era scritto, l’Olocausto non è stato il compimento fatale di grandi forze impersonali come la modernità, la tecnica, l’essenza dell’Occidente, la ragione illuministica “capovolta” dei francofortesi o l’antisemitismo perenne; e, per dirla con George Mosse, se alla fine del diciannovesimo secolo ci fossimo chiesti dove si sarebbe potuta compiere un’infamia come Auschwitz, la risposta sarebbe stata inequivoca: in Francia, nella Francia dell’affaire Dreyfus. Non per caso Friedländer confessa che a lasciarlo più sgomento sono le lettere e i diari di chi, magari poche ore prima della deportazione, non aveva sentore di nulla e si ostinava a rassicurare i propri cari. O la terribile nota di sollievo del filologo e linguista antinazista Viktor Klemperer del dicembre del 1941, quando l’ordine segreto di sterminio era stato appena diramato da Adolf Hitler: “Gli ultimi cinque minuti difficili, a testa alta!”.

Che cosa dire, invece, degli aggressori? Friedländer se ne è occupato a lungo e variamente, in opere come Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe, nello studio sul caso dell’SS “pentito” Kurt Gerstein e, più indirettamente, nel libello Réflets du Nazisme. Ai tedeschi – uomini comuni, soldati, SS, burocrati o esecutori materiali dello sterminio – e alla loro psicologia, è dedicata la tavola rotonda che chiude il libro, e che al lettore italiano suonerà più nuova e originale di quanto non parrà al suo omologo in Germania o, più ancora, negli Stati Uniti. Al centro del dibattito, infatti, è un tema su cui da anni si vanno riempiendo biblioteche, al punto da far sospettare che si tratti in qualche misura anche di una moda accademica: quello del “trauma”, nella fattispecie del perpetrator trauma o trauma dei carnefici – categoria controversa in quanto rischia di essere usata in chiave apologetica o assolutoria. Che cosa avviene nella mente di chi è stato responsabile in prima persona di atrocità e uccisioni di massa? E come reagirono, dopo la fine della guerra, i tedeschi comuni davanti alle immagini dei campi appena liberati? E i loro figli ignari, la generazione del Sessantotto? Sono domande a cui si tenta di rispondere da quarant’anni almeno, da quando due psicoanalisti di Monaco, i coniugi Mitscherlich, scrissero il loro libro sull'”incapacità di lutto” dei tedeschi dopo la caduta di Hitler. Poi sono arrivati gli studi di Christopher Browning sugli “uomini comuni” implicati nello sterminio e quelli di Daniel J. Goldhagen sui “volenterosi carnefici”. Il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, grazie al quale molti hanno compiuto l’esperimento mentale di calarsi nella mente del boia, è in parte figlio di questo lungo dibattito di cui i conferenzieri – tra cui studiosi come Harald Welzer o Norbert Frei – ripercorrono le tappe, in contrappunto con la storia della Germania del dopoguerra.

Oggi Friedländer fa progetti per il futuro. Sogna di scrivere un libro sul suo grande concittadino Franz Kafka, e a ben vedere non stupisce che lo storico per cui “nulla era inevitabile” voglia cimentarsi con il “profeta ignaro” per eccellenza. Quel Kafka che, nella Metamorfosi, descrisse la trasformazione dell’uomo in insetto, usando la stessa parola – Ungeziefer – che i nazisti avrebbero riservato agli ebrei, nel loro piano di “disinfestazione” della Germania; quel Kafka che, nel Castello, offrì una lancinante definizione non già dell’apolide ma del paria rigettato dai suoi simili, della nuda vita disponibile per i carnefici: “Non sei del castello, non sei del villaggio, non sei niente”.

Articolo uscito sul Riformista il 14 gennaio. Del “trauma dei carnefici”, avevo scritto qualcosa qui: http://www.brockhausstiftung.de/index.php?id=88

Written by am

gennaio 14, 2010 a 7:51 PM

Pubblicato su Il Riformista

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