Guido Vitiello

La banalità del male e il male della banalità

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Terribile è la banalità del male, ma guardiamoci un poco anche dal male della banalità; da quella retorica della memoria, spesso di ascendenze nobili, che si è impadronita del discorso pubblico su Auschwitz, e che si rianima a ogni 27 gennaio. Nulla di strano: come ogni letteratura che abbia conosciuto una rigogliosa fioritura, anche quella cresciuta intorno alla Shoah ha visto sbocciare i suoi topoi, che l’uso insistito ha convertito nel migliore dei casi in ostinati luoghi comuni, nel peggiore in dogmi arcigni e inespugnabili.

È un formulario liturgico fatto di espressioni come “dire l’indicibile” o “immaginare l’inimmaginabile”, e d’altre ancora dove l’ossimoro, il paradosso, l’iperbole – figure che andrebbero spese con parsimonia, già che tendono le corde del linguaggio all’estremo – sono diventate routine. Come pure risuonano a vuoto, incontrando ormai orecchie ovattate, i “per non dimenticare” e i “mai più”, accompagnati dall’immancabile monito di Santayana sul passato che, se lo dimentichiamo, siamo condannati a ripetere.

Non tutto in queste formule è da rigettare, per carità. Nei luoghi comuni si raccoglie una parte di verità, come nelle piazze delle grandi città: se molti vi transitano, non è certo perché abbiano tutti smarrito la direzione. Ma riscuotere le commemorazioni dalla loro torpida ritualità – purché non lo si faccia con il malanimo e i sinistri sottintesi politici dei provocatori alla Norman Finkelstein – è operazione sempre benemerita.

“Svincolare dalla liturgia un’occasione rara per intendere, sentire e contrastare il peggio di cui siamo stati capaci” è l’intento proclamato di A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah (L’Ancora del Mediterraneo) di Enrico Donaggio e Diego Guzzi, una scorribanda fulminea ma puntuale tra i nodi insoluti della riflessione su Auschwitz, sulla natura del male politico e sugli usi (e abusi) della memoria. Gli autori – due filosofi: maestro e allievo – sembrano aver fatto tesoro della lezione di Tzvetan Todorov, secondo cui definire la Shoah un evento “unico” e “incomparabile” è una contraddizione in termini, come quella in cui cade la sposa di Usbek delle Lettres persanes di Montesquieu, la quale dice del marito che è il più bello degli uomini e che non ne ha mai visti altri. La verità è che solo comparando si può far risaltare l’unicità del genocidio ebraico. E nelle pagine di Donaggio e Guzzi questa unicità è fatta sì spiccare, ma su uno sfondo in cui campeggiano il Rwanda e Abu Ghraib, la macellazione industriale degli animali e – meno di quanto sarebbe giusto aspettarsi – l’Arcipelago Gulag.

Pur senza esibire alcun piglio polemico, gli autori non mancano di assestare salutari strattoni alle più inestirpabili idées reçues sulla Shoah: Raul Hilberg, il massimo storico della Soluzione finale, è chiamato in causa per scalzare la tesi arendtiana sulla “banalità” di Adolf Eichmann e dei gerarchi nazisti, che tutto erano fuorché banali; lo scrittore ed ex deportato franco-ispanico Jorge Semprún è invocato per mettere in questione l'”indicibilità” di Auschwitz, un dogma che spesso tradisce oscurantismo e pigrizia.

Il libro convince meno quando sposa l’idea, assai fortunata, secondo cui la morte degli ultimi superstiti segnerà una cesura epocale nella trasmissione della memoria. Perduti i testimoni, “occorre raccogliere il testimone”. Staremmo cioè per entrare, secondo la formula di Marianne Hirsch, nell’epoca della post-memoria, della memoria di seconda mano. Ma è davvero così?

La scomparsa degli ultimi sopravvissuti, beninteso, sarà una perdita grave per mille ragioni; ma questo paventato “passaggio del testimone”, crediamo, è già avvenuto da decenni. Certo, in un lungo arco di tempo – che va, grosso modo, dal processo di Gerusalemme contro Eichmann a Shoah di Claude Lanzmann – la voce dei sopravvissuti si è fatta ascoltare; ma non abbastanza da sovrastare altre voci. Dolersi per la perdita di centralità degli ex deportati nella memoria pubblica è un po’ come, in altro ambito, lamentare la tramontata egemonia degli intellettuali, scalzati dalla tv: il che presupporrebbe un’epoca, del tutto ipotetica, in cui a sera le famiglie si radunavano intorno al caminetto a leggere passi di Hegel.

La verità è che la memoria di seconda mano, o perfino “inventata” come la chiama Peter Reichel, ha conquistato un primato indiscusso. E contro di essa molti sopravvissuti hanno ingaggiato per decenni una lotta ad armi impari. Elie Wiesel tuonò contro la serie tv americana Holocaust, Bruno Bettelheim avversava il film Il diario di Anna Frank, Imre Kertész non si riconosceva in Schindler’s List: ma a conti fatti è Spielberg, non Wiesel, a dominare la nostra memoria.

Il passaggio del testimone, piaccia o meno, è cosa fatta: simbolo ne è il finale del film di Spielberg in cui gli ex deportati, ormai decrepiti, rendono omaggio alla tomba di Schindler, ciascuno sorretto dal braccio ben altrimenti vigoroso del giovane attore che lo ha impersonato. Ma ancor più ironico e crudele è quanto racconta lo storico Peter Novick in The Holocaust in American Life. Anni fa ad Atlanta, si cercava un sopravvissuto da fotografare per la locandina di un documentario sui campi nazisti; il “casting” non sembrava difficile, perché nella città del sud degli Stati Uniti di superstiti dei lager ce n’erano molti. Sennonché, nessuno dei candidati aveva il survivor look, nessuno corrispondeva all’iconografia del sopravvissuto. Si ripiegò così su un ebreo americano che aveva fatto la guerra nel Pacifico: certo, non aveva passato nemmeno un minuto ad Auschwitz, ma il suo volto scavato gli conferiva il physique du rôle. Somigliava proprio ai deportati del cinema.

È un aneddoto curioso, per carità, e non è detto che sia esemplare di nulla. Ma è uno di quegli aneddoti che è bene ricordare il 27 gennaio, perché non sia il male della banalità a chiuderci gli occhi sulla banalità del male.

Articolo uscito sul Riformista il 27 gennaio 2010

Written by am

gennaio 27, 2010 a 7:52 pm

Pubblicato su Il Riformista

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