Guido Vitiello

Una casetta piccolina in Cornovà. La sit-com di Tristano e Isotta

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Esperimento mentale crudele: si provi a immaginare una sit-com sulla vita coniugale di Tristano e Isotta, che scampati ai fulmini di Re Marco si avviano a condividere una vecchiaia tranquilla e tutt’al più un poco bizzosa. La scena: un cottage in Cornovaglia. Il cavaliere è un gentiluomo bolso e sonnacchioso che, placato lo zio, non vuol più saperne d’avventure; la principessa, una lentigginosa signorotta irlandese che si dedica ai fiori e ai gatti del giardino in compagnia dell’ancella Brangania, che è oramai una centoduenne rimbambita. Ecco, con questo quadretto in mente sarà più facile accogliere l’affermazione, invero un po’ spavalda, che Denis de Rougemont lasciava cadere nella prima pagina del suo grande libro del 1939, L’Amore e l’Occidente: “L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale”. Se Tristano e Isotta si appassionano l’uno all’altra – e noi lettori ai loro destini – è proprio perché la via è disseminata di ostacoli e divieti, è proprio perché la principessa, scherzava De Rougemont, non diverrà mai “Madame Tristan”. La tradizione romanzesca è la patria elettiva dell’“amore reciproco infelice”, che si lascia consumare dal suo fuoco fino alla beata estinzione della morte; il demone dell’amour-passion è “il demone stesso del romanzo come piace agli occidentali”.

Quando apparve L’Amore e l’Occidente, l’Europa sprofondava a passi celeri nella guerra. Ma al di là dell’Atlantico spiravano venti più lievi, che avrebbero presto scompigliato anche il vecchio continente: Hollywood celebrava il culto dello happy end, dove la passione può esser contrastata quanto si vuole, ma il sipario cala sempre sul “lungo bacio finale su uno sfondo di rose o di lussuosi tendaggi”. Desiderio romantico e desiderio borghese sembravano aver trovato un accordo; cosa che a De Rougemont – protestante svizzero formato all’ombra di Goethe, Wagner e Kierkegaard – non poteva apparire che come un trionfo della trivialità. Era dunque la morte di Tristano? LAmore e l’Occidente lascia in sospeso la questione.

Passa qualche anno e De Rougemont – che aveva trascorso in esilio a New York il periodo di guerra – è colpito da un fatto curioso: in cima alle classifiche americane dei best-seller ci sono due romanzi europei di amore-passione, Il dottor Zivago di Boris Pasternak e Lolita di Vladimir Nabokov. Che l’eroe medievale sia risorto dalle sue ceneri? Tanto basta per rimetter mano all’opera intrapresa con L’Amore e l’Occidente, e annunciare: “Esiste un solo romanzo, nelle nostre letterature! Una sola passione che impone le stesse peripezie in tutti i tempi da Tristano in poi, dall’epifania grandiosa e decisiva dell’archetipo della passione nel dodicesimo secolo”. La notizia è data in un magnifico saggio di fine anni cinquanta, Nuove metamorfosi di Tristano, che l’editore Ipermedium pubblica ora in italiano (e che chi scrive ha avuto il piacere e la fortuna di curare). Qui De Rougemont insegue l’ombra del suo mito fondatore nella letteratura novecentesca. Accanto ai romanzi di Pasternak e Nabokov, a esser sottoposto ad analisi mitologica o “mitanalisi” è L’uomo senza qualità di Robert Musil. Ovunque domina l’archetipo invincibile di Tristano: Jurij Zivago insegue la sua Lara-Isotta di contrada in contrada, braccato dal Re Marco del nuovo potere sovietico; Humbert Humbert venera un idolo circondato dall’aura dall’interdetto, la figliastra dodicenne Lolita; Ulrich viola un altro divieto terribile, amando la gemella Agathe.

Metamorfosi di Tristano, o sue sopravvivenze? Nuovi incendi, ultime vampe o fuochi fatui? E cosa s’intravede, al di là dell’amour-passion? L’amore felice avrà mai posto nel romanzo? Forse il solo Musil – che De Rugemont segnala per questo al “genio dei posteri” – tra i mille rivoli di annotazioni in cui si disperde il corso del suo libro incompiuto ha aperto un varco all’amore felice: d’una felicità non già mondana, ma mistica. A quale prezzo, però? Congedare Tristano. E dire addio, con lui, al “romanzo come piace agli occidentali”.

Articolo uscito sul Foglio il 30 aprile 2011

Written by Guido

maggio 1, 2011 a 11:42 am

2 Risposte

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  1. Oh, dato che sei un esperto di De Rougemont, vorremmo farti una domanda:
    a pag. 306 de l’amore e l’occidente ed. italiana c’è scritto:
    “Edgar Poe generò Baudelaire, che generò il simbolismo, che generò delle mandragole, delle donne senza corpo, delle giovani Parche, delle apparenze appena femminili di fughe, come si dice per le acque che fuggon via da un bacino: spiragli nel reale, fughe di sogni.”

    la frase ci ha ricordato qualcosa, e infatti abbiamo ritrovato:

    “Perché -dirà il nostro lettore- proprio il Chisciotte? In uno spagnolo, questa preferenza non sarebbe stata inseplicabile; ma può sembrare inesplicabile in un simbolista di Nimes, devoto essenzialmente di Poe, che generò Baudelaire, che generò Mallarmé, che generò Valéry, che generò Edmond Teste.”

    è ovviamente Pierre Menard di Borges, che è di poco successivo alla prima edizione del libro di De Rougemont (ma precede la revisione).

    La somiglianza è tale che pensiamo che De Rougemont abbia “citato” Borges nella revisione, perchè ci sembra più verosimile del contrario, ma non possiamo esserne sicuri perchè non abbiamo l’edizione francese del 1939. Puoi sciogliere questo piccolo dubbio?

    Ovviamente sarebbe molto più interessante scoprire che Borges ha riassunto De Rougemont.

    • Molto, molto interessante. Ricordo bene quel passo, che mi ha sempre colpito per la sua eleganza. Appena possibile controllo, ma sospetto che si tratti di una coincidenza: la sequela dei “generò” è tipica delle genealogie bibliche. Probabile che entrambi, De Rougemont e Borges, avessero in mente Mt. 1, 1-11.

      unpopperuno

      agosto 3, 2011 at 11:04 pm


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