Guido Vitiello

Illuminismo e lampioni. “Dialogue avec les morts” di Jean Clair

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Nell’estate del 1855, a Parigi, due ingegneri di Lione vollero dare pubblico spettacolo con l’impianto di luce ad arco di loro invenzione: la terrazza dello Château Beaujon fu inondata a sera da una luce così irraggiante che alcuni passanti credettero fosse sorto il sole; “l’illusione era tale”, riportò la Gazette de France, “che gli uccelli, sorpresi nel sonno da quella luce diurna artificiale, cominciarono a cantare”. Ecco, immagini come questa dovremmo tenere a mente quando pensiamo all’età dei Lumi: uscire un poco dal gioco delle metafore, metter da parte il lume interiore della ragione o le tenebre dell’ignoranza e rievocare piuttosto le grandi torri illuminanti che giganteggiavano nelle Esposizioni universali, le strade e le fabbriche perennemente sorvegliate dagli astri impassibili dell’elettricità. Solo così potremo capire come il malcontento per la civiltà sorta dalle Lumières possa nascere, in alcuni, da una pungente nostalgia della penombra. Così, nel 1944, quando le bombe fecero saltare le reti elettriche, lo storico dell’arte Wilhelm Hausenstein poté annotare nel suo diario: “Alla ‘debole’ luce delle candele tutti gli oggetti acquistano un altro rilievo, più profondo, maggiore – quello, appunto, della vera e propria materialità”. Di contro, “la luce elettrica appiattisce gli oggetti; dà loro troppo chiarezza, e in questo modo essi perdono corpo, contorno, sostanza; e soprattutto la loro essenza”.

Valga da viatico al Dialogue avec les morts, libro di memorie e pensieri vaganti di un altro storico dell’arte, Jean Clair, appena pubblicato da Gallimard. Della sua infanzia Clair, oggi settantenne, non ricorda chissà quale tempo felice, ma le sere passate “al barlume di una lampada a petrolio, che avremmo spento con un soffio nove ore più tardi. La luce era giallastra, tremolava sui muri. Soprattutto, rischiarava i volti e i corpi dal basso, e proiettava fin sul soffitto le nostre ombre mobili e smisuratamente ingrandite”. Quel tenue lume terrestre avrebbe ceduto il passo all’occhio implacabile della luce elettrica, che fa di ciascuno un Caino sotto lo sguardo di Dio: “Illuminati dall’alto, inchiodati ormai sotto la luce di un mezzogiorno perpetuo, siamo privati d’ombra e ridotti a spettri, come incollati al suolo. Furono i simbolisti, alla fine del secolo scorso, a dare all’uomo le ombre più grandi, quasi avessero presentito che stavano per scomparire”. Che resta, una volta violata quella semioscurità caravaggesca che ogni sera scendeva sul mondo? “Gli uomini moderni sono uomini che hanno perduto la loro ombra, degli Schlemihl di cui non si serberà il ricordo. In seguito sarebbe venuta l’impronta su una casa di un uomo dissolto dal lampo atomico, non più un’ombra mobile, ma l’ombra fissa e calcinata che tracceranno i surrealisti, Dalì o De Chirico. Ma questa è un’altra storia”.

È un’altra storia che Jean Clair ha raccontato in alcuni libri memorabili: De Immundo, Critica della modernità, La crisi dei musei. Sui mali dell’arte della nostra epoca non c’è voce che suoni più limpida e intonata della sua; peccato che s’ispessisca, si faccia grossa se non grossolana, quando Clair veste i panni dell’ideologo: eccolo allora inveire – pure lui! – contro il néolibéralisme effréné, eccolo ripetere sulla guerra di Bosnia le stesse sciocchezze di un Handke. Ma lo si perdona di buon grado per tutte le volte che riesce a darci, della nostra condizione, il senso plastico e luministico: “Troppa luce dissecca. Tutto ciò che è troppo visibile muore della sua visibilità”. E ancora: “Tutto ci impone ormai, in Occidente, di spogliarci corpo e anima, davanti a chiunque. Il segreto è il sacro. La scomparsa del sacro è derivata dall’interdizione del segreto”. È una vecchia idea di René Guénon: il mondo moderno si fonda sull’odio del segreto. Ma non sono le sue pagine che ci affiorano alla mente leggendo Clair: sono i dipinti di Georges de La Tour, e quei volti assorti rischiarati, dal basso, dal bagliore di una candela.

Articolo uscito sul Foglio il 17 maggio 2011 con il titolo La verità è penombra, dice Clair, distrutta dall’età dei lumi artificiali

Written by Guido

maggio 18, 2011 a 9:43 am

Una Risposta

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  1. “[…] Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
    Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
    L’etra sonante e l’alma terra e il mare
    Al fanciullin, che non al saggio, appare.
    Nostri sogni leggiadri ove son giti
    Dell’ignoto ricetto
    D’ignoti abitatori, o del diurno
    Degli astri albergo, e del rimoto letto
    Della giovane Aurora, e del notturno
    Occulto sonno del maggior pianeta?
    Ecco svaniro a un punto,
    E figurato è il mondo in breve carta;
    Ecco tutto è simile, e discoprendo,
    Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
    Il vero appena è giunto,
    O caro immaginar; da te s’apparta
    Nostra mente in eterno […]”

    Davide

    maggio 22, 2011 at 6:58 PM


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