Il blog di Guido Vitiello

Utopie letterarie (La Controra, 7)

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Schermata 2015-07-27 a 15.17.53Sarà il richiamo del campanile, o dategli il nome che volete, ma mi lusinga che Shakespeare nella Tempesta si sia servito proprio di un noble Neapolitan per dar voce a un’utopia dove regnano la pigrizia e la nullafacenza, ancorché ispirata ai cannibali brasiliani di Montaigne. Gonzalo, consigliere del re di Napoli, dichiara che se spettasse a lui di regnare ogni fatica, ogni attività cesserebbe: “No occupation; all men idle, all”; un proclama che Eduardo De Filippo, volgendo in napoletano il dramma di Shakespeare, rese bene con: “Lavoro, niente! Tuttuquante a spasso”. Ma vi ho già messo in guardia dai miraggi della controra, da certe smancerose apologie dell’ozio che sembrano non far conto della Caduta e del cherubino che sbarra la via del ritorno all’Eden. Non lasciamoci abbagliare. Il consigliere Gonzalo dice pure che nel suo regno non ci sarebbe posto per le lettere e i letterati, e su questo aspetto dell’utopia converrà spendere qualche parola in più.

Accantoniamo per una volta Platone che bandisce i poeti dalla sua Repubblica e dedichiamoci piuttosto alla “counter-Platonic republic” descritta da George Steiner nelle prime pagine del saggio Vere presenze. In questa società ideale scrittori e poeti hanno piena cittadinanza; ma ogni discorso di secondo grado sulle arti, la musica e la letteratura è proibito per legge. Niente riviste letterarie e niente seminari accademici, niente critici e niente recensori. Le uniche attività secondarie consentite sono la cura filologica e la riedizione dei testi, della quale tutt’al più si potrà dare annuncio in forma telegrafica, senza aggiungere commenti. Più che un’utopia, il divertimento di Steiner del 1989 era il grido di dolore di un umanista indispettito dal dominio parassitario dei “meta-testi”, la cui proliferazione era diventata irrefrenabile da quando certe mode critiche nate in Francia – decostruzionismo, post-strutturalismo e compagnia – si erano accampate nelle università americane. Ridotto ormai ogni classico a un verminaio di glossatori, era sempre più raro che un giovane s’imbattesse nella Tempesta leggendo il testo di Shakespeare; ne avrebbe semmai incontrato qualche brano in saggi dai titoli come Caliban, occidentalism and the western mind: de-colonizing Shakespeare oppure Miranda, ocularcentrism and the male gaze: a gendered perspective on “The Tempest” (tremo al pensiero di quanto suonino plausibili questi miei centoni).

E però, la simpatia per le antipatie di Steiner non mi trattiene dal dire che la sua fantasia di una società dove esistono soltanto scrittori e lettori è, specie in tempi di self-publishing, un incubo senza fine; e se un nuovo sovrano mi volesse come suo Gonzalo, io, da consigliere napoletano, gli suggerirei piuttosto di emanare questo editto: siano messi al bando, per mezzo secolo almeno, tutti gli scrittori, specie i romanzieri; e la Repubblica delle lettere, durante questo periodo, sia popolata di soli lettori. L’unico genere letterario permesso sarà l’editoria, ossia la riproposizione e la combinazione originale di vecchi testi in forma di collane, miscellanee, traduzioni e antologie; e la prima missione sarà quella di recuperare dal fondo silenzioso delle biblioteche relitti di capolavori sconosciuti o perduti. Dopo, e solo dopo, si torni a scrivere.

I tempi sono maturi – e non certo da oggi. Carmelo Bene confidò in un’intervista che dopo aver letto l’Ulysses di Joyce, poco più che ventenne, si trovò a pensare: “Finalmente nessuno scriverà un libro, finalmente si pubblicheranno i classici come si deve, finalmente la gente qui in Italia rileggerà i classici; e invece no, c’è stata proprio un’inflazione editoriale”. Ora, non sono così certo che l’Ulysses abbia esaurito le possibilità della letteratura (se così fosse, Joyce non si sarebbe dato la pena di scrivere il Finnegans Wake), ma la tesi di Bene mi piace perché fa gioco alla mia utopia, assai più radicale di quella solenne sciocchezza della “decrescita editoriale” che si sente circolare da qualche tempo. È l’ora di diventare meri consumatori del patrimonio letterario, vivere di rendita, applicare finalmente anche alla letteratura uno schema antico, noto fin dalle parabole di Gesù e dalle commedie di Plauto: i figli sperperano ciò che i padri hanno accumulato con fatica. Tutto è già stato scritto, e meglio di quanto sapremmo fare noi, da qualcuno che ci ha preceduti; lo si constata spesso, ma non se ne fa discendere l’unica conseguenza sensata, ossia la proclamazione di una lunga quarantena letteraria, o di un periodo sabbatico. Pur di non arrestare i torchi di stampa, si fa del riciclaggio una poetica, si finge di sperimentare cose già sperimentate, si celebrano scoperte dell’acqua calda, si vive di vanità e di vanità si muore.

La controra non è magistra di niente che ci riguardi e per giunta i suoi professori dormono, come all’Istituto Benjamenta di Robert Walser. In attesa che suoni la campanella, tanto vale occupare il tempo a leggere e a rileggere. Poi, “tuttuquante a spasso”.

20 agosto 2014

Written by Guido

agosto 2, 2015 a 9:00 am

Pubblicato su Controra, Il Foglio

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