Il blog di Guido Vitiello

Non potevo parlare

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6140909_387507Piccolo quiz. «Ho deciso che è arrivato il momento di dire basta. Il momento di smetterla di tacere. Dopo tutto quello che ho visto, dopo tutto quello che ho sentito, ho preso una decisione: mollare… L’ho fatto perché continuare così non era più possibile. L’ho fatto per essere libero di parlare…». Chi ha detto queste parole, e a che proposito? Possibili soluzioni: il pentito Gaspare Spatuzza dopo la conversione religiosa, parlando di Cosa Nostra; l’ex terrorista Patrizio Peci al generale Dalla Chiesa, parlando delle Brigate Rosse; un magistrato settantatreenne che si è messo in pensione con un paio d’anni di anticipo, parlando della magistratura italiana. La risposta più inverosimile è anche quella vera. Piero Tony, già procuratore capo di Prato, rivela i segreti della sua corporazione nel libro Io non posso tacere (Einaudi), a cura di Claudio Cerasa. Dal tono delle prime frasi, ci s’immagina una di quelle confessioni televisive a volto oscurato e voce deformata, e ci si aspetta di scoprire come minimo che il Csm è una centrale massonica composta integralmente da rettiliani, e che nei sotterranei dei tribunali si svolgono sacrifici rituali di stampo azteco. Niente di tutto questo. Tony, magistrato «certificato e autocertificato di sinistra», affiliato a Magistratura Democratica fin dal 1969, dice cose che tutte le persone di buon senso dicono da decenni, eccetto i magistrati. Che l’obbligatorietà dell’azione penale è una colossale presa in giro; che la separazione delle carriere è una cosa talmente ovvia che non si dovrebbe neppure discuterne, in un Paese serio; che il Csm è dominato dalle correnti; che i pm possono usare arbitrariamente gli strumenti d’indagine; che la magistratura esercita un indebito potere di supplenza. Il libro è un eccellente compendio di storici argomenti garantisti, esposti con grande schiettezza, ricchezza di esempi e forza polemica.

La notizia incoraggiante è che a parlare così sia un magistrato. La notizia scoraggiante è che «per essere libero di parlare» (facoltà che credevamo costituzionalmente garantita) un magistrato debba aspettare la terza età, e che neppure quella basti: per cautela, meglio andare in pensione. Serve una riforma radicale, dice Tony: «E posso dirlo solo adesso che sono uscito dalla magistratura perché altrimenti, per pormi al riparo dagli attacchi, avrei dovuto affrontare seri problemi alchemici di correnti associative». Di nuovo, sostituendo “correnti associative” con “clan” o “famiglie rivali”, potrebbe essere la dichiarazione di un pentito. E dire che i magistrati ci tengono molto a manifestare il proprio pensiero su tutto lo scibile, che non fanno gran conto del famoso “dovere di riserbo”, che arrivano perfino a scrivere (lo ricorda Tony) libri su inchieste in corso di cui sono titolari. E allora?

L’arcano è svelato in un libro di qualche anno fa, un dialogo tra il magistrato veneziano Carlo Nordio e Giuliano Pisapia che si intitolava In attesa di giustizia. Nordio rivendicava di essere uno dei pochi magistrati a pronunciarsi a favore della separazione delle carriere, e aggiungeva: «Molti colleghi condividono la mia opinione, ma esitano a manifestarla per paura di essere fulminati dai vertici dell’Associazione, che a sua volta governa il Csm. Noi siamo molto indipendenti, coraggiosi e polemici verso il potere politico, semplicemente perché non può farci nulla. Ma siamo timidi e verecondi davanti al Csm, che ha in pugno le nostre promozioni, i trasferimenti, e i destini disciplinari». Lo spirito corporativo è in grado di portare il più facondo dei magistrati alla balbuzie. Il risultato è che, quando si toccano alcuni temi ad alta tensione del funzionamento della giustizia, esiste qualcosa come un Magistrato Collettivo. È facile constatarlo leggendo qualcuno degli innumerevoli libri-intervista, dove alle stesse domande fanno eco risposte identiche, che paiono concordate come una falsa testimonianza, o imparate a memoria da un catechismo segreto. La separazione delle carriere? Era nei piani della P2. Vogliono sottoporre il pm all’esecutivo. L’obbligatorietà dell’azione penale? È garanzia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se non ci fosse, non potremmo più perseguire i crimini dei colletti bianchi. La lentezza dei processi? Mancano le risorse. Non abbiamo neppure la carta per le fotocopie. Sarà per questo che parlano come fotocopie umane. Io non posso tacere, dice Tony, ma il titolo shock sarebbe stato un altro: Io non potevo parlare.

Articolo uscito su IL di giugno 2015.

Written by Guido

agosto 24, 2015 a 6:08 pm

Una Risposta

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  1. Sostanzialmente d’accordo con lei, per una volta tanto. Del tutto anacronistico agitare oggi lo spettro del Piano di Rinascita, quando la P2 è al potere da un paio decenni. Se ancora non hanno fatto la separazione delle carriere significa che l’hanno valutata, a posteriori, non così necessaria come pensavano, quanto meno non così tanto da valere uno scontro frontale coi magistrati.
    I quali, con tutte queste storie di cappucci e grembiuli, finiscono soltanto per assomigliare a quella schiera di piccoli inutili pasolini fuori tempo massimo che lei piglia per il naso quando è nell’altra sua veste di critico letterario.
    Vano e bambinescamente ingenuo, da strappare un sorriso, anche lo schierarsi a difesa dell’obbligatorietà dell’azione penale, che garantirebbe il carattere egualitario di una Giustizia che non fa sconti a colletti bianchi, smoking, doppi petti e stole di pelliccia: i nostri in giacca e cravatta e colletto azzurro cambiano le leggi e cancellano i reati in un pomeriggio, quando temono che qualcuno a loro caro possa finire in una cella calda e umida dove lo sparato s’affloscerebbe, tra gente rozza e ineducata del tutto incapace di apprezzare l’eleganza di un Armani in lana pettinata.
    Per non dire della lentezza dei processi, che qui ci vanno di mezzo le tasche del contribuente, che io modestamente lo nacqui. Per cosa poi, per avere, nel migliore e più raro dei casi, che un truffatore da centinaia di milioni sia condannato a passare una manciata di pomeriggi all’ospizio. Meglio non farli proprio, certi processi. Tanto più che, con tutti gli extracomunitari che già abbiamo e che stanno arrivando, lavoro nel settore della Giustizia ce ne sarà sempre. E nel dubbio, fanno Cassazione i “tortoriani” del Foglio del replicante magro di Giuliano Ferrara.

    frank

    agosto 25, 2015 at 2:36 am


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