Il blog di Guido Vitiello

Ienidi, canidi, grillidi. Appunti di zoopolitica

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Ora che uno sciame di grilli molesti si avventa sulla sua pelliccia maculata, la iena Filippo Roma fiuta l’odore pungente del parricidio. Il suo è stato un tu quoque anticipato alle Idi di febbraio: ma come – ha detto l’inviato delle Iene al Tempo – l’antipolitica l’abbiamo inventata noi, siamo noi il retroterra culturale del MoVimento, i cittadini portavoce venivano perfino a scattarsi le foto con me a Montecitorio… e ora? La delusione, s’intende, è reciproca. Cane non mangia cane, avrà pensato qualche pentastellato ringhioso quanto ignorante in zoologia: perché le iene non sono canidi, ma appunto ienidi.

La circostanza che quei superpredatori siano in cima alla catena mediatico-alimentare non vuol dire però che siano anche in capo all’albero filogenetico. Non soltanto non sono i progenitori dell’antipolitica, che ovviamente ha storia ben più lunga; neppure possono vantarsi di averne generato la sottospecie a cui appartengono i grillini. Un buon biologo evolutivo risalirebbe quanto meno al Gabibbo, comparso alla vigilia del grande terremoto di Mani pulite e destinato a prosperare, in quell’ecosistema stravolto, usando i suoi modi petulanti di giustiziere e di tampinatore, di paladino dei truffati e di stalker dei truffaldini. Dal Gabibbo la specie si dirama e si incattivisce – porta alle Iene, porta a Piero Ricca. Ma per trovare il progenitore del “vendicatore rosso”, del Robin Hood di pelouche, bisogna forse tornare più indietro, a un’epoca in cui non c’era ancora la televisione e nei pomeriggi d’estate non restava di meglio che abbandonarsi alle fantasticherie. Fu in uno di quei pomeriggi torridi, sdraiato su un letto in casa degli zii, che Ardengo Soffici, nel 1911, diede vita al suo eroe giustiziere: Lemmonio Boreo. Lo strano nome veniva da un passo della Vita di Benvenuto Cellini, che così volle storpiare le moine bourru (il “monaco burbero”, antico spauracchio per i bambini francesi); ma i tratti del personaggio di Soffici erano quelli di un cavaliere errante manganellatore e di un raddrizzatore di torti.

“Erano errori, irregolarità, abusi, vigliaccherie, buffonate, malignità, stoltezze d’ogni risma, d’ogni conio e d’ogni maniera. Governanti, uomini politici, impiegati, giornalisti, preti, signori, soldati, artisti, scrittori, mercanti, facevano a chi ne commetteva delle più belle”. Il nostro eroe, aizzato senza tregua dalla stampa, scalpitava: “Non c’era giorno che Lemmonio, leggendo questa o quella notizia, non si sentisse salire il rossore al viso e pruder le mani”. La cronachetta più insignificante gli faceva intravedere “l’abisso buio e glutinoso” della degenerazione morale, specie quella dei più colti, uniti “come in una enorme associazione, una specie di massoneria e di camorra intellettuale e spirituale, col patto sottinteso di non smascherarsi l’un l’altro e anzi di giovarsi a vicenda”. Davanti a questa proto-casta, Lemmonio è chiamato all’azione: “Andava a gran passi di città in città, di paese in paese, e ogni volta capitava dove si stesse commettendo qualche indegnità, qualche azione poco pulita, accorreva, e giù legnate a tutto spiano, a destra e a sinistra”.

Col senno del poi, Paolo Vita-Finzi potrà definire Lemmonio Boreo “il primo squadrista antemarcia della storia contemporanea”. Lo farà in un libro del 1961, Le delusioni della libertà, tutto dedicato a ricostruire le traiettorie sbilenche di quelli che chiama gli “inconsci precursori” del fascismo europeo, ossia i difensori della democrazia che, quasi senza avvedersene, ne diventarono gli avversari e, di lì a poco, gli interratori. A noi il senno del poi è precluso, già è tanto se ne serbiamo un po’ dell’oggi; ma perché non portarsi avanti con il doveroso “atto di conoscenza”? Il microfono del Gabibbo non è il manganello di Lemmonio, ma certe storture evolutive è prudente tenerle d’occhio.

Il Foglio, 17 febbraio 2018

 

 

Written by Guido

febbraio 24, 2018 a 3:44 pm

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

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