Il blog di Guido Vitiello

Il capro inutile

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A furia di speculare sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo, rischiamo di perdere di vista quello che Flaiano chiamava l’infinitamente medio. Sotto i nostri occhi si dispiega ogni giorno un rutilante caleidoscopio di lapidazioni simboliche, gogne medievali o maoiste, scene di caccia in bassa Padania, rituali di degradazione, linciaggi, colonne infami, imputazioni paranoidi, scaricamenti di barile, roghi di spaventapasseri; ma ci siamo abituati a osservare questa fantasmagoria cangiante tramite un lunghissimo cannocchiale archetipico, quello del capro espiatorio, quasi una costante antropologica disinvolta dal tempo e dallo spazio. Così facendo siamo di volta in volta pettegoli o moralisti classici, cronachisti in affanno sugli eventi o filosofi che li giudicano sotto la specie dell’eternità: e invece sarebbe buona cosa ragionare da politici.

La giusta misura dell’infinitamente medio la trovò il sociologo dell’organizzazione Giuseppe Bonazzi in un libro intitolato Colpa e potere. Sull’uso politico del Capro Espiatorio, pubblicato dal Mulino. Era il 1983: gli attori della scena politica non presentivano neppure lo judex ex machina che sarebbe calato su di loro dieci anni dopo; ma la scena intellettuale era stata appena attraversata dalla prima edizione italiana di La violenza e il sacro di René Girard, di cui Bonazzi faceva tesoro. Il suo libro tuttavia non parlava di capri espiatori in astratto, parlava del modo in cui il meccanismo antico agiva sotto le architetture istituzionali complesse delle democrazie moderne, perché il rito varia a seconda del tempio in cui si svolge e della legittimità della classe sacerdotale che lo celebra. In particolare, Bonazzi comparava l’Italia partitocratica e la Francia gollista, e le conclusioni generali a cui arrivava sono illuminanti oggi più di allora. A differenza della “democrazia autoritaria” francese, dove la designazione anche arbitraria dei capri espiatori riusciva a nascondersi dietro il manto onorevole di un sistema amministrativo percepito come neutrale, l’Italia era (aggiungiamo: è) “una democrazia largamente degradata, di cui è difficile trovare le basi portanti della legittimazione, e certamente non nella efficienza degli apparati politico-amministrativi. In questa situazione i processi di colpevolizzazione simbolica difficilmente divengono risorse credibili del potere, dal momento che l’ipertrofia dell’apparenza politica nega ogni autonomia tecno-amministrativa al momento sanzionante”.

Sotto il velame dei gerghi specialistici si intravede la nostra tragedia, la guerra civile a bassa intensità tra le bande e le fazioni accampate sulla penisola, dove a nessuna istituzione è riconosciuto il prestigio della neutralità. Così siamo condannati alla “incapacità di un uso credibile della colpa”. La guerriglia politico-giudiziaria della cosiddetta Seconda Repubblica è stata la rivelazione sfolgorante del nostro male; la gogna permanente della cosiddetta Terza, la proliferazione cancerosa. Qui il sangue di mille capri sgozzati non feconda nulla, non è in grado di rifondare la legittimità o di attribuire colpe; tanto più che la responsabilità è una patata bollente che ciascun attore del sistema cerca di rimpallare al vicino, o il pugnale che in certi riti sacrificali dell’antichità veniva passato di mano in mano perché nessuno fosse imputabile di aver versato il sangue della vittima. (Promemoria: un sociologo dovrebbe studiare la logica organizzativa del M5S come specchio perfetto di questo lato in ombra dell’ideologia italiana: una macchina persecutoria a moto perpetuo dove però la responsabilità è fatta continuamente slittare, e si fa più inafferrabile via via che ci si accosta al cuore del movimento).

In questa giungla anarcoide di linciatori due casi recenti e in parte eccentrici meriterebbero un’attenzione speciale. Il primo è quello di un cretino sciasciano, da A ciascuno il suo (ed è un complimento) poi trasformatosi in furbo comune (e non è un complimento): il Renzi del referendum costituzionale, che si fece carico di una accountability da democrazia moderna nel paese che fa di tutto per eluderla, e che finì sgozzato ritualmente il 4 dicembre 2016. Il secondo è quello di Salvini, che alla accountability preferisce il tratto spagnolesco della rivendicazione eversiva, e si fa carico volentieri di responsabilità che il suo popolo applaude come meriti. Fu così con il ballon d’essai della Diciotti, che per avventura fa rima con un celebre deputato socialista su cui qualcun altro, con gesto non meno teatrale, pose la prima pietra della sua legittimità.

Il Foglio, 5 gennaio 2019

Written by Guido

gennaio 18, 2019 a 2:59 pm

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