Guido Vitiello

Il conservatore umarell

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Piccola parabola senza pretese. Il paziente è affetto da un male nuovo, per il quale non esiste un nome diagnostico o un protocollo terapeutico sperimentato. Si teme che sia mortale, malgrado molti obiettino che non ci sono ancora nel mondo casi conclamati di decesso. Il quadro sintomatico è in parte già noto ma lascia comunque sconcertati, perché i sintomi si presentano combinati in modo insolito. Ricorda malattie che si credevano debellate da decenni, e per questo alcuni medici ripropongono vecchi rimedi; altri applicano cure palliative, per guadagnare tempo in attesa che si scopra la terapia; altri ancora, con quell’estro improvvisatorio che solo l’angoscia fa germinare, s’inventano protocolli sperimentali, che dopo successi estemporanei si rivelano deludenti. Gli amici del malato, assiepati nel piccolo anfiteatro a gradoni che un vetro separa dal blocco operatorio, assistono con apprensione a questi sforzi; pregano che si trovi la cura, certo, ma se dei medici pietosi prolungano anche di poco la vita del loro caro, è una benedizione: poiché lo amano, farebbero di tutto per riaverlo con sé, anche infiacchito e malandato. Sui gradoni, però, si notano alcuni osservatori dal contegno indecifrabile. Dicono di voler bene anche loro al malato, ma tutto quel che fanno è irridere gli uomini in camice bianco. Quel chirurgo maneggia male il bisturi, dice uno. Si crede un luminare della medicina ma i suoi sforzi boriosi non faranno che accelerare la proliferazione del morbo, gli fa eco un altro. Anzi – parlottano tra di loro, con un mezzo sorriso sarcastico – sono proprio questi medici ad aver causato la malattia, e se adesso il paziente muore, ben gli sta. Gli amici staccano per un istante il naso dal vetro, si girano allibiti ad ascoltarli e si chiedono: vogliono davvero bene, costoro, al poveretto sotto i ferri?

Chiave della parabola. Il paziente è la democrazia parlamentare come l’abbiamo conosciuta in questi decenni; il male ignoto è quel che in mancanza di meglio chiamiamo populismo autoritario; i medici che rispolverano vecchi rimedi sono quelli che gridano al ritorno del fascismo; a proporre cure palliative sono i membri del famigerato establishment; e a tentare effimeri protocolli sperimentali sono giovani medici come il dottor Macron. Gli amici del malato, va da sé, sono i sinceri democratici angosciati. Ma allora chi sono quegli strani osservatori? Studenti di medicina? Pensionati stanchi di fissare cantieri stradali? No, sono analisti e commentatori di un tipo piuttosto diffuso, ultimamente, a sinistra come a destra – più a destra tuttavia. Giurano di amare il malato, ma non sembrano condividere l’angoscia dell’agonia, il senso dell’irreparabile e del tempo che si assottiglia. O non lo amano poi tanto, o su quei gradoni si credono al di sopra della mortalità e della storia; o entrambe le cose. Di loro, senza saperlo, diede un buon ritratto Pasolini mezzo secolo fa: “Questo uscire dalla storia, adottando una falsa e bugiarda ottica di postero o di cherubino, è un atto caro ai reazionari, e i giornali di destra son pieni di scrittori che si prestano a simili ascesi”, scriveva in una sua rubrica sul Tempo. “Dunque, se un uomo non può uscire dal giro storico in cui è incastrato, con tutta la sua coscienza, non può giudicare sub specie aeternitatis gli avvenimenti storici della sua epoca. Se lo fa è un ipocrita”.

Il lettore potrà riempire questa sagoma politico-esistenziale con i nomi e i cognomi che crede. La falsità non si annida tanto nelle tesi di questi commentatori, quanto nella posizione da cui s’illudono di pronunciarle. Se osassero esplicitarla in parole, ecco cosa si dovrebbe trascrivere: “Assisto alla morte della democrazia come si assiste a un disastro naturale. Non c’è modo di salvarla, e io che mi sono issato al di sopra della storia lo so bene: dal mio Monte Ventoso posso osservare lo spettacolo involontariamente comico di chi si dà tanta pena per un caso perso. Il meglio che potranno ottenere medici di questa fatta è prolungare l’agonia. Dico di amare il vecchio caro parlamentarismo, e in cuor mio mi sono persuaso che è vero, ma che campi cinque, dieci o vent’anni in più proprio non mi scalda il cuore. Del resto, i suoi difensori non sanno a che santo votarsi, e la loro compagnia mi è sgradita: quel senso di urgenza e di allarme turba la mia quiete extrastorica”. Ed è qui che i democratici in pena avvertono una nota stonata. Sanno che ogni giorno in più è prezioso, che un rimedio abborracciato serve comunque a schivare la morte, e che nessuno può pretendere di conoscere quel che accadrà. Difendono l’establishment non perché credano che sia la cura, semmai per prender tempo in attesa di trovarla, la cura: il morbo si estende rapidamente, e intacca tutte le cellule del corpo politico. Ma che senso ha, tutto questo, agli occhi dei posteri e dei cherubini terrestri, affrancati illusoriamente dal tempo e dalla storia? Non hanno nulla da temere. Li protegge, dall’anfiteatro del cielo, un dio sardonico.

Il Foglio, 22 dicembre 2018

Written by Guido

gennaio 18, 2019 a 2:52 pm

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