Guido Vitiello

De bello misogallico

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I libri che mi serviranno oggi o domani li tengo a portata di mano sulla scrivania, quelli che immagino possano tornarmi utili dopodomani se ne stanno in paziente attesa su qualche mensola nei paraggi, e così via fino al cerchio più esterno della biblioteca, lo scaffale più inaccessibile in cima alla libreria più alta, quello che per raggiungerlo devi salire su una scala. Lì prendono polvere in un limbo eterno i libri di cui so per certo che non mi serviranno mai – antologie del liceo, grammatiche greche, classici che si leggono solo a scuola. Ebbene, non l’avrei mai creduto, ma oggi ho dovuto prendere la scala e inerpicarmi fin quasi al soffitto per tirar giù Il Misogallo di Vittorio Alfieri. Ne ho – molto  opportunamente – un’edizione del 1935, venduta a lire quattro. In calce alla prefazione trovavi pure una bella impennata patriottica nascosta in una nota sulle edizioni, con tanto di intimazione al governo d’oltralpe: “E ora la Francia ci restituisca pure tre copie del Misogallo!”. Misogallo, ovvero l’antifrancese. Se ho rispolverato (letteralmente: passandoci sopra un panno) questa “operuccia nata a pezzi ed a caso”, fatta di prose e di sonetti e di epigrammi sarcastici, non è tanto per ricavarne improbabili analogie tra l’Alfieri legittimista e controrivoluzionario e le sparate assai poco letterarie di un Di Battista (che a volergli proprio trovare un antenato può far pensare al Foscolo scimmiesco canzonato da Gadda – i basettoni, il petto snudato sotto la camicia bianca), quanto per rivisitare alla fonte il fiume delle ingiurie antifrancesi: “Rubano i Galli tutto agl’Italiani”!

Alfieri si rivolgeva all’Italia e la invitava a “odiare con implacabile abborrimento mortale quei Barbari d’oltramonti, che ti hanno perpetuamente recato e ti recano i più spessi e più sanguinosi danni”. Cosicché “la parola MISOGALLO, consacrata in tua lingua, significhi, equivaglia e racchiuda i titoli pregevoli tutti di risentito, ma retto e magnanimo e LIBERO ITALIANO”. Certo, all’epoca le cose, anche le cosacce, si sapeva dirle meglio. Salvini conosce un solo ritornello, disseminato in mille agenzie: la Francia non dia lezioni. Che malagrazia! Prenda esempio da Vittorio Alfieri, piuttosto: “Di libertà maestri i Galli? E a cui? / A noi fervide ardite itale menti, / D’ogn’altra cosa insegnatori altrui?”. Ma la povertà di mezzi linguistici affligge altre fervide itale menti come Toninelli, Di Battista, Di Maio. Perché lamentarsi in brutta prosa delle regole Ue che avvantaggiano i francesi? Mandino a mente questo, se gli riesce: “La vile Europa dalla Gallia vile / Batter si lascia, e leggi anco riceve”. E per le elezioni di maggio, su tutti i manifesti, pretendo questa quartina: “Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui / Redivivi omai gl’Itali, staranno / In campo audaci, e non col ferro altrui / In vil difesa, ma dei Galli a danno”.

Preso com’ero in questo accesso di febbre patriottica, mi è giunta notizia della lettera riparatrice di Di Maio: “L’Italia e il governo italiano considerano la Francia come un Paese amico e il suo popolo, con la sua tradizione democratica millenaria, come un punto di riferimento”. E in questa telescopica retrodatazione della Rivoluzione francese o franco-ateniese neppure Alfieri gli sarebbe stato dietro (“Sforzansi i Galli, a Grecia invan rivali”). Così ho dovuto riporre il Misogallo” sul cucuzzolo della libreria e mettere sulla scrivania qualcosa di più appropriato: Il Terzesimo libro di Sani Gesualdi di Nino Frassica: “Anno 1789. Evoluzione francese. Ci tagliarono la testa a Robert Spiersis, Luigi Ics Vi 1 e a Maratoneta, la moglie del re”. Però almeno Frassica la data l’aveva messa giusta.

Il Foglio, 9 febbraio 2019

Written by Guido

febbraio 14, 2019 a 10:48 am

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