Guido Vitiello

La piccola apocalisse di Freccero

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Compito per casa di storia delle idee: usando le tante edizioni italiane della Società dello spettacolo di Guy Debord, comporre l’albero genealogico di quella inafferrabile chimera chiamata “situazionismo” per capire come, di malinteso in malinteso, siamo arrivati allo sbandamento attuale in cui si evoca il situazionismo anche per le scampagnate grilline tra i gilet gialli, per i bucatini al ragù del ministro di polizia e in generale per chiunque faccia il matto in pubblico. Sarebbe un albero ben rigoglioso. Alla radice starebbe l’edizione De Donato del 1968, ma da lì si snoderebbero le ramificazioni più intricate: il Debord da ciclostile semiclandestino, il Debord dei filologi e dei dottrinari, il Debord dei marxisti accademici, il Debord degli studiosi di comunicazione, il Debord dei creativi, degli autori televisivi e dei pubblicitari che fatturano con l’alibi del trotzkismo. Per portarmi avanti con i compiti, mentre scrivo ho sotto gli occhi, accanto a quella del 1968, altre due edizioni diversamente emblematiche. Una è l’edizione SugarCo del 1990, in una collana diretta da Nanni Balestrini; ha una nota di Giorgio Agamben e una copertina sciantosissima dello stilista Missoni. L’altra è l’edizione Baldini & Castoldi, nella ristampa del 2013. Sulla copertina c’è il monoscopio caro ai vecchi spettatori della Rai catodica, e come la giri trovi una prefazione dell’attuale direttore di TeleVisegrad Carlo Freccero, che così ripercorre la traiettoria dei vecchi contestatori: “Quegli stessi che parlavano di lavoro salariato e plusvalore, che credevano al materialismo come unica chiave di lettura della società, sono diventati ‘creativi’, pedine di una società in cui la produzione è soprattutto produzione immateriale (…). Molti operatori del mondo dello spettacolo amano oggi definirsi situazionisti”.

Ogni volta che vedo Freccero, con quell’aria di melanconica esuberanza da bebè malcresciuto e avvizzito, ripenso a un film delizioso del 1992, La piccola apocalisse di Costa-Gavras, una commedia sulla fine delle ideologie che per intelligenza e lungimiranza fa impallidire i successivi e più acclamati Le invasioni barbariche o Goodbye Lenin. I personaggi sono ex sessantottini francesi diventati professionisti nel mondo dell’editoria e dei media, ma potrebbero essere altrettanto bene situazionisti liguri alla corte di Re Silvio. Questi signori di mezza età, già firmatari compulsivi di petizioni, di nuovo in fregola di engagement dopo il trionfo del capitalismo (“se per loro la storia è finita, per noi comincia ora”), progettano di creare un caso politico-editoriale intorno a uno scrittore polacco depresso, spingendolo a suicidarsi in piazza San Pietro in occasione di un summit che attirerà le televisioni di tutto il mondo, così da poter lanciare trionfalmente il suo libro postumo. L’idea, cinicamente pianificata in tutti i dettagli commerciali, viene a un vecchio maoista diventato esperto in comunicazione e poi presidente di un gruppo editoriale internazionale, che ha come guardia del corpo, mentre fa jogging nel parco, il responsabile del servizio d’ordine dei cortei del maggio 1968. Se il riluttante polacco si dà fuoco in diretta mondiale, dice agli amici, sarà l’inizio della guerriglia dei media, la nuova strategia del rovesciamento: “Ci si crede vecchi, decisamente superati, e un bel giorno ci si accorge che non è vero”.

E bisogna riconoscere che non era vero, all’epoca del crollo del muro: ma è vero oggi, in Italia. La nostra compagnia di giro di pseudo-trotzkisti televisivi talentuosi o miracolati, baby boomer convinti di aver sempre lo Zeitgeist in poppa con quella frenesia sospettamente maniacale di chi ha il terrore di scoprirsi di colpo vecchio, è stata senza dubbio la levatrice dei tempi nuovi. Non per caso in questi anni se li sono contesi i talk-show, dove hanno potuto sdottorare a vanvera su tutti i temi di attualità, all’occasione decantando il genio “situazionista” di Grillo a cui i loro interlocutori bacucchi (spesso anagraficamente meno bacucchi di loro, ma tant’è) non volevano arrendersi. Ma basta una rapida escursione nel palinsesto Rai del nuovo corso sovranista, non si sa se più comico o catastrofico, fatto di programmi dove tutto è sgraziato, sgrammaticato, stridente, stracotto, per capire che quella generazione ha fatto il suo tempo. E oramai, più che gli ex sessantottini del geniale film di Costa-Gavras, Freccero mi ricorda lo scrittore polacco. Che però alla fine, invece di appiccarsi fuoco in diretta mondiale, inneggiando magari a Guy Debord in un rogo avvivato dalla brezza dello spirito del tempo, si piazzava ai semafori a lavare i parabrezza. O gli schermi televisivi.

Il Foglio, 9 marzo 2019

La lettera di Freccero, la replica di Cerasa

Written by Guido

marzo 16, 2019 a 9:46 pm

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