Archive for the ‘Mani bucate’ Category
Dalla locomotiva di Guccini all’autobus di Bertoli

Lenin che arriva in treno alla Stazione Finlandia di Pietrogrado nell’aprile del 1917, di ritorno dall’esilio svizzero, dopo aver attraversato mezza Europa; Lenin camuffato da operaio che sale su un tram semivuoto per andare a Palazzo Smolny, nella notte del 24 ottobre, e prepararsi alla presa del potere. Solo del primo viaggio i mitografi bolscevichi hanno fatto un’epopea, lasciando in ombra il secondo, perché una locomotiva che sfreccia nel buio con i suoi tre fari accecanti si presta meglio a suggerire l’idea dell’inesorabilità storica della Rivoluzione. Il tram e i suoi fratelli, in quei primi anni del Novecento, al massimo erano serviti al neonato cinematografo per illustrare la comicità della vita metropolitana: gente sballottata dalle oscillazioni del filobus, grassone che cadono in grembo ai passeggeri, vecchiette che rincorrono l’omnibus e picchiano il conducente. La reputazione rivoluzionaria dell’autobus è perfino più bassa. Una raccolta di saggi di fine anni Ottanta (Viaggio e modernità. L’immaginario del mezzo di trasporto tra ‘800 e ‘900) lo presentava come il simbolo del quotidiano ritorno dell’identico – stesso orario, stesso percorso, stesse facce – e di una politica ridotta a mugugno: “Cento lire in più per la nuova tariffa oraria scatenano la rabbia dei narcisisti qualunquisti che puniscono l’aumento con pratiche catartiche di minaccia e di scempio…”. Sarà anche per questo che tutti conoscono La locomotiva di Francesco Guccini e ben pochi si ricordano de L’autobus di Pierangelo Bertoli. Canzone meno memorabile, ma più futuribile: perché se la ballata del ferroviere vendicatore dei proletari era già alla sua epoca un pezzo di modernariato, a metà tra il canto anarchico e l’inno carducciano, l’autobus di Bertoli parlava oscuramente dell’avvenire, e prefigurava nel 1979 l’Italia in cui ci sarebbe toccato di vivere. Leggi il seguito di questo post »
Il Consiglio di Persia

Un centone sciasciano potrebbe intitolarsi “Il Consiglio di Persia”. Lo immagino come una sotie senza grandi pretese e, neppure a dirlo, senza agganci che non siano fortuiti con fatti realmente accaduti e personaggi esistiti o esistenti: solo una bella favola orientale raccontata da un illuminista, intorno alle vicende di una penisola immaginaria al largo delle cui coste galleggia un’isola metaforica. Sarebbe – come già Il Consiglio d’Egitto di Sciascia, che le fa da remota ispirazione – la storia di un grandioso imbroglio filologico, giudiziario e politico, così ben riuscito da attirarsi il plauso degli imbrogliati e perfino una recalcitrante ammirazione da parte di chi ne aveva smascherato il trucco. L’intrigo parte, stavolta, non da un misterioso codice arabo conservato in Sicilia, manoscritto di una vita di Maometto, ma da un fogliaccio fotocopiato e rimaneggiato da un calunniatore maldestro; una patacca, insomma, messa al servizio di un disegno audacissimo: la riscrittura – “dal nulla o quasi” – della storia non già dei musulmani di Sicilia, come nel Consiglio d’Egitto, ma di una sanguinosa stagione di stragi attraversata, un quarto di secolo prima, dagli abitanti della penisola immaginaria e dell’isola metaforica. Del resto, si legge nell’originale sciasciano, “c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla”. Leggi il seguito di questo post »
Il bispensiero selvaggio

La geopolitica di 1984 è il modello occulto del tripolarismo italiano. C’è l’Oceania, ossia il M5S, e poi ci sono l’Eurasia e l’Estasia, scambievoli rimanenze dei due vecchi poli. L’Oceania può indifferentemente allearsi con l’Estasia e muovere guerra all’Eurasia, oppure può allearsi con l’Eurasia e muovere guerra all’Estasia; in entrambi i casi, lo farà sbandierando una coerenza incoercibile. Siamo vicini alla Lega. Siamo sempre stati vicini alla Lega. Siamo vicini al Pd. Siamo sempre stati vicini al Pd. Siamo sempre stati con la Nato. Siamo sempre stati a favore dell’euro. Siamo sempre stati contro l’euro. Siamo sempre stati con Putin. È un gioco di prestigio mentale, che nell’incubo totalitario di Orwell riesce facilmente perché il partito, controllando il presente, controlla il passato: “A livello ufficiale, il cambiamento nelle alleanze non si era mai verificato: l’Oceania era in guerra con l’Eurasia, quindi l’Oceania era stata sempre in guerra con l’Eurasia. Il nemico contingente incarnava sempre il male assoluto; ne conseguiva che qualsiasi intesa con lui era impossibile, tanto nel passato che nel futuro”. La truffa del programma del M5S, il gioco delle tre carte e dei venti pdf, si spiega solo nei termini di quello che Orwell chiamava doublethink, o “bispensiero”: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla”. Leggi il seguito di questo post »
La trance ipnotica del fesso

Avete mai fatto caso all’aspetto di un uomo ipnotizzato da una solenne fesseria? È molto diverso dall’ipnotizzato comune, che si fa riconoscere all’impronta per le pupille dilatate, la mimica inerte, la mandibola cascante, la loquela rallentata e quasi impedita. Al contrario, l’uomo imbambolato dal pendolo ipnotico di una fesseria di solito parla moltissimo, saetta gli occhi, smania, si fa rubizzo, e ripete quella sua grandiosa balordaggine con il fervore di chi abbia trovato un mantra prezioso. Più si accalora, più possiamo star certi che è caduto nella trance ipnotica del fesso. Nessuno può dirsi al sicuro, specie dopo il 4 marzo, quando hanno preso a circolare cretinaggini dal potente incanto mesmerico. Ogni giorno vedo amici intelligentissimi capitolare davanti a due solenni scemenze, figlie di una premessa maggiore anch’essa scema. Ecco il mio schiocco di dita per risvegliarli. Leggi il seguito di questo post »
Lettera a un abitante di Sirio sulla giustizia italiana

Caro filosofo che vivi su Sirio,
In uno dei pianeti che girano intorno alla stella chiamata Sole capita di leggere, come fosse la cosa più normale del mondo, parole come queste: “Una delle differenze principali in materia di giornalismo giudiziario tra l’Italia e altri paesi occidentali è la capacità della magistratura italiana rispetto a quelle estere di produrre notizie, scoop, fatti di interesse pubblico. Lo dico senza tema di smentite: non esiste una magistratura così potente e così capace di produrre notizie come quella italiana”. A parlare così è un cronista giudiziario terrestre, Marco Lillo, sull’ultimo numero di una rivista il cui nome, caro filosofo di Sirio, dovrà per forza suonarti familiare: MicroMega. Leggi il seguito di questo post »
Il sorrentinismo è un momento del berlusconismo

Conosco un solo attore che avrebbe potuto interpretare Berlusconi in un film su Berlusconi, ed è Ugo Tognazzi; e un solo regista che sarebbe stato in grado di girarlo, Pietro Germi. Nel mio cast ideale, aggiungo, il ruolo di Emilio Fede sarebbe spettato di diritto ad Alberto Lionello; per Galliani avrei rasato a zero Adolfo Celi, e l’intuito mi dice che Paolo Villaggio sarebbe stato un ottimo Lele Mora. Ma sono tutti morti. Ne consegue che l’unico luogo in cui allestire un set come si deve per un film su Berlusconi è, al momento, l’oltretomba. Anche perché, qui nel mondo dei vivi, ci sono già uno sceneggiatore, un regista e un attore impegnati a tempo pieno nel work in progress del grande film su Berlusconi, e tutti e tre si chiamano Silvio Berlusconi. Finché lui sarà capace di tirar fuori scene come l’allattamento di un agnellino con il biberon, è inutile perfino tentare. Leggi il seguito di questo post »
La belva deve morire. Sciascia, Dupin, Moro

I detective dei romanzi polizieschi sono spesso filologi selvaggi e un po’ gradassi. Nigel Strangeways, l’investigatore creato negli anni Trenta da Nicholas Blake, si piccava di definire la sua arte “filologia applicata”, e paragonava l’indagine su un delitto al giro mentale che il latinista erudito deve compiere per sbrogliare la sintassi di un autore classico, rimettendo ogni parola al suo posto. Del resto, Blake era lo pseudonimo da giallista di un traduttore dell’Eneide, il poeta irlandese Cecil Day-Lewis. Anche il lettore di romanzi polizieschi esercita “una inclinazione filologica”, osservò Leonardo Sciascia negli Appunti sul ‘giallo’ del 1954, uno dei saggi ora raccolti nel Metodo di Maigret, prezioso volumetto curato per Adelphi da Paolo Squillacioti. Questa premessa tortuosa valga come scusa non richiesta per il mio piccolo esercizio di filologia abusiva e aleatoria: sperando che una mente più disciplinata possa trarne del buono. Leggi il seguito di questo post »
Altre facce da tramandare ai posteri

Paesaggio dopo la battaglia elettorale: c’è da fare un primo inventario delle perdite, spazzar via le macerie, contare i cadaveri, soccorrere rapidamente i feriti e i mutilati. Quante roccaforti abbiamo perduto, quanti soldati delle nostre liste sono stati falciati dalla mitraglia popolare, quanti generali felloni bisogna processare e fucilare, quante truppe passeranno domani al nemico? Si procede grossolanamente, alla vien viene, per fosse comuni o pire funerarie allestite sul posto, com’è sempre in guerra. Ed è un peccato che sia così; perché se in mezzo a quella distesa di cadaveri ci fosse tempo e pazienza anche solo per qualche autopsia a campione, scommetto che un coroner ben addestrato saprebbe riconoscere in un lampo cosa accomuna i combattenti, vincitori e vinti, e cosa ha reso così inutilmente cruenta la battaglia: l’atrofia irrimediabile o la totale assenza (congenita, in molti casi; per asportazione chirurgica, in altri) di quella parte del cervello, qualunque essa sia, che presiede al modo di ragionare propriamente politico. Sta qui il vero trionfo, inavvertito e silenzioso, di quell’impresa per il resto molto chiassosa che ci attardiamo a chiamare antipolitica – e tanto ci abbiamo picchiettato, su quella parola, che dà ormai un rintocco fesso, pari solo alla fessaggine degli invasori da cui avrebbe dovuto metterci in guardia. Leggi il seguito di questo post »
L’annegato, la mummia e il delitto quasi perfetto

Cos’è stata, la seconda Repubblica, se non una lunga variazione su Thérèse Raquin? Gli amanti Thérèse e Laurent si liberano dell’ostacolo alla loro unione illegittima, il marito Camille, affogandolo nella Senna. Ora potranno finalmente amarsi alla luce del sole. Ma il delitto è meno perfetto di quanto sembra. Più dell’amore, ormai, li tiene avvinti quel segreto mostruoso, un fantasma che li insegue fin nel talamo nuziale: “Gli assassini avevano voluto essere in due, la notte, per proteggersi dall’annegato”, scrive Zola, “e per uno strano effetto rabbrividivano di più da quando si trovavano insieme”. La vita coniugale è un inferno. Thérèse e Laurent spasimano d’angoscia, si guardano con sospetto, lanciano recriminazioni reciproche, arrivano a odiarsi al punto da volersi uccidere l’un l’altra. Il lettore avrà già decrittato da sé l’allegoria. Camille Raquin, l’annegato, è Bettino Craxi. L’amore adulterino finalmente consacrato è quello tra le due famiglie di superstiti del compromesso storico graziati dalle procure, i post-berlingueriani e la sinistra democristiana. Le convulsioni successive del Pd, fino al climax melodrammatico di questi giorni, derivano dall’essersi stesi nel letto coniugale senza aver fatto i conti con il fantasma dell’annegato. Perché con Craxi colava a picco non solo il socialismo liberale; s’inabissava, in un fiume fangoso, anche la residua dignità dei poteri elettivi, o diciamo pure la dignità della politica. Leggi il seguito di questo post »
Il culto dell’incompetenza

La chiave delle elezioni italiane del 2018 è sepolta in un libro francese del 1910 – e quale momento migliore della vigilia per soffiar via la polvere che si è accumulata tra le sue pagine. Basterà il titolo a convincere anche il lettore più scettico che la favola parla di noi, e di domani: Le culte de l’incompétence. È la migliore prefigurazione che io conosca di un’Italia fatta a immagine di quei buoni a nulla capaci di tutto a cui un ceto dirigente suicida, un mandarinato intellettuale corrivo e una stampa allegramente irresponsabile stanno spianando la strada. Il libro di cui parlo, e che raccomando agli editori di buona volontà, è opera di Emile Faguet, repubblicano e liberale conservatore, professore alla Sorbonne e allievo di Hippolyte Taine. Il clima politico della Terza Repubblica lo spinse a formulare una critica del principio democratico spinto alle estreme conseguenze, che culmina appunto nel culto dell’incompetenza. Leggi il seguito di questo post »
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