Archive for the ‘Il Foglio’ Category
Garantismo è Giustizialismo (appendice al Newspeak di Orwell)

Da quel maestro ineguagliabile che era Gaetano Salvemini, scrisse Ernesto Rossi, un giovane poteva imparare “a battere con le nocche sull’intonaco delle parole per sentire quel che c’è dietro: il gesso, la pietra viva o il vuoto”. Giovani o meno giovani, tocca rimettersi tutti alla scuola di Salvemini, e di corsa; perché il crollo di un sistema si annuncia di solito con il disfacimento del linguaggio che lo sorregge dalle fondamenta. Ci sono movimenti tellurici che provocano slittamenti semantici impercettibili ma profondi, e se non te ne accorgi per tempo avrai la brutta sorpresa di bussare un giorno sull’intonaco di una parola e vedere venir giù l’intera parete. Leggi il seguito di questo post »
Fascisti bloccano Montecitorio, di nuovo

A forza di consolarci con Ennio Flaiano – “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria” – finiamo per dimenticarci che magari non sarà seria, ma è grave. E sorvoliamo sistematicamente sul seguito di quella citazione dal Diario notturno: di questo, però, in coda. L’operetta, il folklore, la commedia monicelliana c’erano anche – seppure in modi meno sgargianti – il 1 aprile del 1993, quando decine di ragazzotti del Fronte della Gioventù, sotto l’egida di qualche deputato missino, assediarono Montecitorio indossando magliette con lo slogan (poi plagiato dai grillini) “Arrendetevi, siete circondati”. Alla fine dell’impresa il Di Battista dell’epoca, meno belloccio ma tutto sommato più articolato, si gloriò in transatlantico: “Se questo Parlamento crede di poter emanare leggi maggioritarie, restando sordo ai richiami del paese, sarà circondato da decine di migliaia di persone che chiederanno lo scioglimento immediato delle camere e le elezioni anticipate. Da domani, queste manifestazioni si moltiplicheranno in tutta Italia, davanti a tutti i palazzi del potere. La società civile dimostrerà che non ci sono più luoghi dove si può essere immuni dal disprezzo popolare”. Era Teodoro Buontempo, detto Er Pecora. Leggi il seguito di questo post »
La piccola bottega dei cimeli totalitari

L’ultima balordaggine di Luigi Di Maio, che si è inventato un Cesare Battisti coinvolto nelle stragi, non è meno balorda delle precedenti ma si presta forse a qualche considerazione più raffinata, degna del “raffinato borghese” che ha sedotto Mario Monti a Cernobbio. Scambiare un terrorista rosso per un bombarolo nero non è neppure impuntatura post-ideologica, è orgoglio daltonico. Ma siccome Di Maio non è l’agitatore studentesco che sembra, è il capo neonominato del primo partito italiano, rinfoderiamo i sarcasmi sull’eterno fuoricorso scarso in storia e in grammatica: non possiamo permetterceli. Soffermiamoci piuttosto sul paradosso di un movimento che, ignorando tutto l’ignorabile di storia novecentesca, resta ugualmente impigliato negli strascichi delle sue reti. Leggi il seguito di questo post »
Premiato Pentitificio Pastrengo

Memorie dalla caserma dei morti, da quel Premiato Pentitificio Pastrengo – così lo ribattezzarono Enzo Tortora e i radicali – che approvigionava con i suoi prodotti tipici (vociferazioni e calunnie) i magistrati della Procura di Napoli impegnati nel processo alla Nuova camorra organizzata. Dopo anni di ricerche a tempo perso sono riuscito a metter le mani (bucate) su un cimelio piuttosto immondo: Gianni il bello. Autobiografia di un pentito, stampato nell’aprile del 1986 da un certo JN editore e scritto dalla giornalista Francamaria Trapani, parente stretta dell’allora procuratore capo di Napoli. Libro famigerato, che chiunque conosca un poco il caso Tortora associa a un sinistro tableau vivant allegorico: la fastosa presentazione al Circolo della stampa di Napoli, tra cronisti giudiziari, ordinari di diritto penale, signore impellicciate, figlie da marito e soprattutto alti magistrati, tra cui il futuro presidente dell’Anm Raffaele Bertone. Moderava Pasquale Nonno, direttore del Mattino. I tg della Rai non mancarono di dare notizia dell’avvenimento letterario e mondano. Leggi il seguito di questo post »
Condannati alla commedia

Non so se sia questione di dialettica storica o di vasi comunicanti, fatto sta che quel che esce dalla porta del cinema rientra dalla finestra della politica. Quando disimparammo l’arte della commedia, i suoi divi e caratteristi, lasciati a zonzo, presero a invadere la vita pubblica; ma a sbucare dallo schermo furono gigantografie così iperboliche che era impossibile farne una caricatura di secondo grado – pesante ipoteca sulle commedie a venire. L’ingresso negli anni Novanta è lo spartiacque. Muore il viveur Tognazzi, cedendo la scena a Berlusconi; lo segue nel 1994 Alberto Lionello, magnifico interprete di personaggi petulanti e un po’ untuosi, e libera un posto per Emilio Fede. L’intera carriera di Di Pietro cos’è, se non un collage di sceneggiature di Rodolfo Sonego, il cervello di Alberto Sordi? Poi la faccenda è scappata di mano. Un comico annoiato ha fondato un movimento più comico di lui, ed è ricominciato il travaso: fuori il principe della millanteria Manuel Fantoni, dentro Dibba con i suoi diari; fuori Guglielmo il Dentone, dentro Luigi Di Maio, che forse si allena a recitare scioglilingua allo specchio e a breve finirà per ballare con le Kessler. Leggi il seguito di questo post »
Un incubo a occhi aperti del principe Zaleski

Chi ama la bighelloneria intellettuale, gli itinerari illogici e tortuosi che qualunque Baedeker sconsiglierebbe ma qualunque perdigiorno imboccherebbe con la sicurezza di un sonnambulo, si prenda il lusso di visitare i saloni de L’innominabile attuale, il nuovo libro di Roberto Calasso, intrufolandosi da una porticina sul retro che neppure è segnata sulla planimetria del palazzo. È un racconto breve di M.P. Shiel scritto alla fine dell’Ottocento, una strana avventura poliziesca che ha per eroe l’eruditissimo e decadente principe Zaleski. Leggi il seguito di questo post »
Un raffinato borghese, con una compiuta articolazione intellettuale

Qual è il contrario di abbondantemente? A Berlino Boccaccio dice la verità. C’era sempre, a scuola, il buontempone che ti rifilava questa freddura deprimente. Alle elementari era il ragazzino intellettualmente precoce (e infatti i compagni faticavano a capirla: che ci fa Dante a Bonn? E chi è Boccaccio? Nel dubbio, i bulli lo pestavano); riproporla alle medie era già da ritardatari; al liceo, da ritardati. Dopo non so, non l’ho più sentita, ma mi dispiace non avere un’etichetta pronta: perché capita spesso di imbattersi in frasi, pronunciate da adulti raziocinanti, che sembrano composte con lo stesso criterio, dove cioè ogni parola è l’esatto opposto di quel che dovrebbe essere. Leggi il seguito di questo post »
Vi ci trovo numerose lagune, una certa ignorantità

I libri dei personaggi televisivi, specie dei comici di successo, vengono al mondo già rassegnati a una vita brevissima: qualche settimana di gloria sui banchi delle librerie, e poi lunghi anni a vagare come ombre nell’Averno delle bancarelle. I passanti li sfogliano distrattamente, ritrovano brandelli di tormentoni dimenticati e capiscono che a quei libri manca qualcosa di essenziale: solo se a leggerli è la voce dell’autore, o meglio del personaggio che lo ha reso celebre, c’è speranza di rianimarli. Ma chi se la ricorda, la voce di un personaggio televisivo di venti o trent’anni prima? Le poesie di Rokko Smithersons erano divertenti, ma senza Corrado Guzzanti che le recita alla Rokko Smithersons, con quella voce e quella giacca di pelle, Il Libro de Kipli resta un oggetto inerte. Anche chi ha le mani bucate come me lo soppesa un poco e poi lo lascia sulla bancarella senza troppi rimpianti. Leggi il seguito di questo post »
Sergio Caputo, il nostro Flaiano minore

Se Ennio Flaiano avesse scritto una canzone, sarebbe stata L’astronave che arriva di Sergio Caputo. Non l’ha scritta, non avrebbe potuto scriverla perché era morto da più di dieci anni, e non escludo che in vita ne abbia scritte altre (ce lo diranno i flaianologi). Ma se pure ne avesse scritte altre, le avrebbe ripudiate tutte pur di intestarsi la canzone più felice degli anni Ottanta, o meglio, la sola che abbia saputo scivolare con grazia sulla scricchiolante felicità di quel decennio. E non avrebbe pignorato l’astronave di Caputo per dare una nuova casa al suo marziano, che è venuto a noia a tutti e di certo sarebbe venuto a noia anche a lui, a forza di rifritture. È una questione di stile, di tono, di quella qualità aerea e impalpabile che siamo soliti chiamare sprezzatura. Chi, se non Flaiano, avrebbe potuto pensare versi come questi: “Lungo le spiagge primordiali a commentare: / ‘ma guarda un po’ com’è moderna l’astronave’”? E invece, li ha pensati Sergio Caputo; e ne ha pensati moltissimi altri che sembrano strappati al Diario notturno, per quella dismisura lieve degli elenchi incongrui (“Sognavo anch’io, ma erano sogni dispersivi / ossi di seppia, tundre, articoli sportivi”), e per l’abilità di starsene in disinvolto equilibrio in posizioni impossibili, che è poi la definizione stessa di sprezzatura. Leggi il seguito di questo post »
Filologia dell’antimafia

Appunti per un manuale di sopravvivenza alle insidie del dibattito pubblico: quando qualcuno vi invita a rileggere un autore, di solito è perché non lo ha letto o ne ha vaghe reminiscenze scolastiche. Dopo la sentenza del processo Mafia capitale è arrivata la raccomandazione di rileggere Sciascia, rivolta sull’Espresso dal direttore Tommaso Cerno ai giudici del tribunale di Roma, rei di non aver capito che la palma va a nord e che la mafia non veste più la coppola – nozioni per le quali, a dirla tutta, si poteva tranquillamente prescindere da Sciascia. E anche un’altra cosa è arrivata, dopo il verdetto dei giudici romani: la sentenza informale di quello strano organo di giurisdizione parallela che è la Commissione antimafia, per bocca della presidente Rosy Bindi. Dice che a suo parere – proprio così, “a mio parere” – quella di Buzzi e Carminati è proprio mafia, e che putroppo la magistratura giudicante non ne sa di mafia quanto la magistratura inquirente; dal che si deduce, per la proprietà transitiva, che ne sa anche meno di lei, che si occupa del fenomeno da ben quattro anni (a ottobre). Leggi il seguito di questo post »
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