Archive for the ‘Il Foglio’ Category
La prima volta come farsa, la seconda pure

Dopotutto, in Italia l’unica cosa seria sono le pagliacciate. Chi dice che il governo fa solo teatro, farebbe bene a interrogarsi su quel “solo”, a frugarci dentro come nel doppiofondo del cilindro di un mago: potrebbero spuntarne molti conigli. Luigi Barzini, che nel 1964 provò a far capire l’Italia ai lettori americani, impiegò decine di pagine a illustrare l’enigma del “perché gli italiani debbano essere attori, commediografi, coreografi e metteurs-en-scène del loro dramma individuale e nazionale”. La teatralità qui non è, come nel resto d’Europa, un paramento cerimoniale che adorna o all’occasione nasconde la nuda sostanza delle cose: è la sostanza stessa. Guai, diceva Barzini, a trascurare questo che è il tratto fondamentale del carattere nazionale. La messinscena “foggia la politica e i disegni politici”. Per gli italiani, infatti, non è mai stato facile ottenere il potere necessario per farsi rispettare. “Che cosa dovevano fare? Hanno inscenato un’imitazione quasi perfetta della potenza e della ricchezza reali. In tempi normali, del resto, quando non scoppiano conflitti, il potere e l’ostentazione del potere possono essere considerati equivalenti”. Ma in tempi meno normali questa equivalenza vien meno: “Può durare per un certo periodo di tempo, magari anche per moltissimo tempo, ma non per sempre. Finisce male. A un certo momento, fatalmente la potenza reale distrugge la potenza simulata e tutto si conclude con una catastrofe”. Leggi il seguito di questo post »
C’era una volta Montecitorio

C’era una volta il romanzo parlamentare, esile creatura letteraria che attraversò i primi decenni del Regno d’Italia fino alle soglie dell’età giolittiana. Molti anni fa Carlo Madrignani ne compilò un’antologia, Rosso e nero a Montecitorio, fitta di titoli e nomi che ormai non ci dicono nulla – Corruttela di Vittorio Bersezio, I misteri di Montecitorio di Ettore Socci, L’onorevole di Achille Bizzoni, La Baraonda di Gerolamo Rovetta e una dozzina d’altri. Il protagonista dei romanzi parlamentari era di solito un giovane di sani costumi venuto a Roma dalla provincia, che rischiava di esser traviato dal trasformismo dei colleghi più anziani – “banda di avventurieri e d’idioti”, li chiama Socci –, dalle mollezze di una capitale sontuosa quanto corrotta, dalle lusinghe di qualche donna smaliziata, incarnazione del vizio cittadino. Le storie si concludevano per lo più con il ritorno al paesello, alla virtù e alla legittima consorte, il più lontano possibile dall’inferno di Montecitorio. C’era una volta il romanzo parlamentare, e se c’era – la precisazione può apparire sciocca, ma chissà che a breve non diventi necessaria – è perché c’era una volta il Parlamento. Leggi il seguito di questo post »
Anche le istituzioni impazziscono

Luigi Di Maio è un caso psichiatrico? Lo ha suggerito giovedì Vittorio Sgarbi alla Camera, e certo non è il solo a dubitare della piena presenza mentale del vicepresidente del Consiglio, che è parsa intermittente da ben prima che cominciasse ad allucinare manine o a sviluppare intricate ideazioni paranoidi a sfondo persecutorio sui tecnici del Mef. Avremo impressa per sempre nei nostri incubi la terrificante apparizione di Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi mentre, posseduto dallo spirito di Norman Bates, fendeva l’aria con un invisibile coltello da cucina. E tuttavia, per chi non si accontenta di queste evidenze iconologiche, la risposta ai dilemmi sulla capacità d’intendere e di volere del capo politico grillino rischia di essere più complicata e, insieme, più inquietante. La mia diagnosi, in breve, è questa: sì, siamo in presenza di un gigantesco caso psichiatrico, ma non perché il paziente Di Maio sia clinicamente pazzo; semmai, lui e il suo partito stanno facendo quanto è in loro potere per far impazzire noi e il nostro sistema istituzionale. Leggi il seguito di questo post »
I topi del Campidoglio

Tu vorresti camminare ordinatamente nella prosa del mondo, con i tuoi bravi paraocchi da ronzino piccoloborghese, senza scantonate letterarie e impennate poetiche, ma questi ti disseminano il percorso di metafore in cui è impossibile non inciampare. La promiscuità quotidiana con i topi a cui si è costretti zigzagando tra i cumuli di spazzatura delle strade di Roma, per esempio, è una sollecitazione ostinata e inaggirabile. Aspetto solo di ritrovarmi un sorcio morto sul pianerottolo, come il dottor Rieux nella Peste di Camus, per arrendermi all’evidenza, e accettare che la musa della storia sta cercando disperatamente di recapitarmi il suo messaggio. In questa diagnostica letteraria variano solo i colori: la Peste bruna dei diari di Klaus Mann – il padre Thomas aveva scelto di volta in volta il colera, la tubercolosi, la sifilide per allegorizzare la decomposizione della civiltà europea – o la Peste bianca di Karel Čapek, dramma scritto alla vigilia dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. Il repertorio epidemiologico è ricorrente, e quando Macron tira l’allarme sanitario contro la “lebbra populista” che dilaga in Europa forse non immagina quanto è lungo il corteo dei suoi predecessori. L’Italia potrebbe rivelarsi una volta ancora, come negli anni Venti, il focolaio di un’infezione destinata a decimare il continente; ma le metafore hanno sempre una doppia vita, come agenti segreti o bigami in incognito, e l’altra faccia del liberale preoccupato che indica ovunque i sintomi del morbo è il malato contagioso che si crede perfettamente sano (tra l’uno e l’altro sta il sottile politologo terzista pronto a dimostrarti che la peste populista, non essendo né sostanza né accidente, propriamente non esiste: ma sappiamo da Manzoni quale fine lo attende). Leggi il seguito di questo post »
Partire per esterofilia, restare per nanarofilia

Giovedì, quarta notte di Valpurga – della terza, più fonda, si preoccupò Karl Kraus nel 1933 – ho visto Luigi Di Maio affacciarsi dal balcone di Palazzo Chigi, il volto illuminato dal basso come Boris Karloff in un B-movie dell’orrore, e ho capito che c’è una buona ragione per restare malgrado tutto in Italia. Ma come, direte voi, non è una di quelle occasioni in cui annunciare sdegnosamente piani di emigrazione in Francia, come si usava fare nel ventennio berlusconiano, salvo rimandare di quinquennio in quinquennio la partenza? E invece, guarda l’ironia, proprio nella mia ultima razzìa per librerie parigine ho trovato di che convincermi a non fare le valigie. È colpa di un piccolo libro per amanti del cinema scritto da Antonio Dominguez Leiva e Simon Laperrière, Éloge de la nanarophilie. Ecco, ora so che dovrò restare in Italia per “nanarofilia”. Ma da dove spunta questo strano neologismo? Leggi il seguito di questo post »
I calchi liberali di Pompei

Per un teenager liberale, era come essere a Woodstock. Non avevo neppure vent’anni, e nel salone del Collegio Nazareno, a Roma, erano accorsi almeno in cento – e fidatevi, già sopra i dodici per i liberali è una Woodstock – ad ascoltare una conferenza di Antonio Martino. C’erano anche delle donne, giovani per giunta, cosa insolita per quei ritrovi liberoscambisti frequentati da maschi misantropi e larvatamente misogini. Doveva essere il 1995 – la nostra Summer of Love ritardataria, il nostro Be-In senza corone di fiori. Ricordo il fremito galvanico che percorse la folla assiepata nell’aula magna quando Martino – ed era come ascoltare Timothy Leary che arringava gli hippies di San Francisco al grido di turn on, tune in, drop out – proclamò che il liberale deve saper essere conservatore per difendere libertà già acquisite, radicale per conquistarne di nuove, reazionario per recuperare le smarrite, rivoluzionario se non ci sono alternative. Davanti ai nostri occhi si disegnava la sagoma ideale di questo Proteo moderno, un eroe politicamente metamorfico che doveva, seguendo le movenze capricciose della storia, assaltare la Bastiglia o gridare Vive le Roi!, addestrarsi col fucile nella Sierra Maestra con tanto di barba o spalleggiare la guardia batistiana – sempre cangiante, sempre irriconoscibile, con la sola stella fissa della libertà. Leggi il seguito di questo post »
Come il nostro senno finì sulla Luna

Il paladino Astolfo volò fino alla Luna in groppa all’ippogrifo per recuperare il senno di Orlando, racchiuso in una grossa ampolla. Ma quando a trasmigrare su quell’astro gelido è il senno di un’intera nazione, non c’è missione spaziale a cui affidare le nostre residue speranze di rinsavimento. Nelle ore in cui bande di lunatici brigano per mettere sul trono della televisione pubblica un altro lunatico, un tale che spargeva balordaggini sulle cene demoniache di Hillary Clinton in casa di un’artista nota per dipingere con una vernice fatta di sangue di maiale, sperma, urina e latte di donna, torno a chiedermi come e quando è successo che i due grandi serbatoi della paranoia – il complottismo politico e l’occultismo sataneggiante – diventassero vasi comunicanti. Leggi il seguito di questo post »
Il nuovo mattino dei maghi (e una notte insonne)

Non m’intendo di numerologia e non intendo intendermene in futuro, ma è bastato un giro di giostra tra pitagorici, cabalisti e angelologi su internet per apprendere che tutti assegnano un significato divinatorio ai numeri tripli, specie se li vediamo comparire sul quadrante di un orologio. Perché diamine ho fatto questo giro balordo, direte voi. L’ho fatto perché l’altra notte, quando la sveglia sul comodino segnava le 2:22, è apparsa su Twitter l’angosciante visione di un commentatore politico: “È come se tutti i maghi di tutte le televisioni locali di tutte le notti insonni della mia vita fossero diventati improvvisamente il governo di questo paese”. Alle 3:33 ero ancora lì a rimuginarci, persa ogni velleità di dormire. Alle 4:44 avevo tirato giù dagli scaffali tutti i libri utili a decifrare l’arcano. Alle 5:55, mannaggia alle mie mani bucate, ne avevo già comprato un altro su Kindle. E meno male che non esistono le 6:66, o l’intero condominio sarebbe stato svegliato di soprassalto da un tizio in pigiama che annunciava dal balcone l’imminente venuta dell’Anticristo. Leggi il seguito di questo post »
Romanizzare i barbari? Ne parlarono nel 1923. Non finì bene

Nota a margine ritardataria alla querelle tra liberali sulla romanizzazione dei barbari (mozione Orsina) o sulla loro cacciata – con ipotesi, in caso contrario, di autoesilio in Papuasia (mozione Panebianco). Il lettore decida se il mio ritardo si debba misurare in giorni o in decenni, già che ho voluto ripescare un articolo del 26 maggio 1923 che la Stampa pubblicò con il titolo “Come collaborare (Intervista con un liberale piemontese)”. Più che un’intervista era un dialogo tra giolittiani, e la mia fonte suppone che i due anonimi interlocutori fossero Alfredo Frassati, direttore del quotidiano torinese (ancora per poco: lo stavano per raggiungere le premurose attenzioni degli squadristi), e lo stesso Giolitti. Chi ha flemma necessaria per perder tempo con cose di novantacinque anni fa, avrà anche buone riserve d’indolenza per non correre alle conclusioni che rendono inconcludente ogni dibattito: il problema qui non è lo spauracchio del fascismo che torna, il problema è cosa debbano fare i liberali davanti a una valanga che di liberale non ha nulla, e di illiberale tutto. Leggi il seguito di questo post »
Tramonti paralleli. Grillo e Giannini

Beppe Grillo, assicurano da mesi informatori, pentiti e dissociati del clan dei Casaleggesi, non conta più nulla. Il vecchio padrino si sbraccia per farsi notare, mendica un riflettore o anche solo un lampione stradale, e sarà per questo che gli capita di dire – sul carcere, sull’omeopatia – cose quasi assennate, nella foga di smarcarsi dai figliocci al governo che continuano a rivendersi tra gli applausi lo sperimentato repertorio delle sue antiche fesserie. Il tramonto di questo Calvero in cerca di un’ultima gag potrebbe spremerci qualche lacrimetta chapliniana, ma basta ricompitare le sue colpe immani nella degenerazione della vita italiana per lasciarlo freddamente al suo destino. Leggi il seguito di questo post »
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