Guido Vitiello

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La via italiana (e padana) al politicamente scorretto

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L’idea che le cose brutte diventino meno brutte se le si ribattezza con un nome grazioso, architrave del politically correct americano, non ha attecchito più di tanto in Europa. O almeno così sosteneva Robert Hughes in un libro dei primi anni Novanta, La cultura del piagnisteo: «In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas». Hughes credeva che il politicamente corretto fosse figlio di un’abitudine tutta americana alla circonlocuzione cortese. Di certo sottovalutava la nostra lunga consuetudine con le caritatevoli astruserie dell’eufemismo burocratico, dove il povero diventa impossidente e il malato cronico lungo degente. E forse avrebbe potuto dare un’occhiata a un vecchio film di Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina, in cui Gian Maria Volonté, direttore di un giornale benpensante, impartisce a un suo redattore una lezione di linguaggio giornalistico, smontando parola per parola il titolo che questi aveva dato al suo pezzo: Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli. Il disperato si addolcisce in drammatico, il disoccupato in rimasto senza lavoro e il padre di cinque figli – siccome il poveretto è calabrese – diventa semplicemente un immigrato, «una parola sola che contiene implicitamente il disoccupato e il padre di cinque figli ma dà anche un’informazione in più».

Continua a leggere su La Lettura. Articolo uscito l’11 dicembre 2011, con il titolo Le intolleranze linguistiche italiane: falsi eufemismi e vero razzismo.

Written by Guido

dicembre 14, 2011 at 1:45 PM