Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Milan Kundera

L’imputato di lungo corso. Kundera, Kafka e il processo assoluto

with 3 comments

titorelliUna pagina di Milan Kundera dai Testamenti traditi è servita a Giovanni Fiandaca per illustrare, sul Foglio di giovedì, l’invincibile vocazione espansionista del processo penale. Che dovrebbe concentrarsi sui fatti, ma finisce per mettere sotto giudizio gli uomini nella loro interezza; che dovrebbe restare nel recinto del diritto, ma pascola abusivamente nei campi della morale, della sociologia o della politica. “Il processo celebrato dal tribunale”, scriveva Kundera commentando Kafka, “è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato”. A esso, si può aggiungere, corrisponde la pena assoluta del carcere, che per colpire un reato specifico sequestra tutta la persona del reo.

Esiste dunque un’inclinazione naturale del processo a dilagare, a espandersi in lunghezza, larghezza, profondità e soprattutto nel tempo, dimensione che la nostra fisica giuridica tende a ignorare, come dimostra il surreale allungamento della prescrizione. “Il processo è assoluto anche in questo”, aggiungeva Kundera nella stessa pagina, “e cioè che travalica i limiti della vita dell’accusato”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 12, 2015 at 12:07 pm

Lasciate in pace Bartleby. Contro l’uso politico dei classici

with 3 comments

Ricordava Milan Kundera di quando dovette assistere, nella Praga appena liberata dall’occupazione nazista, a una messinscena dell’Antigone di Sofocle adattata alla solennità e all’euforia dell’occasione. Creonte vi appariva come un impettito caporaletto fascista, un fantoccio autoritario, Antigone come una paladina della libertà, partigiana o suffragetta. In luogo della tragedia, che è scontro indecidibile di due ragioni e di due leggi, un galvanizzante e didascalico teatro dei pupi. Arruolare i classici in battaglia, che villanìa, che pena. Ora è la volta del povero Bartleby, taciturno scrivano, rivendicato come primo occupante di Wall Street, tirato giù dal letto e trascinato in piazza di contraggenio, gli occhi ancora gonfi di sonno, e qui costretto a ripetere la sua rinuncia sibillina come il più fesso degli slogan, a sentire la propria voce – che Melville volle ferma ma soave – raccolta e amplificata dallo schiamazzo responsoriale dei microfoni umani. Che villanìa, che pena. Eppure i classici, specie i più appartati ed elusivi, non si prestano di buon grado a queste mansioni servili. Tutt’al più, se proprio li si interpella, offrono un albero maestro a cui legarsi per non cedere all’incanto delle sirene più esagitate. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Mag 10, 2012 at 12:57 pm