Il blog di Guido Vitiello

Vieni avanti Critone

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C’è un ponte che unisce, scavalcando la sterminata distesa dei secoli, il filosofo Platone (Atene, 428-347 aC), autore del Critone, e il comico Pasquale Zagaria – in arte Lino Banfi (Andria, 1936 dC) – gran mattatore di Vieni avanti cretino? Altroché, se c’è. A esser pignoli ce ne sono tre.

Il primo è piuttosto evidente, e ha a che fare con il mito del Demiurgo narrato nel Timeo, o Della natura, dialogo di argomento cosmologico che Platone compose in tarda età. Quando il Demiurgo creò l’universo, racconta Timeo, lo dispose entro due circoli concentrici intersecantisi: l’Equatore e l’Eclittica. Che brutto guaio. Platone non lo dice, ma lo hanno detto in molti prima e dopo di lui: “L’idea più antica e grave è che quei due cerchi incrociati siano il risultato non di un disegno ma di una disgrazia iniziale”, si legge nelle Riflessioni sul Fato dello storico della scienza Giorgio de Santillana. In illo tempore, nella serena e imperturbata Età dell’oro, il Sole e i pianeti si muovevano lungo l’equatore celeste in una danza armoniosa; “poi lo zodiaco si sghembò da una parte, al sole toccò scendere e salire in cielo, si crearono le stagioni”… E il triste mortifero divenire s’impadronì di tutto. Fine della pacchia.

Platone non lo dice, ma lo hanno detto in molti dopo di lui. Uno è Roberto Calasso (chi si rivede!), che su quell'”originario dissesto del mondo” descritto nel Timeo ha fondato la sua ingegnosa teoria del sacrificio, ne La rovina di Kasch. L’altro è per l’appunto Lino Banfi, che così canta nella sigla che accompagna i titoli di testa di Vieni avanti cretino (potete ascoltarla cliccando qui):

Il Padreterno quando fece il mondo
lo disegnò quadrèto, però gli venne tondo

Ecco perché tutto va storto. Un errore demiurgico all’inizio dei tempi, e il mondo è irrimediabilmente – direbbe il principe Amleto – out of joint, fuor di sesto.

Il secondo nesso tra Platone e Banfi è un po’ meno evidente. Per coglierlo dobbiamo concederci una piccola divagazione e prendere tra le mani il nuovo libro di Andrea Pergolari, La fabbrica del riso. Se temete che si tratti di una solida analisi d’impianto marxista sui progressi dell’agricoltura meccanizzata nella Cina di Mao state pure tranquilli, perché il sottotitolo dissipa tutti i dubbi: 32 sceneggiatori raccontano la storia del cinema italiano.

I 32 intervistati sono davvero grande nomi: Age, Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico, Ugo Pirro, Piero De Bernardi, solo per citare i più noti. Raccontano come sono nate le grandi (e meno grandi) commedie italiane, e più in generale come nasce un film. S’interrogano sulla figura elusiva e appartata dello sceneggiatore – che è spesso il vero architetto del film, anche se pochi sembrano accorgersene – e cercano di catturare la specificità del suo modo di narrare rispetto a quello del romanziere o del drammaturgo. E soprattutto, sfornano aneddoti a non finire.

Dal libro si capiscono alcune cose curiose. Per esempio, mi sono accorto che l’equilibrio perfettamente calibrato delle sceneggiature di Age e Scarpelli (La Grande guerra, I soliti ignoti, L’Armata Brancaleone…) non si deve a una qualità posseduta in egual misura da entrambi, ma al fatto che il loro è stato il felicissimo sodalizio tra un afasico e un logorroico: Age concede qualche mozzicone di frase solo sotto tortura (e sono frasi forlaniane del tipo “non saprei dare una risposta precisa…”, “non c’è una regola generale…”), Scarpelli non riesce a rispondere a domande come “scusi, sa dirmi l’ora?” se non ricorrendo a periodoni proustiani zeppi di digressioni e subordinate di 3°, 4° e 18° grado.

Ho anche appreso – dalla bella intervista a Giorgio Arlorio – che dietro a un film che ricordavo innocuo e scanzonato come La patata bollente di Steno si nasconde una sferzante critica all’arretratezza del Pci nei confronti della questione omosessuale… E ho scoperto – lo racconta quel geniaccio di Piero De Bernardi (dobbiamo, a lui e a Leo Benvenuti, cose come la saga di Fantozzi, Un sacco bello, Bianco rosso e Verdone…) – le fonti da cui provengono le burle di Amici miei: quella degli schiaffi ai passeggeri di un treno in partenza viene da un episodio di cronaca, alcuni pensionati romani si divertivano così; altre affondano nei ricordi di Pietro Germi – che concepì il film – e di Mario Monicelli, che ne “ereditò” l’idea e lo realizzò; altre ancora sono ispirate ai due goliardi Scarnicci e Tarabusi, e alle loro zingarate… E così via.

Soprattutto, quel che emerge dalle 32 interviste è l’elemento aleatorio all’origine di quasi ogni film. Non c’è pellicola che non sia frutto di un insieme di coincidenze fortunose, espedienti nati dall’arte di arrangiarsi, evoluzioni capricciose e imprevedibili, folgorazioni in corso d’opera, soluzioni suggerite dal caso. Una delle storie più rocambolesche riguarda proprio la nascita di Vieni avanti cretino, raccontata dallo sceneggiatore Roberto Leoni

E così veniamo al secondo ponte tra Platone e Lino Banfi; perché non c’è dubbio che il miglior cinema comico italiano (e chissà, forse il miglior cinema tout court) è nato – proprio come Eros secondo il mito narrato da Diotima di Mantinea nel Simposio di Platone – dall’unione di Penia e Poros, la Povertà e l’Ingegno, la scarsità di mezzi e il colpo d’ala dell’astuzia.

Quanto al terzo ponte tra il Grande Ateniese e il Grande Pugliese… Be’, vi ho già detto troppo. Per sapere qual è vi tocca comprare La fabbrica del riso

Written by am

dicembre 10, 2004 a 4:44 pm

Pubblicato su Trattati bonsai

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