Guido Vitiello

Il realismo magico al potere

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E così anche in Italia è arrivato il libro più cialtronesco della stagione, l’intervista farlocca di Ignacio Ramonet a Fidel Castro.

Farlocca, perché come il blogger spagnolo Arcadi Espada ha dimostrato in modo inoppugnabile (date un’occhiata a questo articolo e al dossier completo), si tratta in realtà di un copia-e-incolla di pezzi di discorsi ufficiali, articoli di Granma e di altre riviste del regime. Insomma, minestra riscaldata. Il che la dice lunga sulla serietà professionale del direttore del gazzettino terzomondista Le Monde Diplomatique.

Quello dell’intervista a Castro è ormai un genere giornalistico a sé. Raramente inferiore alle seicento pagine, si segnala per una deliziosa allure a metà tra il dialogo platonico e le conversazioni di Holmes e Watson al caminetto. Il prostrato interlocutore fa appena a tempo ad articolare la voce per dire qualche frasetta in tutto equivalente a “Dici cose ricche di sapienza, o Socrate” o “Perbacco Holmes, siete un genio!”, che già viene sommerso da un soliloquio torrenziale. E torna a chinare il capo.

Ramonet è riuscito a soppiantare nella genuflessione persino i suoi predecessori, i vari Minà, Frei Betto e Oliver Stone. Non era impresa facile. Ma a dire il vero con questa sfacciata manipolazione Ramonet non ha fatto altro che conformarsi allo spirito più genuino della Revolución. Questo spirito lo si potrebbe tranquillamente chiamare “realismo magico”, e non sarà un caso se García Márquez ha avuto in dono un villone all’Avana con tanto di Mercedes e domestici a spese del contribuente cubano.

Negli stessi giorni in Italia è uscito un altro libro, di tutt’altra pasta – come di tutt’altra pasta è il suo autore. Sono le memorie di Carlos Franqui, uno dei compagni della prim’ora dei guerriglieri della Sierra Maestra, estromesso ben presto dal regime e da allora in esilio in giro per l’Europa. Nell’apparato iconografico di Cuba, la rivoluzione: mito o realtà? Franqui riporta un’agghiacciante sequenza di foto ufficiali del regime.

Nella seconda foto è scomparso Carlos Franqui; nella terza, Enrique Mendoza (così ci informa Carlos Montaner). Che fine avranno fatto, i due vecchi compagni? Ascesi al cielo in una nuvola di farfalle gialle, come Remedios la bella? Ne dubito. Ma in regime di realismo magico tutto è possibile. Il problema è: quale sarà il prossimo passo? Quale la prossima astuzia del Photoshop totalitario?

Per molti è semplice: il tristo mietitore, già alacremente all’opera, compierà l’ultimo fotoritocco e spazzerà via dalla foto anche l’immagine di Fidel – o magari ci incollerà sopra la facciazza del fratello Raúl. Sic transit. Qualche mese fa, però, leggendo su Repubblica un articolo ferragostano del più sopravvalutato commentatore italiano, Michele Serra, mi è balenata un’altra ipotesi. Serra commentava gli improvvidi auguri del presidente della Camera Fausto Bertinotti per l’ottantesimo compleanno del dittatore, e il suo articolo era infarcito fino a scoppiarne di luoghi comuni un po’ stantii da “sinistra bene”, stereotipi rimasticati, scelte verbali liturgicamente “obbligate”… Il punto più basso Serra lo toccava parlando della “pressione danarosa e volgare” dei profughi di Miami (immagino che la frase vada pronunciata arrotando con accortezza tutte le erre).

Ne ho tratto questa amara conclusione: la Cuba castrista è quella cosa di cui chiunque può (e potrà) parlare per ore saltando da un’immaginetta all’altra, da uno stereotipo all’altro, senza mai passare per la realtà. Per ore, o per decenni (è quello che fa Minà). Aggiungerei: pro, ma anche contro – ogni stereotipo ha il suo rovescio speculare. E così, eccovi l’ultimo probabile stadio della Revolución:

Una barba senza proprietario, puro simbolo disincarnato, che evoca tutto e non denota nulla. Men che mai la realtà di Cuba. Stalin nella foga del fotoritocco dimenticò di cancellare le mani di Karl Radek, che rimasero lì appese nel vuoto, tremendo monito contro l’illusione totalitaria. Forse, di cinquant’anni di castrismo non resterà che questa barba, beffarda come il sorriso del gatto del Cheshire.

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febbraio 27, 2007 a 12:44 PM

Pubblicato su guviblog

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