Guido Vitiello

Poetic Justice. Il caso Marta Russo, dieci anni dopo

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Ricordate il processo Marta Russo, il primo grado soprattutto? Per noialtri assiepati come groundlings nel palestrone dell’Aula Bunker, pareva di assistere a un seminario filosofico e letterario.

Non è così frequente, in un processo penale, sentire un pubblico ministero che nella requisitoria invoca il superomismo di Friedrich Nietzsche come movente; non capita così spesso di sentir menzionati, intorno a un episodio di cronaca nera, Delitto e castigo e I sotterranei del Vaticano di André Gide, il Moosbrugger di Robert Musil e Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, il “dilemma del prigioniero” e le Lettere di San Paolo.

Per parte mia, ho sempre pensato che l’unico riferimento pertinente, per le tesi della pubblica accusa (che ad ogni modo consideravo fantasiose e fuorvianti) poteva essere il film Frenesia del delitto (Compulsion, 1959) di Richard Fleischer, dove due studenti di giurisprudenza – uno dal carattere più dominante, l’altro soggiogato e remissivo – concepiscono una teoria “superomista” del diritto, secondo cui il legislatore è superiore alla legge che promulga e vive connaturalmente in uno “stato d’eccezione”. Decidono allora di provare quest’ebbrezza sopralegale concependo e attuando il delitto perfetto contro una vittima scelta a caso, un barbone (in tribunale li difenderà Orson Welles).

Non sono, pari pari, le tesi della pubblica accusa? A me, che credevo e credo tuttora che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro siano innocenti, la costruzione letterario-filosofica di Italo Ormanni e Carlo Lasperanza sembrava a dir poco cervellotica. Rimasi molto stupito, dunque, quando la Corte dichiarò gli imputati colpevoli.

A ripensarci adesso, ci sarei potuto arrivare. Un po’ come in Febbre da cavallo, dove il giudice (Adolfo Celi) si rivela alla fine essere un altro maniaco dell’ippodromo, così la storia successiva avrebbe mostrato in modo eloquente il debole della Corte per le belles lettres.

Il presidente della giuria, Francesco Amato, ha pubblicato da poco un libro di poesie, Foglie sparse, impietosamente – ma con buona ragione – stroncato qui; e il giudice a latere, Giancarlo De Cataldo, è ormai una star letteraria grazie a Romanzo criminale.

Che dire? Poetic Justice è espressione dai tanti significati, che i moderni hanno coniato a partire da Aristotele: è quella che fa sì che il malvagio sia punito, e a volte determina anche il modo della punizione – nessuna giustizia è più poetica del contrappasso dantesco.

Forse il caso Marta Russo ha aggiunto un nuovo senso all’espressione antica: una requisitoria romanzesca sottoposta allo scrutinio di due giudici letterati per decidere il destino di due filosofi. Bel guazzabuglio, nevvero?

Certo è che dopo aver letto la sentenza di primo grado, il cui estensore materiale fu De Cataldo, decisi che avrei lasciato perdere Romanzo criminale

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ottobre 11, 2007 a 1:03 PM

Pubblicato su guviblog

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