Guido Vitiello

Il Sessantotto visto da Qohelet

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Il maggio parigino è stato uno psicodramma, una mascherata, una “caricatura della commedia rivoluzionaria”. Lo scriveva Raymond Aron ne La Révolution introuvable, un libello pubblicato nel 1968 da Fayard, per lungo tempo dimenticato e “introvabile” quanto e più del suo titolo, che l’editore Rubbettino porta ora in Italia.

Nel grande carnevale, notava ancora Aron, ciascuno si era scelto una maschera: “Io ho recitato la parte di Tocqueville, cosa certo un po’ ridicola, ma altri hanno impersonato Saint-Just, Robespierre o Lenin, il che a conti fatti era ancora più ridicolo”.

Piotr Rawicz, scrittore ebreo-ucraino sopravvissuto ad Auschwitz, scelse per sé una parte più impegnativa: quella del coro tragico, o meglio ancora del moralista veterotestamentario, una sorta di incrocio tra l’Ecclesiaste e Giobbe, tra il disamorato osservatore dei cicli della storia e il ribelle metafisico che mette Dio con le spalle al muro per imputargli il crimine di aver abbandonato il mondo.

Solo l’Ecclesiaste, per Rawicz come per il suo amico e ammiratore Emil Cioran, offriva la chiave per decifrare gli eventi del maggio, per smascherare “il carattere ciclico di tutte queste kermesse della storia. Come il ciclo mestruale delle donne”. Al punto che “Il Sessantotto visto da Qohelet” sarebbe un buon sottotitolo per Bloc-notes d’un contre-révolutionnaire, il taccuino che Rawicz compose nei giorni delle barricate e che Gallimard pubblicò nel maggio dell’anno dopo, composto di annotazioni, aforismi, dialoghetti filosofici, scorci fulminanti sul mondo letterario e accademico.

È il secondo e ultimo libro di questo inafferrabile erudito e poliglotta, nato a Leopoli nel 1919, braccato dai nazisti e deportato ad Auschwitz, approdato a Parigi dopo la guerra e morto suicida nel 1982. Orientalista, studioso dell’hindi e del sanscrito, profondo conoscitore delle letterature dell’est Europa, Rawicz fu uno sperimentatore del linguaggio non per vezzo ma per necessità, per foggiare una nuova lingua in grado di nominare l'”altro mondo” di Auschwitz. L’altro suo libro, il romanzo Il sangue del cielo (pubblicato in Italia da Giuntina a cura di Guia Risari), è uno dei misconosciuti capolavori della letteratura concentrazionaria.

Anche per il “contro-rivoluzionario” Rawicz, come per Aron, il Sessantotto è una messinscena, tanto più che l’intera storia umana – vanità delle vanità – è una mauvaise mascarade fatta di “ripetizioni monotone dello stesso balletto la cui rappresentazione non avrà mai luogo in questo mondo”. Quel che gli insorgenti ignorano, annota Rawicz, “è che in queste ‘giornate rivoluzionarie’ non fanno che ripetere un balletto, una ‘situazione storica’ ben catalogata… 1789, 1848, i nichilisti russi, l’ottobre o piuttosto il marzo-aprile 1917, la guerra di Spagna e tralascio il resto… tutti gli attori di questi eventi, che come loro non erano che marionette di Dio, hanno compiuto gesti simili, vissuto sentimenti affini… credendo di essere i primi”.

In molti aspetti la critica di Rawicz al Sessantotto ricalca quella dei liberali come Aron, o perfino di certi tradizionalisti antimoderni. Ce n’è per tutti, nel Bloc-notes: per gli isterismi di Jean-Paul Sartre, “questo sotto-sotto-sotto-Tolstoj francese”; per gli stakhanovisti della firma, i sottoscrittori compulsivi di petizioni, che con questo “misero succedaneo” cercano “un’illusione di attività, di comunione con il mondo”; per i truffatori che maneggiano boriose maiuscole come Socialismo, Classe, Proletariato nemmeno fossero oggetti materiali, trattando l’ombre come cosa salda; per gli slogan imbecilli, come “Contro la società dell’abbondanza” (“che vuol dire, siamo logici, ‘Per la società della penuria’”). C’è anche, nel Bloc-notes, la “Valle Giulia” di Rawicz: “Mi sento solidale con i poliziotti, contro gli studenti”.

E tuttavia Rawicz non era un reazionario. Al pari di David Rousset, l’esperienza dei Lager nazisti lo spinse a proseguire la battaglia contro il sistema concentrazionario rimasto in piedi, quello sovietico: intercedette per il Nobel ad Aleksandr Solzenicyn, ospitò nel suo appartamento alla periferia di Parigi profughi dei regimi dell’est.

Rawicz non è stato solo il Qohelet del maggio parigino, come da noi l’Elémire Zolla di Che cos’è la tradizione. È stato anche, e assai più ardentemente, il suo Giobbe disperato, l’ammutinato dell’Essere che chiama a una rivolta più radicale di quella contro un ordine sociale iniquo. Perché la società non è che il Grande Animale, Behemoth o Leviatano, che prolunga l’ombra nera di un creatore latitante – in cui pure Rawicz non cessò mai di credere – ed è a quest’ultimo che bisogna chieder conto. “I volti di tutti questi piccoli idioti che giocano a fare gli importanti grazie alla loro ‘manifestazione'”, che però “ignorano che l’unica ‘rivolta’ valida e giustificata (ancorché altrettanto inutile) sarebbe quella contro l’Essere, contro Dio”. Che si entusiasmano per le grandi adunate, e non sanno che “dietro ogni ‘fatto collettivo’, dietro ogni fatto sociale magniloquente, io intravedo, il mio organismo intravede… un’anticamera della camera a gas“.

L’ombra di Auschwitz e della statolatria totalitaria è onnipresente nelle annotazioni dello scrittore ucraino, per il quale ogni sistema politico è come un water: “Deve funzionare convenientemente, nel meno peggiore dei modi, e puzzare il meno possibile”. Se è così, “idealizzare un regime, esaltare la triste necessità di vivere collettivamente in modo appena appena organizzato, entusiasmarsi per un W.C. ipotetico dove la merda profumerebbe di rose… che scemenza!”.

Accanto a Qohelet e Giobbe, tuttavia, Rawicz scelse per sé ancora un’altra parte: quella di Isaia, il profeta. E intuì che il maggio parigino avrebbe lasciato in eredità una spaventosa gueule de bois, la gola secca e la bocca impastata di chi si sveglia da un’ubriacatura: “Un doposbornia immenso, cosmico che si annuncia, che si profila all’orizzonte”. La veracità della sua profezia, si può dire, è sotto i nostri occhi.

Questo articolo è uscito sul Riformista del 3 giugno 2008. Qui in formato pdf.

Written by Guido

giugno 4, 2008 a 9:46 PM

Pubblicato su Il Riformista

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