Guido Vitiello

Il Malevolo: Jonathan Littell “Unbound”

leave a comment »

A Jonathan Littell, quarantunenne autore delle Benevole, il romanzo-confessione di un genocida nazista tradotto ormai in 27 lingue, i simbolici dieci euro messi in palio dal Prix Goncourt non sono ancora arrivati.

Certo, lui non si è presentato alla premiazione nel novembre del 2006, perché i premi letterari sono tutti “grotteschi e ridicoli”. Ha chiesto che gli spedissero l’assegno, “ma fino a oggi non l’ho ancora ricevuto”.

È un Littell straripante e cattivissimo quello a colloquio – meglio sarebbe dire a duello – con André Müller sulla Frankfurter Rundschau del 24 giugno, in una delle interviste più lunghe mai concesse dallo schivo romanziere franco-americano. Müller, giornalista austriaco che ha incontrato tutti i giganti della cultura di lingua tedesca, è riuscito a stanare l’autore delle Benevole con una captatio benevolentiae, ricordandogli che, prima di lui, aveva intervistato Elias Canetti – che Littell adora – ed Ernst Jünger, che ha pure una “particina” nel romanzo.

Ma Littell si fa comunque desiderare, ed esibisce una quasi infantile oscillazione tra la voglia d’esser lasciato in pace e la smania d’esser corteggiato. Pretende i dieci euro del Goncourt, ma se mai lo candidassero al Nobel la cosa non lo interesserebbe, perché, assicura, “ho già abbastanza soldi”. Per difendersi dai fastidi della fama ha annunciato che adotterà una “soluzione finale”, scelta di parole un po’ infelice per chi ha dedicato un romanzo di mille pagine alla Endlösung nazista. Ma non è un eremita come Pynchon; semplicemente, non vuole seccature: “Chi s’interessa a uno scrittore perché ama il suo libro è come uno che s’interessa alle anatre perché gli piace il foie gras“.

Presto salta fuori che questa separazione tra l’autore e l’opera, nella mente di Littell, è tutt’altro che netta. Ama immensamente Céline, ma solo perché è già morto. Non gli perdona il pamphlet antisemita Bagatelle per un massacro: “Fossi vissuto negli anni Trenta, avrei tentato di ucciderlo”. Lo stesso, o quasi, farebbe oggi con Peter Handke: “L’ho molto amato. Ma da quando ha scritto quelle assurdità sulla guerra in Bosnia, non leggo più i suoi libri”. Nei Balcani Littell ha passato sette anni come operatore umanitario. “Handke non ha ucciso nessuno”, tenta di obiettare Müller… “Ok, ma è uno stronzo”. I giudizi di Littell sono tutti così trancianti: “Nulla è relativo”, assicura. “Forse non ci è data la scelta tra il bene e il male, ma tra il male e il leggermente meno peggio“. Proprio come nei tragici greci, a cui Le Benevole si ispira fin dal titolo.

A un certo punto, con studiata trascuratezza, Müller lascia cadere il nome di Houellebecq, ma è un cavallo di Troia per portare Littell a parlare di sesso e a rivelare la “fonte” – reale? solo letteraria? – delle descrizioni, accurate ai limiti dello scatologico, delle esperienze omosessuali di Max Aue, il protagonista delle Benevole. Littell capisce il trucco, non ci casca: “Chacun sa merde, dicono i francesi. È un affare privato. Non deve chiedermi con chi scopo. Io non le chiedo con chi scopa”. “Io non scopo”. “Mi dispiace per lei”.

Parla davvero come un gigioneggiante coro tragico, Littell. Il mondo, dice, è “piuttosto insopportabile. È un incubo, un imbroglio, un orrore unico, ma non c’è via d’uscita”. “Ci si può uccidere…”. “Il suicidio per me non è tra le opzioni. La penso come Beckett, il quale diceva che gli era impossibile andare avanti, e tuttavia andava avanti. Tutti gli scrittori che amo la pensavano così, Blanchot, Bataille, Burroughs… Bisogna concepire, come Socrate, un’idea stoica della vita e tirare avanti il più decentemente possibile. Foucault lo ha chiamato ‘cura di sé'”.

“Ci si può anche distrarre”, suggerisce Müller. “Al contrario, bisogna tenere l’orrore sempre davanti agli occhi, per godere di più della bellezza, che nondimeno esiste”. C’è da giurare che Vasilij Grossman, altro “modello” delle Benevole, avrebbe risposto con le stesse parole. Littell maledice spesso il giorno in cui è nato – di nuovo un topos tragico – ma ha messo al mondo due bambini, anche se pensa ossessivamente alla loro morte. Più che non morire, però, desidera “non essere costretto a uccidere”, a differenza del suo Max Aue sterminatore di ebrei.

È ebreo, Littell, lo è fin dalla fisionomia – si mette di profilo e mostra a Müller il naso – ma nel suo senso di sciagura non c’è nulla di specificamente ebraico. Anzi, ce l’ha con Claude Lanzmann, l’autore di Shoah, che lo ha definito “una bella mente ebraica”: “Mi ha anche scritto una breve lettera in cui dice che ho dei meravigliosi bambini ebrei. Gli ho risposto che ho dei bambini meravigliosi, non meravigliosamente ebrei”. Allo scrittore che ha messo in forma romanzesca le surreali e pedantesche speculazioni naziste sulla classificazione delle razze, le appartenenze etniche fanno istintivo orrore: “Io non le dico che ha una testa austriaca, per quanto lei sia un giornalista viennese nevrotico che crede che tutto sia relativo e che dichiara di non scopare…”. “Quella era una bugia”. “Lo sapevo! L’ha detto solo per provocarmi”.

Questo articolo è uscito il 28 giugno 2008 sul Riformista Ombra, il neonato inserto culturale di quattro pagine in edicola ogni sabato. Qui in formato pdf.

Written by Guido

luglio 1, 2008 a 9:48 PM

Pubblicato su Il Riformista

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: